15/18 (A Place to Heal)
Pervaso da vitalità, il film di Khan dimostra intelligenza ponendosi come oggetto di studio antropologico entro un contesto culturale che, circa il soffrire e il morire, si muove tra rimozione e spettacolarizzazione, consapevole che l’una sia conseguenza dell’altra.
Già dal titolo si percepisce come il nuovo film di Cédric Khan (il suo tredicesimo come regista e sceneggiatore), presentato in Concorso a Venezia 83, abbia l’intenzione di coniugare due istanze distinte: l’una temporale, l’altra spaziale. Prima di essere un’opera su un luogo terapeutico, quindi, 15/18 (A Place to Heal) è un film che pone l’accento su una transizione esistenziale, quel periodo della vita collocato tra i quindici e i diciotto anni, tra le incertezze e le precarietà, i dubbi e le scelte, cosa tenere e cosa lasciare andare via. Nonostante questa sostanziale differenza e sovrapposizione semantica, il titolo asserisce che tanto uno quanto l’altro costituiscono sistemi chiusi in cui frizioni, conflitti e corpi – soprattutto corpi – risultano opportunità da abitare e da attraversare come un vero campo di battaglia, anziché situazioni da gestire in un reparto di psichiatria. Riconosciuto che il dispositivo cinematografico possiede questa duplice disponibilità narrativa, è allora possibile aprire un confronto con la densità emotiva proposta dalla vicenda, fatta di scontri, parole, tentativi di fuga e strategie per sopravvivere tra le macerie della propria giovane e acerba vita. Mutuando la retorica del conflitto bellico (le trincee, il trauma dell’offensiva, il tradimento, la ricerca di alleanze intersoggettive nella speranza di un imminente armistizio), la narrazione tende programmaticamente verso una chiarità epifanica, un bagliore per sperare che il giorno in cui tutto finisca sia dietro l’angolo, per raggiungere la salvezza.
15/18 (A Place to Heal) è un film pervaso da vitalità perché non ha paura di mettere in scena la fine, il fallimento, la crisi e la morte: ritiene che, dopo un deragliamento, sia possibile ricollocare la propria esistenza sui binari e vivere una vita altra. Anche soltanto per questa prima, fondamentale questione, il film di Khan dimostra intelligenza ponendosi come oggetto di studio antropologico entro un contesto culturale che, circa il soffrire e il morire, si muove tra rimozione e spettacolarizzazione, consapevole che l’una sia conseguenza dell’altra. Ammesso e non concesso che siano parte di un grande rito di esorcizzazione collettiva della sofferenza, il film sottintende un reticolato di domande scomode e quanto mai necessarie: sappiamo sostenere la visione di un concreto volto sofferente? Ha ancora un senso e una praticabilità la compassione, o è ormai soffocata tra indifferenza, rimozione, abitudine e paura? Attraverso questi sommersi interrogativi, e utilizzando il personale medico come vettore di umanissimi limiti, Khan sembra voglia porre l’accento sull’assenza di una vera disposizione all’ascolto che sappia farsi attenta alla solitudine e alle sofferenze (non solo) dei pazienti ospitati nel reparto 15/18. Le intenzioni di realismo finzionale a cui fa riferimento la didascalia iniziale vanno contestualizzate nel nostro presente e fanno i conti con le conseguenze dell’accoglienza di chi soffre: il paziente è colui che aspetta, teso tra la fissità coercitiva delle sue condizioni di salute e il dinamismo della sua cura. Condizione speculare a quella dello spettatore cinematografico che entra nel buio della sala, apre gli occhi e si nutre di una luce che lo cura, per poi uscire e tornare (guarito) alla realtà.

La generosità di Khan si palesa formalmente in una regia contrassegnata dalla frenetica sconnessione delle riprese, quando sceglie di pedinare da vicino le singole vicende dei suoi personaggi, restituendo tanto il disagio emotivo di chi soffre all’interno del film quanto la possibilità che cambiamento e destabilizzazione si accendano improvvisamente. Il regista è fortemente convinto che una luce, da qualche parte, possa illuminare il cammino dell’individuo e non manca di ribadirlo mediante la presenza della rete di competenze degli adulti, che devono assumersi le proprie responsabilità di fronte ai minori. È una tendenza piuttosto diffusa e tradizionalmente consolidata nel cinema francese (si rilegga in tal caso il saggio di Bergala dal titolo L’ipotesi cinema) più impegnato nei confronti della narrazione della società, che in passato ha visto autori come Cantet (La classe - Entre les murs) o Philibert (Essere e avere) affrontare analoghe questioni pedagogiche declinate nel mondo scolastico. Il punto di convergenza resta il gruppo, la collettività, la condivisione degli spazi, delle fatiche, delle pratiche. A partire dalle scelte di casting e dalla direzione attoriale (non a caso coronate con il premio Marcello Mastroianni assegnato a Malou Khebizi come miglior attrice emergente), l’opera di Khan risulta particolarmente suggestiva perché capace di restituire una coralità sopra le righe ma credibile, funzionale e genuina.
Il film inizia focalizzando l’attenzione su Lucia (interpretata da Khebizi, già apprezzata in Una ragazza brillante di Agathe Riedinger ed esemplare nel coniugare espressività e corporeità al vaglio della coercizione), una diciassettenne che viene portata dalla polizia al reparto di psichiatria adolescenziale di un ospedale pubblico, per poi fotografare tante altre piccole vicende di grande sofferenza. La sua storia converge con quella di altre ragazze e ragazzi, ognuno alle prese con le proprie difficoltà. Similmente a quanto espresso di recente dai fratelli Dardenne con Giovani madri, il film proietta lo spettatore dentro un reparto di psichiatria che assume il ruolo di finestra sul mondo, da aprire per raggiungere la consapevolezza che nessuno si salva da solo e che ciascuno è esposto al limite delle proprie responsabilità.
Il metodo di lavoro di Khan (tre macchine e innumerevoli riprese) ha permesso di mantenere il ritmo sempre serrato, coerente con la fluidità del racconto e con le autentiche interpretazioni del giovanissimo cast, pur tuttavia concedendosi alcuni facili passaggi, spinti a enfatizzare una drammaticità che non sempre risulta in equilibrio con gli assi portanti di un film realista come (vuole essere) questo. Nelle dichiarazioni del regista, 15/18 (A Place to Heal) si configura esplicitamente come un manifesto politico: «osservando e scrivendo, questi reparti sono diventati per noi il luogo in cui convergono tutte le ferite della società: il bullismo, le ansie causate dalla guerra e dalla crisi climatica, la droga, la violenza, il razzismo e le tensioni sociali. L’ospedale pubblico accoglie adolescenti di ogni provenienza e classe sociale, senza distinzione». Assume così un significato ancora più iperbolico l’episodio dell’incendio, tanto che l’insistenza con cui sono inquadrate le maschere di cartapesta realizzate dai pazienti del reparto risulta meno pulito. Qui il film rischia di deragliare in funzione di un eccesso di spettacolarizzazione e d’ambiguità, trascurando quella cura necessaria a tutelare lo sguardo che noi portiamo sul volto sofferente (in un film di volti e corpi sfigurati dal dolore, deformati dalle patologie o dalle dipendenze, devastati da cicatrici, alterati dall’alienazione). Una questione di sguardo che oscilla sempre tra ripugnanza e curiosità morbosa, convocato però a riconoscere sempre l’umanità, per quanto ferita o umiliata, di quel volto. Prima traccia per tornare a credere in sé stessi, riuscire a togliere la maschera e vedersi di nuovo amabili e visibili, come 15/18 (A Place to Heal) ribadisce più volte.