Much Loved

Opera che trova il suo senso basilare nel mettere a nudo i tabù sulla sessualità femminile in Marocco, rivelando però un universo maschile ancor più represso

Much Loved arriva nelle sale italiane preceduto da un coro di polemiche che, come al solito, invece di spingere la gente a disinteressarsene l’ha portata a dargli più attenzione. Censurato in patria (Marocco), il film di Nabil Ayouch, sin dalla proiezione al festival di Cannes ha comportato per il suo regista e e i suoi interpreti minacce di morte, aggressioni e l’obbligo di muoversi costantemente accompagnati da guardie del corpo: per scatenare una vera campagna d’odio è bastato mostrare il retroscena della vita notturna marocchina, fatta di festini sguaiati, orge, alcool e sesso sfrenato. Noha, Soukaina e Randa sono tre amiche che condividono l’appartamento e il mestiere di prostituta. Noha, la più esperta del trio, conta profondamente sulla sua abilità professionale e la sua esperienza per aiutare economicamente una famiglia che la rifiuta. Soukaina, bellissima ma succube di un’amante spiantato ed egoista, spera in un nuovo ricco cliente per migliorare la propria vita. Randa, meno incline a farsi andar bene il proprio lavoro, vive in segreto una sessualità diversa e sogna il padre lontano. Perennemente scortate agli appuntamenti notturni dal silenzioso Said, le tre donne affrontano i tipi più svariati di clienti, aggrappandosi ai propri desideri e a quella libertà collaterale di gesti e parole che la professione concede loro.

Mostrare il proibito è lo scopo principale di Much Loved: far vedere queste donne che conversano di amplessi e membri giganteschi, questi uomini che ridono e palpano, gli scherzi con i compagni transessuali e l’omosessualità vissuta di nascosto. Svelare l’invisibile censurato diviene atto politico di denuncia, che trascende le stesse dinamiche cinematografiche, facendo del linguaggio filmico un mero mezzo di espressione. Così concentrato sulla forza dirompente del tabù esibito, il film di Nabil Ayouch trova nel proprio soggetto un motivo e un limite fondamentali: quando a contare è innanzitutto il cosa palesare, il come farlo passa in secondo piano. In altre parole, la potenza eversiva di Much Loved basta a dar senso all’intero racconto. Il rivelarsi un’opera scontata – giacché da sempre ogni cultura fondata sulla repressione sessuale elabora segrete nicchie sociali in cui far sfogare gli individui - o poco meditata, non ha importanza, rispetto alla potenza rivoluzionaria di far vedere a un popolo ciò che non vuole capire, o, in questo caso, ciò che non gli è assolutamente concesso guardare.

Così, a una lettura più approfondita l’intuizione riuscita di Much Loved non sembra riguardare lo stato schizofrenico delle donne, costrette a scegliere fra l’essere sante o prostitute, ma l’ancora più nascosta angoscia maschile rispetto alla costruzione sociale del proprio ruolo. L’omosessualità appare la vera ferita di una cultura che sa in che ambito relegare le donne “perdute”, ma che non può assolutamente concepire un uomo che abdichi alla propria virilità. Pagare una prostituta è un atto forse disdicevole, ma sempre comprensibile all’interno di uno schema che vede il maschio come una volontà sessuale incontrollabile; spostare il proprio desiderio su altri lidi comporta invece una vergogna senza fine.

Questo film tanto annunciato al pubblico come documento scabroso sulla sessualità femminile trova allora il suo unico vero interesse nello sguardo parziale che offre su un universo maschile solo in apparenza semplice e monotono: probabilmente, una storia interamente fondata su questo ambito avrebbe provocato una reazione molto, molto più violenta.

Autore: Veronica Vituzzi
Pubblicato il 08/10/2015

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