Apostolo

di Gareth Evans

Dopo il dittico di "The Raid", Gareth Evans cambia strada e realizza un film potente e visionario, ma riuscito soltanto a metà.

Apostolo

Nel cult The Wicker Man di Robin Hardy, tratto dal romanzo Ritual di David Pinner, il protagonista si recava in un’isola delle Ebridi alla ricerca di una bambina misteriosamente scomparsa, ritrovandosi a che fare con una comunità devota alle divinità pagane guidata da Lord Summerisle, una sorta di santone interpretato da Christopher Lee in uno dei ruoli più iconici della sua carriera. Cristianesimo contro paganesimo, raziocinio contro istinto, repressione contro libertà sessuale: queste erano le tematiche principali di un’opera ambiziosa e folle, punto di incontro liberissimo tra l’horror della tradizione inglese classica e il musical, mescolati insieme in un grande calderone per dare vita a un incubo dal sapore folk e genuinamente ambiguo.
Come del resto hanno sottolineato in tanti, è inevitabile guardare Apostolo e pensare al film di Hardy (o al suo remake americano Il prescelto, realizzato nel 2006 da Neil LaBute) come a uno dei punti di riferimento principali per Gareth Evans, che di fatto si muove da premesse narrative molto simili senza per questo rinunciare a un’impronta personale dai tratti molto marcati.

Dopo il buon successo di pubblico e di critica ottenuto con i due capitoli di The Raid, il regista britannico mette da parte la componente action che finora aveva prevalentemente caratterizzato il suo cinema per dedicarsi a un racconto dal respiro più ampio, assecondando quella grandeur di scrittura e messa in scena già dimostrata con The Raid 2 – Berandal e che qui si manifesta in tutta la sua ambizione, attraverso un affresco d’epoca (la vicenda è collocata temporalmente nel 1905) che abbraccia generi diversi seppur rivelandosi geneticamente un horror a tutti gli effetti (e non è difficile capirne il motivo). Ma al di là dell’appartenenza di genere, Apostolo rimane comunque un oggetto difficile da identificare con un’etichetta, distante com’è da qualsiasi forma preconfezionata di racconto da dare in pasto a un (grande) pubblico sempre più pigro e ormai arroccato quasi unicamente sulle icone del proprio passato; e se è vero che l’acquisizione da parte di Netflix ha garantito a Evans una visibilità forse non scontata, è altresì innegabile il rammarico per non aver potuto godere sul grande schermo di un film che fa dell’esperienza visiva e uditiva uno dei suoi maggiori punti di forza: ma questo, naturalmente, è un discorso da proseguire in altre sedi.

L’impressione più grande che si prova di fronte alla visione di Apostolo è quella di un film che crede fortemente nel ruolo, oggi forse un po’ dimenticato o addirittura sbertucciato, del racconto: anche sceneggiatore, Evans supera il limite delle due ore di durata e costruisce un intreccio che si dipana progressivamente, prendendosi i suoi tempi e lasciando che lo spettatore si immerga un poco alla volta all’interno di un film che non sembra possedere alcuna fretta di spiegare tutto e subito. Un approccio quasi classico, improntato molto sull’attesa e poco sul colpo di scena, in netta controtendenza rispetto a molti canoni attuali, e che almeno nella prima metà del film sembra promettere molto più di quello che poi riuscirà effettivamente a mantenere. Questo perché l’indagine del tenebroso protagonista Thomas Richardson, giunto su una lontana isola per riportare a casa la sorella rapita da una misteriosa setta di fanatici, all’inizio sembra il risultato di una perfetta alchimia tra fascino e mistero, complice anche tutta una serie di elementi sapientemente messi in campo da Evans: l’isola sperduta, i riti arcani che regolano la vita degli adepti della congrega, i cunicoli sotterranei che si nascondono sotto le case, il culto verso una divinità pagana ancestrale e sanguinaria. Complice anche il contributo notevole della fotografia di Matt Flannery e delle musiche di Fajar Yusekemal e Aria Prayogi, Evans si dimostra un narratore attento alle dinamiche del fantastico e capace di lavorare sui luoghi comuni del genere (si prenda ad esempio la sottotrama dei giovani amanti sfortunati, che sembra provenire direttamente da La maledizione dei Frankenstein di Terence Fisher, o da Il grande inquisitore di Michael Reeves), mettendo uno di fianco all’altro tanti piccoli tasselli in grado di formare un unico, grande arco narrativo costantemente sul punto di esplodere. Cosa che puntualmente avviene, ma troppo in fretta: tutta la seconda parte di Apostolo pullula di situazioni e personaggi dei quali vorremmo saperne di più, ma che alla fine rimangono abbozzati e in superficie (a cominciare dal protagonista e dalle sue tragiche esperienze passate in Cina, per esempio, qui soltanto accennate); come se i confini del formato film non fossero più sufficienti a contenere una mole di stimoli e idee che invece avrebbe necessitato di molto più tempo (e spazio) per respirare e vivere fino in fondo di vita propria. E quando il cerchio si chiude con una rabbia furiosa che ammanta qualsiasi cosa, lasciando intendere finalmente dov’è che voleva portarci Evans sin dal principio, ci si ritrova con la fastidiosa sensazione di doversi alzare da tavola per nulla sazi: come quando il film scopre le sue carte e si rivela per l’horror che è, storia di una terra che reclama carne e sangue, allontanandosi quindi dai territori di The Wicker Man per avvicinarsi molto di più a quelli del (colpevolmente) dimenticato L’albero del male di William Friedkin.

Autore: Giacomo Calzoni
Pubblicato il 12/12/2018
USA, Gran Bretagna 2018
Regia: Gareth Evans
Durata: 130 minuti

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