Il sesto senso

L'autentico manifesto fondativo di un cinema fatto di padri e figli che si legittimano e aiutano a vicenda, ribaltando le apparenze per vincere le paure.

Nel 1999 il mondo ha scoperto il cinema di M. Night Shyamalan. E non avrebbe potuto certamente farlo prima: il primo lungometraggio dell’autore, Praying with Anger, è infatti ancora adesso un film invisibile, mentre il secondo Wide Awake, recuperato quasi ovunque in home video, è giunto da noi tardivamente in televisione con il titolo A occhi aperti. Viceversa, Il sesto senso è arrivato nelle sale forte dell’importante macchina produttiva della coppia “spielberghiana” Kathleen Kennedy e Frank Marshall, della distribuzione Buena Vista Pictures, e della presenza di Bruce Willis, all’epoca divo d’azione, ma impegnato in un interessante tentativo di alternare le consuete scorribande avventurose a estemporanee incursioni nel cinema d’autore, buone per performance più spiazzanti (si pensi a L’esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam o La colazione dei campioni di Alan Rudolph). Se a tutto questo aggiungiamo il dibattito totalizzante sul celeberrimo colpo di scena finale, possiamo comprendere in fretta perché Il sesto senso sia poi rimasto, nella considerazione generale, un “esemplare unico”, un ufo che pubblico e critica hanno volutamente e colpevolmente tenuto slegato dal resto della produzione dell’autore.

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A rivederlo oggi, invece, il film si staglia come autentico manifesto fondativo di un percorso tematico-espressivo coerente e capace di tenere insieme la ricognizione sui codici spettacolari del cinema americano con una inedita e potentissima qualità umana. Qui come in futuro, infatti, Shyamalan plasma un cinema di padri e di figli che si legittimano e aiutano a vicenda, di persone mature che hanno “il dono di insegnare ai bambini ad essere forti in situazioni in cui quasi tutti gli adulti se la farebbero addosso”, quello che il dottor Malcolm Crowe di Willis si vede attribuire dalla moglie Anna nella sequenza iniziale. Uno status che però Shyamalan si premura immediatamente di sovvertire, mettendoci di fronte all’unico fallimento professionale dell’uomo e alla costante della pellicola, il continuo ribaltamento dei punti di vista.

Quello che vediamo non è dunque necessariamente ciò che è, ma riflette una dimensione interiore estroflessa, che di volta in volta potremo attribuire al piccolo Cole, che “vede” i fantasmi e per questo permea la propria visione soggettiva di un timor panico reso tangibile dalla fotografia di Tak Fujimoto; o quella dello stesso Crowe, che staziona in un limbo extra-vita, ignaro della propria sorte, convinto com’è che sia Cole ad aver bisogno di lui e non viceversa. Padri (o figure vicarie) e figli, dunque, che si proteggono a vicenda e definiscono i rispettivi ruoli, come accadrà ancora in Unbreakable, dove il supereroe David (sempre Willis) sarà visto come tale dal solo figlio; o come in After Earth, dove la missione di Kitai rappresenterà sia un percorso interiore che l’unica possibilità di salvezza per il padre Cypher.

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In tutta la vicenda dei fantasmi che minacciano il giovane protagonista, ma in realtà hanno solo bisogno del suo aiuto, Shyamalan è attento a gestire con calibratissima attenzione le apparizioni di Crowe per non svelarne il mistero, e persino la verità sul potere del bambino è palesata dopo quasi un’ora di racconto. Le scene horror spaventano ma in realtà portano in dote un precipitato di dolore che trasforma gli spettri in icone infelici, che si attirano la comprensione degli umani; e dove, non a caso, anche l’unico “caso” risolto da Cole, quello della bambina morta prematuramente, si rivela un piccolo mistery con tanto di madre avvelenatrice. Su tutto domina un’idea profondamente cristiana della pietas e della fede intesa come fiducia nel prossimo (come la ritroveremo più dettagliatamente in Signs, e in parte anche in Lady in the Water) in grado perciò di sconfiggere la paura (e ancora si può tentare un rimando con After Earth).

D’altra parte, nel perfetto gioco di ribaltamenti e calibrature del punto di vista, Shyamalan accentra il suo interesse sul rapporto in divenire di un medico scettico con un bambino che invoca una componente magica dell’esistere. E non ci verrà mai detto se Cole conosce la condizione di Crowe, semplicemente perché ciò che importa è il qui e ora dell’aiutarsi reciproco, del conoscersi, del fidarsi a vicenda e del vincere ogni timore accettando gli imprevedibili snodi del destino. Le considerazioni finali sono lasciate, giustamente, alla fiducia dello spettatore.

Autore: Davide Di Giorgio
Pubblicato il 12/01/2017

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