La recente redistribuzione di I diavoli di Ken Russell nella versione uncensored ci pone di fronte a una questione decisamente controversa. È possibile che un'opera così tanto osteggiata, mutilata dalla casa di produzione che l'aveva commissionata (la Warner), a distanza di 55 anni venga dalla stessa restaurata, reintegrata delle scene tagliate e redistribuita nelle sale, con l'etichetta Clockwork, in un periodo storico che, al contrario del 1971, sembra attraversato da nuovi oscurantismi? Hai visto mai che questa sorta di ripensamento si configuri come anticapitalismo gestuale, quel tipo di critica al sistema capitalistico ridotta a pura forma e feticcio di cui parlava Mark Fisher? Il film che, a detta del suo stesso autore, è il più politico di una filmografia che, tuttavia, non ha mai smesso di essere anarchica, libera e formalmente sontuosa, cosa ci dice del contemporaneo, una volta rimandato in sala nel 2026? Che la celeberrima sequenza nota come The Rape of Christ non sia più argomento sufficiente a suscitare la levata di scudi di una società illiberale (su Facebook occorre ancora ricorrere agli asterischi per oscurare il turpiloquio e si può essere segnalati persino per aver pubblicato una riproduzione de L’origine del mondo di Courbet), ma che questa apparente tolleranza venga meno quando entrano in gioco temi religiosi? Insomma, staremmo parlando di un progressismo di facciata, funzionale a gettare una coltre di nebbia su quel clima conservatore e di restaurazione che sta accompagnando l'avanzata delle destre nazionaliste e dei neofascismi?

Alla trentatreesima edizione del Festival di Venezia I diavoli vinse anche il Premio Pasinetti, ma costò al democristiano Gian Luigi Rondi, vicecommissario della Biennale del tempo, una dura reprimenda da parte di Don Claudio Sorgi del Centro Cattolico Cinematografico, e al poeta Giovanni Raboni il licenziamento dal quotidiano “Avvenire”, di cui era critico cinematografico dal 1968, per la recensione positiva al film. Oggi, però, si dirà, abbiamo fatto enormi passi avanti dal punto di vista dei costumi. Ne siamo così sicuri? Quasi in contemporanea, nei cinema, ha conosciuto un considerevole successo l'horror Mammina di Rob Savage che, al netto del suo nullo valore estetico, è sostanzialmente il racconto di un demone che intende sostituirsi a una donna il cui istinto materno non rientra nei canoni che solo uno sguardo patriarcale ritiene tali. Ironia della sorte, allora, I diavoli di Ken Russell, ispirato a un evento realmente accaduto (spacciato per “caso di isteria di massa in un convento”) così come raccontato da Aldous Huxley in I diavoli di Loudun e dalla sua trasposizione teatrale a firma John Whiting, da pamphlet sulla manipolazione politica delle masse rischierebbe, nell'anno domini 2026, di essere uno tra i tanti strumenti di distrazione atti a distorcere la percezione del mondo in cui viviamo. Possiamo vedere I diavoli al cinema nella sua versione integrale, ma non possiamo più esercitare il diritto al dissenso nelle piazze. Vexata Quaestio, vero?
L'opera di Russell, come se non bastasse, ci mette davanti anche a un'emblematica convenzione della critica attuale. Assistere a questa pellicola del 1971 ci costringe a rivedere la nostra fin troppo facile tendenza a etichettare quale capolavoro qualsiasi film si elevi, anche di poco, al di sopra della media, decisamente bassa, della produzione cinematografica generale. I diavoli è il risultato di una congiuntura astrale che fa convergere nello stesso oggetto artistico la maestrìa del regista, la visionarietà dello scenografo Derek Jarman, le interpretazioni espressioniste sia di Oliver Reed e Vanessa Redgrave sia dei comprimari, tra cui una nota di merito va a Michael Gothard il cui padre Barre è una specie di rockstar tra John Lennon e il futuro Tommy, protagonista eponimo della versione cinematografica del musical degli Who diretta dallo stesso Russell. La riedizione di un cult maledetto, per tirare le somme, è sicuramente un'occasione di riscoperta, ma è lecito, e finanche consigliabile, chiedersi da quali nuove “maledizioni” e censure si stia cercando di distogliere il nostro sguardo.