L'uomo invisibile

di Leigh Whannell

Dal progetto fallito del Dark Universe nasce uno dei grandi horror di questi anni, magnifico meccanismo di tensione che gioca con lo sguardo e il non-visto ma inchioda al muro i veri mostri del contemporaneo.

L'uomo invisibile - recensione film

Dalle schegge di un progetto infranto nasce uno dei film dell’anno.
Il Dark Universe doveva essere l’ennesimo universo condiviso del cinema hollywoodiano, un programma ambizioso che rilanciasse in grande le leggende del fantastico abitanti il pantheon horror dell’Universal anni ’30. Passo annuale, alti budget, un reboot dopo l’altro di corpi e leggende soprannaturali a fare da tasselli narrativi di una grande storia collettiva. Se non fosse per quel flop bruciante che è stato l’esordio del progetto, La mummia, un film accolto talmente male da pubblico e critica da portare gli executives Universal ad avere le ultime cose che ci si aspettava a quel punto: coraggio e buone idee. Il piano è semplice e prevede un cambio di rotta totale: non più narrazione espansa, addio a continuity seriale camuffata da tentpole, d’ora in poi a ogni mostro la sua storia, il suo autore, la sua idea di innovazione, affidandosi alle intuizioni dei singoli registi e sceneggiatori coinvolti nei progetti. È così che L’uomo invisibile, secondo remake nato attorno alla presenza di Johnny Depp, abbandona la strada del blockbuster e la sua star protagonista, reinventandosi nelle vesti di horror a basso budget dai rischi contenuti e solide meccaniche di genere. E chi è che oggi a Hollywood è il re Mida dell’horror low-fi se non Jason Blum? Rinasce così questo L’uomo invisibile, dalla Blumhouse e da uno dei suoi autori chiave, già creatore di Saw e Insidious assieme a James Wan e regista del valido Upgrade: Leigh Whannell.

A fronte di un budget di soli 7 milioni di dollari il film ne incassa globalmente 122, prima che la sua corsa al botteghino venga interrotta dall’emergenza sanitaria Covid-19 e la sua distribuzione dirottata in streaming (e circuiti pirata annessi). Ci piace credere che, oltre alla forza del brand Blumhouse e alla massiccia campagna di marketing, un successo del genere sia dovuto al fatto che con Whannell, in linea con quanto visto in Upgrade, l’horror torni a essere uno strumento che ci parla del contemporaneo, una lente che permette di scavare e ingrandire le paure e le storture del mondo di oggi senza rifugiarsi in ombelicali ricostruzioni d’epoca o fughe nella tradizione. Con L’uomo invisibile l’horror è di nuovo affare di qui e d’ora, è materia che parla dei nostri corpi e delle nostre ossessioni, è indagine del corpo sociale e sublimazione del sogno tecnologico. Già Upgrade poneva la tecnologia al centro del racconto rendendola invisibile, aggiornamento cyberpunk in cui l’hardware non era più ipertrofia meccanica ma download di app innestate sottopelle; adesso al centro del racconto vi è di nuovo la tecnologia ma l’invisibilità diventa il fine, l’obiettivo da raggiungere per dare libero sfogo agli istinti e soddisfare desideri opprimenti. Su questa base, che arriva dal racconto di H.G. Welles e aveva già trovato strada filmica con il bel film di Verhoeven, Whannell opera un rovesciamento brillante, piegando la prospettiva della storia per mettere al centro una diversa forma di invisibilità, questa volta sociale e collettiva. L’uomo invisibile infatti è un film di stalking e relazioni tossiche, un film in cui la dinamica amorosa si piega nelle forme del controllo e dell’oppressione, nella manipolazione psicologica che isola la vittima e alimenta la paranoia. Elisabeth Moss, da sempre brava ma qui magnifica, interpreta infatti l’archetipo della donna a cui non riusciamo a credere, la vittima di una situazione che nonostante gli sforzi fatti per comunicare il pericolo non riesce a trovare attorno a sé una rete – politica, sociale, culturale – disposta ad ascoltare e quindi dare visibilità alla violenza che sta subendo e alla quale fatica a sottrarsi. Il suo ci appare un racconto impossibile, intessuto di esagerazioni, allucinazioni, fraintendimenti, quando invece la violenza del carnefice è proprio di tale isolamento che va in cerca e si nutre, in un gioco psicologico che è quello del ragno su una tela.

Questo modo di parlare di stalking e violenza di genere non è certo nuovo, Soderbergh di recente ne ha dato una dimostrazione eccellente con il suo hitchcockiano Unsane, e restando in tema di universi condivisi anche la prima stagione di Jessica Jones prendeva di petto il tema dell’abuso e della manipolazione psicologica; a rendere L’uomo invisibile un film importante nel panorama hollywoodiano di oggi è quindi la lucidità e il rispetto per le regole di genere, e di lì per lo spettatore, tali che il discorso retorico non si pone mai al di sopra delle immagini ma le innerva, rilanciandone il potenziale immersivo e la carica tensiva. Whannell riesce a parlare di questioni urgenti da una prospettiva inaspettata, e lo fa all’interno di una griglia puramente horror che ha del magnifico, e che rende L’uomo invisibile uno dei film più inquietanti ed effettivamente paurosi degli ultimi anni. Dovendo rispondere alla sfida di spaventare attraverso l’invisibile, il non visto, Whannell imbastisce una ragnatela di sguardi intessuta di soggettive (o supposte tali) e di lunghe inquadrature in spazi vuoti (che forse vuoti non sono) costruendo un vero e proprio manuale di tensione cinematografica, un compendio di come la grammatica filmica ormai assorbita anche dallo spettatore non cinefilo possa ritorcersi contro di lui, nutrendosi delle sue aspettative di visione. L’uomo invisibile è in questo senso un film di spettri che guardano, un horror che si presta alla teoria e che ben racconta alcune storture e ossessioni del contemporaneo, una origin story alternativa che evade dagli universi condivisi e scopre innovazione, intelligenza, efficacia (perché cos’altro è il racconto se non la genesi di una invisible woman pronta a diventare villain?).
Ma soprattutto L’uomo invisibile è una casa di specchi che spaventa perché isola lo spettatore nella sua paranoia, sottraendogli la certezza del visibile e della sua ripresa: siamo guardati da qualcuno senza che ne accorgiamo? Laggiù c’è qualcuno che ci osserva? O forse è tutto nella nostra mente, come gli altri vogliono farci credere?
«Lewis, is it you, or is it just me?».

Autore: Matteo Berardini
Pubblicato il 17/04/2020
Australia, USA 2020
Durata: 135 minuti

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