Lee Cronin - La mummia

di Lee Cronin

Più interessato a replicare formule consolidate che a reinventare il mito, Lee Cronin cerca di coniugare l'eredità dei classici Universal con l'estetica studios di James Wan e della Blumhouse. Ne emerge un horror viscerale, che fallisce però nel dare forma a un universo narrativo capace di sostenere le proprie ambizioni.

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Seppure in modo limitante e fiacco, Lee Cronin – La mummia è una versione del mito orrorifico che nasce dal tentativo di unire la tradizione del classico monster movie di casa Universal con la più recente estetica fondata da James Wan e dal più generale contesto produttivo della Blumhouse. Queste due direttrici, seppure distanti nel tempo, condividono la stessa tendenza a creare mondi fantastici che si autoalimentano, poiché in grado di sfruttare la particolare affinità del genere horror con ciò che è insondabile e irrazionale per creare narrazioni perpetue e autoreferenziali. A tal proposito, l’opera di Cronin si mostra de facto un prolungamento del canone waniano, un’affinità, ma in questa affinità il film risulta doppiamente fallimentare. Da una parte, dal punto di vista registico, l’opera si conforma allo standard formale della saga espansa di The Conjuring, limitandosi a ricreare un climax ascendente di coscienza del male attraverso una serie di delayed jumpscares e di claustrofobici piani sequenza all’interno di ambienti maledetti. Dall’altra parte, sul piano concettuale e narrativo, emerge un tentativo fiacco, al pari dei vari Annabelle e The Nun, di introdurre un nuovo mondo coerente con un universo preesistente e in espansione.

Per quanto riguarda il rimando all’immaginario dei film della Universal, ciò che ne La mummia viene meno è la consapevolezza che, parafrasando le parole di J. G. Ballard sul cinema di fantascienza, «sono stati i film, e non la parola stampata, che hanno fissato nella mente del pubblico le immagini [dell’horror]». Così, come accadde con la versione del ‘32, che fu fatta con la fretta di capitalizzare sul successo del Dracula di Tod Browning, la versione del 2026 pecca di una pigrizia tout court. Se con i film di The Conjuring Wan era stato in grado di adattare con successo (seppur altalenante) un immaginario derivativo, qui manca invece una formula che riesca a sostituire la drammaturgia che vedeva al centro la famiglia Warren. In questo modo, il tentativo di proseguire su questo solco dell’horror per il grande pubblico mostra i propri limiti e le proprie contraddizioni; non solo il film ristagna nei suoi riferimenti diretti, ma, proponendo una dialettica tra la radicalità del male e la famiglia, fallisce due volte laddove sembra voler tendere a un’autorialità che si rifaccia al Ari Aster di Hereditary.

mummia

Al netto della banalità formale, rispetto all’horror commerciale degli ultimi anni La mummia recupera il lato biliare del genere, grande assente nell’opera di Wan. Infatti, seppure L’esorcista di Friedkin sembri una delle maggiori ispirazioni per il The Conjuring Universe, da questo classico sono stati epurati gli aspetti più scabrosi e viscerali. Se Rosemary’s baby, rompendo il muro della superstizione legata al folclore, aveva aperto un varco a un male radicale legato alla quotidianità e all’indifferenza della metropoli, l’opera di Friedkin lo aveva riportato alla terra; il discorso sul corpo portato avanti da Polanski venne radicalizzato, la teodicea tornò così a essere una questione sporca e viscerale. Da questo punto di vista, il mostro del film di Cronin cerca di acquistare uno spessore iconografico, per cui attraverso una scarnificazione rituale la figura della mummia riesce a devenire un martire fisico – corporeo appunto – del male stesso. La tragedia vera, però, si consuma nell’assenza di un mondo in cui questo male, anche nelle proprie crudeli contraddizioni, possa agire secondo un ritmo visivo e narrativo compiuto e coerente.

Autore: Giulio Cavatorta
Pubblicato il 17/06/2026
USA 2026
Regia: Lee Cronin
Durata: 134 minuti

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