Sils Maria

Il superamento del discorso teorico a favore di un racconto eterogeneo, in un film sfuggente e affascinante

Maria Enders (Juliette Binoche) è un’attrice di mezza età, in viaggio per ritirare un premio alla carriera assegnato a Wilhelm Melchior, il regista che l’aveva lanciata vent’anni prima.

Durante il viaggio in treno Maria riceve dalla sua assistente Valentine (Kristen Stewart) la notizia che Wilhelm è morto. Di lì a breve l’attrice sarà contattata da Klaus, un giovane regista, che vuole realizzare un nuovo adattamento da Maloja Snake, la commedia scritta da Wilhelm che regalò la popolarità alla giovane Maria. Klaus però vuole offrirle non più il ruolo di Sigrid, ma della matura Helena. Maria e Valentine si recano a Sils Maria, il luogo dove Wilhelm passò gli ultimi anni della sua vita, per studiare il testo e per tentate il difficile scivolamento di Maria dal personaggio di Sigrid, ruolo al quale l’attrice è ancora molto legata, a quello di Helena, una donna che proprio la relazione con la giovane Sigrid spingerà al suicidio.

Sils Maria di Oliver Assayas è un film di grande complessità. Ciò che può lasciare sconcertati e affascinati insieme è il modo con cui il regista costruisce un’impalcatura narrativa mutevole - qui ne abbiamo dato una breve sinossi - per poi smontarla puntualmente, evitarne la sclerotizzazione in forme teoriche già viste per riaffermare piuttosto una voglia di racconto libera e autentica, di studio e scavo nei complessi meccanismi psicologi dei suoi protagonisti.

Ad Assayas basterebbe davvero poco per rendere teoricamente spendibile il rapporto speculare tra Maria e Valentine da una parte, e Sigrid e Helena dall’altra. Una parafrasi del rapporto tra arte e vita raccontato numerose volte, che Assayas si limita invece solo ad accennare, rendendolo presente ma mai invadente. E lo stesso si potrebbe dire del rapporto delle due donne protagoniste con la natura, il serpente di neve di Maloggia, che scivola lentamente sul vicino lago. Anche qui la forza evocativa del lago, spazio chiuso, destinato alla circolarità e alla ripetizione, è arrestata un attimo prima – la scena della sparizione di Valentine – che acquisti una specifica forza teorica (come accadeva in Lo sconosciuto del lago di Alain Guiraudie o in Le notti bianche di un postino di Konchalovsky). E’ come se Assayas avesse creato un racconto ricco di spunti teorici, interpretabili secondo diverse letture (psicanalitiche, di genere, metatestuali), ma stando attento a che nessuna di queste diventasse vera protagonista del film. Si potrebbe quasi azzardare che con un film spiazzante come Sils Maria il regista tentasse un ponte tra l’esperienza moderna della nouvelle vague dalla quale proviene (la critica sui Cahiers du cinéma, il rapporto con Jean-Pierre Léaud) e l’attenzione, tutta contemporanea, per il ritorno alla grande scrittura, per l’inseguimento della complessità del reale, disattendendo di continuo le aspettative che lo spettatore si andava facendo durante la visione.

Così l’eterogeneità dei materiali (le immagini dal documentario Das Wolkenphänomen von Maloja diretto da Arnold Franck nel 1924, il segmento del film sui supereroi interpretato da Jo-Ann Ellis, l’attrice che sarà Sigrid nella nuova versione, l’onirico viaggio di notte di Valentine in macchina accompagnato dai Primal Scream in colonna sonora) non serve più tanto a riaffermare la forza teorica del film, quanto a suggerire l’idea di una vita complessa, mutevole, non inscrivibile in un unico discorso, in una sola visione.

Sils Maria è un insieme di discorsi che proprio per il loro essere presentati insieme (un’idea scivola in un’altra, a un concetto segue la sua esatta smentita), finiscono con il creare un macro-discorso superiore dove la sofisticazione concettuale sembra diventata la chiave per tornare a raccontare soprattutto l’universale storia delle relazioni umane - nella quale diventano fondamentali le straordinarie performance delle due protagoniste.

Sils Maria è un miracolo di equilibrio che trova, in una forma capace di smentire se stessa a ogni istante, la chiave per essere profondamente contemporaneo.

Autore: Germano Boldorini
Pubblicato il 23/11/2014

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