Storie pazzesche

Szifron utilizza le armi del genere per farci specchiare nello schermo riflettente dell’immagine cinematografica

Cosa succederebbe se il Super-Io perdesse tutto d’un tratto la sua incidenza nell’organizzazione delle risposte agli stimoli che un individuo esperisce? E in quale misura tale allentamento risulta impattante nella società odierna o, per meglio dire, nella sfera della socialità post-capitalista? Da queste domande – neanche troppo originali – sembrano prendere vita i racconti di Storie pazzesche di Damiàn Szifron, schegge impazzite animate da quell’«innegabile piacere di perdere il controllo» che il regista argentino indica come scheletro tematico del film.

Presentati al sessantasettesimo Festival di Cannes, i sei racconti che compongono il film si fanno forti delle armi dell’eccesso e del paradosso per andare a minare la morale comune, e il risultato è una miccia accesa che deflagra sempre al momento giusto. L’iniziale titubanza di fronte all’eccesso di alcuni passaggi narrativi viene presto scalzata dall’incisività dell’orchestrazione drammaturgica, portata avanti con compattezza, salacità e spietatezza. Il tutto scandito da un ritmo eccelso. E c’è davvero poco da rimproverare a questa black comedy che sembra essere stata scritta in stato di grazia, fotografata con personalità e dovizia di particolari, girata con grande rigore stilistico e interpretata impeccabilmente da attori in gran forma.

Alla perdita del controllo che fa da perno allo sviluppo narrativo di Storie pazzesche, fa da contraltare un’evidente equilibrio, precisione millimetrica delle componenti filmiche e una buona capacità di sballottare lo spettatore tra l’atto del guardare e dell’essere guardato. Perché Szifron utilizza le armi del genere per farci specchiare nello schermo riflettente dell’immagine cinematografica, ciò che abbiamo di fronte è un’umanità che, di fronte ai piccoli o grandi bivi quotidiani, risponde istintivamente, in una pulsione dionisiaca liberatoria. Di pulsioni si può parlare ma anche di istinto (concetto che è più propriamente ascrivibile all’essere animale in assoluto), e l’autore lo evidenzia fin dalle prime battute del lungometraggio utilizzando, per i titoli di testa, una serie di fotografie naturalistiche in cui animali immortalati nel loro habitat naturale accompagnano i nomi del cast e della troupe, prima di lasciare spazio al titolo del film: Relatos salvajes (Storie selvagge) è il titolo originale, e l’aggettivo utilizzato è decisamente più centrato del suo omologo italiano.

Se bisogna trovare una pecca in questo film non è, come ha lamentato qualcuno (anche in sala a fine proiezione), nella sua lunghezza – due ore di film all’interno di un genere come la commedia che si muove sempre intorno alla canonica ora e mezza –, ma nel fatto che il soggetto di alcuni racconti è più banale rispetto agli altri. Discrepanza che però lascia il tempo che trova nel momento in cui l’attenta e ben calibrata scrittura rende il soggetto di partenza in qualche modo diverso da sé, lo modula e lo deconvenzionalizza. La storia di gelosia tra moglie e marito, ad esempio, è un tema decisamente classico della commedia (e della black comedy), ma Szifron, nel suo originale tocco e controllo dell’esasperazione, riesce a modificarlo di segno, lo instilla di linfa nuova e ce lo consegna in una veste del tutto atipica. Ed è forse questa la componente più interessante di Storie pazzesche, il suo riuscire a utilizzare il genere con grande precisione e riflessione, ma al tempo stesso con la volontà di affrontarlo senza timori reverenziali, con la necessità di sviarne i binari e con l’obiettivo precipuo di spodestare qualsiasi istanza moraleggiante.

Quest’anno la programmazione natalizia ci riserva, finalmente, una commedia degna di questo nome.

Autore: Paolo Scire
Pubblicato il 02/12/2014

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