Mission: Impossible – Fallout

L’ultima elettrizzante sfida di Ethan Hunt è contro il suo nemico più temuto: il tempo.

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Mission: Impossible, ovvero come continuare a credere nel cinema quale incantesimo collettivo. Come rendere ogni sequenza un azzardo atletico che sfida la dittatura del verosimile, portando alle estreme conseguenze qualsiasi sospensione dell’incredulità. Ethant Hunt è l’ultimo avamposto non solo di quegli action-movie che tanto abbiamo amato, ma la rivendicazione di un genere completamente libero dagli orpelli del reale. Un inno alla velocità, al dinamismo, al potere antigravitazionale del cinema. Egli è l’eroe classico che non muore mai. Lo avevamo già scritto ai tempi di Rogue Nation: esaltati dall’ennesima bomba ad orologeria della saga, era ormai chiaro come il corpo cinematografico di Tom Cruise fosse il residuo, l’ancora di resistenza, di un cinema alimentato dalla sua adrenalina, dall’ipertensione, dall’esuberanza del rischio.

La recitazione come performance ginnica e tachicardica, come sfida contro il buonsenso e le performances degli stunt. Ethan Hunt è Tom Cruise, sempre, comunque (per amore del gioco viene quasi da chiedersi: come sarebbe un film di Werner Herzog sulla celebre superstar? Le sfide herzoghiane potrebbero mai coincidere con le missioni impossibili dell’attore? In fondo per entrambi il cinema è una questione atletica). Christopher McQuarrie, al suo secondo capitolo consecutivo, con Mission: Impossibile - Fallout realizza un folle e liberissimo documentario sull’ultima star di Hollywood. L’uomo che senza stunt, ma per puro amore del rischio, salta tra due edifici (e si rompe una caviglia!), si arrampica a mani nude sulle rocce ad altezze da capogiro e così via. L’unico residuo di leggenda in una Hollywood satura di supereroi. Avevamo ancora in testa le acrobazie animate del quarto capitolo diretto da Brad Bird, quello dove si rivelavano le radici quasi slapstick, cartoonesche dal franchise: il corpo di Cruise si faceva elastico, tornando al dinamismo sfrenato del cartone animato.

In Fallout, sesto e – a quanto si vocifera – ultimo episodio della saga, succede qualcosa di veramente impossibile: Ethan Hunt – ebbene sì! - non è indistruttibile. Certo, Ethan ce le prendeva anche nei capitoli precedenti, ma rimaneva sempre piuttosto intatto sul piano psicologico. Qui entra in gioco un nuovo nemico, molto più pericoloso di qualsiasi terrorista e cattivone di turno: il tempo. Il volto congelato della star finisce per esserne travolto (anche se Tom Cruise rimane immune ai segni dell’età, quasi un cyborg, avatar di se stesso: non invecchia mai!). Fallout, per l’appunto. Ma non parliamo, come troppa stampa americana ha urlato, di un effetto Cavaliere Oscuro. Non si tratta (solo) delle atmosfere cupe, perfino apocalittiche, si tratta di una malinconia di fondo che pervade il film, di frammenti di un mélo sfrenato che si insinuano tra corse folli e inseguimenti all’ultimo respiro. Il tempo che passa diventa subito il tempo che resta. Il countdown dell’ora finale è continuamente scalfito dalla paura della morte, da ciò che si può perdere (gli amici e, ça va sans dire, il mondo intero) e di ciò che si è già perso (l’amore di una vita).

Rimane la profonda amarezza di non poter tornare indietro, di essere condannati a interpretare Ethan Hunt, di dover ogni volta salvare il mondo. Il vuoto, però, è sempre sotto di noi, davanti a noi, finisce infine per circondarci. Ora più che mai Ethan Hunt deve combattere questo vuoto, esorcizzarlo, superarlo. Esemplare, da questo punto di vista, la sequenza del “volo” (tutto , d’altronde, rilancia l’antico sogno icariano). Tom Cruise si getta da un aereo a settemila metri di altezza e apre molto tardi il paracadute. Una sequenza mozzafiato che porta l’action-movie a bloccare il tempo: il corpo si fa astratto, quasi danzante, come se fossimo nei territori lisergici di una sinfonia visiva o in quelli – troppo reali! – che rompono la barriera del suono nella caduta libera di Baumgartner. Il punto è proprio questo: l’incredibile abilità di Christopher McQuarrie è quella di trasformare la bulimia visiva di M:I, la sua ipertrofia strutturale, in pura saturazione delle forme, in cinema astratto e visionario, sempre pronto a perdere la sua fisicità (pensiamo a tutto lo strepitoso, goduriosissimo finale, la guerra tra elicotteri, le cadute, la neve, la sfida a qualsiasi morte certa). Fallout interiorizza più di vent’anni di Mission: Impossible e si lancia nell’ultima, estrema avventura: innesca colpi di scena come fossimo in un meccanismo di scatole cinesi, sente sulla sua pelle il piacere infinito di fare cinema e di coreografare il gioco dei corpi. Infine lascia intravedere il sogno di un’altra vita, celata come fosse il più recondito dei segreti. E forse proprio quest’altra vita è la vera missione impossibile.

Autore: Samuele Sestieri
Pubblicato il 01/08/2018

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