Bojack Horseman

di Raphael Bob-Waksberg

Il sentimento del contrario secondo Raphael Bob-Waksberg, ovvero perché lo show targato Netflix è diventato una delle migliori (e più dolorose) serie degli ultimi anni.

Chiamato ad illustrare la distinzione pirandelliana tra comico e umoristico, ogni studente italiano da decenni a questa parte deve passare per la celebre “signora imbellettata”, forse la figura più famosa della nostra teoria letteraria. Ma cosa succede se all’immagine dell’anziana madama sostituiamo quella di Bojack Horseman? Immaginiamo allora di trovarci in una villa hollywoodiana, circondati da vuote bottiglie di alcolici, mozziconi di sigaretta, pillole non proprio farmaceutiche e una sconosciuta nel letto. Al centro di tutto questo vive un cavallo antropomorfizzato, impegnato a bere, imprecare e ferire il prossimo, una situazione che ci scatena il riso perché avvertiamo come il nostro cavallo sia l’opposto di ciò che dovrebbe essere: una ex-star di Hollywood con seri problemi comportamentali, ma soprattutto un uomo. Veniamo così colpiti dall’effetto comico della situazione. Tuttavia, se ci fermassimo a questo, avremmo notato semplicemente l’effetto del contrario scaturito da Bojack.

Proviamo invece ad andare più a fondo in quest’immagine, altrimenti superficiale, e notiamo come il nostro Bojack sia in realtà un personaggio depresso e autolesionista, traumatizzato da un’infanzia anaffettiva e prigioniero di un presente accidioso vissuto all’insegna dell’egocentrismo e dell’autodistruzione, pulsioni che vanno a braccetto con un vittimismo giustificazionista che anno dopo anno è diventato il tema principale del racconto che Bojack fa di sé stesso. A monte di tutto un senso di costante alienazione, un’insoddisfazione esistenziale che porta al tentativo, ciclico e fallimentare, di trovare un proprio posto nel mondo. La realtà hollywoodiana che circonda Bojack vive infatti di simulacri e idealizzazioni, una società dello spettacolo le cui immagini coprono a stento l’angoscia e la solitudine che quello stesso regime di simulazione contribuisce a creare. Bojack e compagni, tutti alla ricerca di una soluzione esistenziale ma sempre comunque intrappolati in un inferno di incomunicabilità e relazioni insolute, a volte feroci, diventano così un qualcosa di cui non possiamo più ridere con facilità, un qualcosa che in un modo scomodo e agrodolce riconosciamo nostro perché lo ritroviamo anche qui, dall’altra parte dello schermo. Piuttosto che il leggero intrattenimento che ancora si associa (con soluzione sempre più di comodo) al mondo della narrazione animata, l’orizzonte di riferimento sembra essere quello di un racconto di David Foster Wallace, un panorama desolato in cui il riso nasce e assieme si spezza, mentre scava a fondo con gli strumenti dell’assurdo e del grottesco nelle contraddizioni più intime della condizione umana. Eccoci arrivati al sentimento del contrario, e al livello più umoristico e doloroso del reale.

Il merito di tutto questo è della squadra guidata dal giovane Raphael Bob-Waksberg, classe 1984 ma autore già dotato di una poetica complessa e mai scontata, tra le più preziose nell’attuale panorama seriale. Accompagnato dalle immagini di Lisa Hanawalt, Bob-Waksberg ha realizzato un’opera stratificata e coraggiosa, unica per come riesce a bilanciare tra loro i toni apparentemente inconciliabili della satira più acuta, del demenziale e del ritratto esistenziale, elementi eterogenei che si susseguono senza soluzioni di continuità all’interno di strutture narrative spesso sorprendenti per come riescono a comprimere in venti minuti di racconto sperimentazione e analisi psicologica.

A ben guardare il percorso intrapreso è quello aperto della critica sociale contenuta nelle prime stagioni de I Simpson, con le quali Matt Groening ha offerto un ritratto caustico e impietoso della famiglia americana. Anche a Springfield infatti (almeno nei primi anni dello show) il comico evolve in umorismo, le tensioni familiari, le solitudini, l’alienazione lavorativa e sociale diventano il carburante di battute corrosive e spesso feroci. Tuttavia con Bojack Horseman Bob-Waksberg rilancia ulteriormente la posta in gioco e lo fa grazie allo spessore psicologico dei personaggi e al racconto del dolore, della centralità che la sofferenza e le sue infide conseguenze hanno nell’agire umano.

Non c’è un personaggio di Bojack Horseman che non sia in qualche modo danneggiato, ferito, spaesato dal confronto con il suo contesto e le persone care che lo abitano, tramortito da insicurezze e traumi. Diane, Todd, Princess Carolyn, Sarah Lynn, tutti loro vivono una forma di inadeguatezza, un’insoddisfazione più o meno sotterranea riguardo la propria identità e le scelte fatte in passato. Nel più straziante episodio di sempre, That’s Too Much, Man!, Sarah Lynn torna per colpa di Bojack nella spirale della droga, e prima di morire di overdose ripete il suo desiderio giovanile di diventare architetto, un destino sfumato in una vita consumata dalla fama e dall’assenza di punti di riferimento. Del resto questo è forse il peccato maggiore di Bojack, l’aver fallito il suo ruolo paterno nei confronti di Sarah arrivando a contribuire direttamente alla sua morte; qui siamo all’apice di una stagione di sorprendente spessore in cui il percorso riservato al suo protagonista si è fatto particolarmente amaro e spietato. La terza annata della serie di Bob-Waksberg segna infatti un passo avanti rispetto alle precedenti (già di per sé ottime) e porta gli sbandamenti di Bojack su binari a volte dolorosamente insostenibili, altre gloriosamente malinconici (il subacqueo Fish Out of Water, senza dubbio uno dei più grandi momenti dell’animazione seriale americana), sempre capaci di toccare corde che evadono dalla sola dimensione di satira hollywoodiana. Pur ruotando attorno alla cerimonia degli Oscar, quest’ultima stagione ha dimostrato la capacità dello show di focalizzarsi sull’intima personalità dei suoi personaggi, attraverso i quali vengono toccati argomenti come l’aborto, l’identità sessuale, la depressione e il senso della vita con una libertà e una sensibilità che hanno davvero pochi uguali nel cinema e nella televisione di oggi.

Autore: Matteo Berardini
Pubblicato il 20/03/2017

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