Se la strada potesse parlare

di Barry Jenkins

Come "Moonlight", più di "Moonlight": adattando il romanzo di James Baldwin, Barry Jenkins torna con il suo cinema morbido ed estetizzante.

se la strada potesse parlare - recensione film barry jenkins

Con Se la strada potesse parlare si può finalmente parlare di poetica per Barry Jenkins. Il regista americano, ora al terzo film, ne ha fatto una missione: partire da una tematica controversa, ed elaborarne la variazione sul tema in chiave soffusa, elegante, morbida come seta. La poetica dell'estetizzazione arty applicata a problematiche sociali complesse.
Il plot che If Beale Street Could Talk prende in prestito - dal romanzo del fondamentale e fino a qualche anno fa pochissimo tradotto autore James Baldwin - è volutamente esile, poco più che una traccia. Nella Harlem dei primi '70 vivono Tish e Fonny. Sono giovani, belli, afroamericani. Si conoscono, si innamorano, lei rimane incinta, decidono di sposarsi. Ma le difficoltà familiari ed economiche che il grande evento porta con sé sono poca cosa in confronto a ciò che li aspetta. Fonny viene infatti accusato di stupro, da una donna portoricana che non ha ragioni di mentire. Di fronte a un sistema penale che non ha nessuna fretta di ascoltare la loro versione, Tish intraprenderà un calvario personale per dimostrare l'innocenza di Fonny.

Dal novembre 2016, Hollywood sente la necessità di presentarsi con nuovi idoli. Le vecchie icone dell'industria cinematografica americana (anziani bianchi pacatamente riformisti) non rappresentano più l'ideale di un Paese con disperata voglia di cambiamento. L'incredibile, rocambolesco trionfo dello sconosciuto Barry Jenkins agli Oscar 2017 è stato il big bang della nuova sensibilità che tuttora guida le regole mediatiche dello showbiz USA. Allora, il “conservatore” La La Land fu sconfitto a sorpresa da Moonlight: giovanile, black, pacatamente progressista. Barry Jenkins era già tutto lì, con la sua estetica levigata, i suoi ritmi dreamy, la sua serenità da santone conscious. Un'opera, forse, la cui importanza sociale superava l'effettiva “caratura artistica” (non che nel cinema una simile distinzione abbia molto senso). In Europa molti, di fronte al film, si chiesero semplicemente “perché”. Se lo chiederanno anche con Se la strada potesse parlare.

Il film è la cartina tornasole di questo autore, eroe di un nuovo cinema civile positivo, che tende ponti e che piace. Non è un caso che questa seconda generazione di cineasti afroamericani così consapevoli del proprio ruolo (e di cui Jenkins è leader insieme a Ryan Coogler e Jordan Peele) piaccia tanto all'establishment. Rispetto alla prima storica ondata dei Mario Van Peebles, John Singleton (indirettamente presente qui grazie al recupero dell'immensa Regina King), e ovviamente Spike Lee, questa new wave non ce l'ha con nessuno. Non mira ad attaccare, quanto a conciliare. Finita l'era della contrapposizione politica, inizia quella dell'empowerment: diamo al nostro nuovo pubblico un prodotto suo, che li dipinga belli, forti, incorniciati in bei colori autunnali. E Se la strada potesse parlare è effettivamente bellissimo, pur secondo la concezione contemporanea un po' superficiale di “bello” applicato al cinema (plastiche inquadrature Instagram, musica sinfonica, attori fotomodelli). Bello, si, ma solo quello. Il cinema di Jenkins è sontuoso, affascinante, ma inesorabilmente debole. Ed è la sua stessa natura conciliatoria a renderlo tale.

Se la strada potesse parlare è un film orizzontale: non c'è una visione forte, un punto di vista, un'urgenza che catalizzi il racconto in una direzione. Necessariamente, finisce per vivere più che altro di singoli momenti, intuizioni. Che qui sono due: il violento e teatrale scontro tra le due famiglie all'annuncio del grande evento (scena magistrale, che avrebbe potuto essere al centro del film: il disprezzo della classista e uncle tom mamma di Tish – con quella parlata fasulla e i capelli piastrati in una disperata imitazione dell'élite bianca – nei confronti della più orgogliosa e proletaria famiglia di Fozzy), e un lungo, angosciante monologo del sempre fenomenale Brian Tyree Henry sulla sua agonia di pregiudicato. Momenti appunto, suggestioni che galleggiano in una lunga sinfonia tanto bella a guardarsi quanto priva di carica emotiva e drammatica. Non a caso i due eroi, Tish e Fozzy, rimangono personaggi a metà, sospesi in una passività inquietante.
L'obiettivo prima di tutto politico di Jenkins sembra quello di costruire in vitro l'estetica di un ideale cinema black-aristocratico: se Spike Lee aveva portato Godard prima e poi Scorsese nella sua Bed-Stuy, Jenkins mira alla legittimazione critica, con i santini di Antonioni e Wong Kar-wai attaccati alla cinepresa. Ma non è nessuno dei due, e al netto dei formalismi, della storia di Tish e Fozzy sembra importare poco a lui per primo.
Ampliando un discorso teorico e formale già sviluppato in Moonlight (che aveva dalla sua un'idea strutturale interessante a supportare il bozzetto di gender study), Barry Jenkins punta alla grandeur classicista e si conferma un autore americano importante. Peccato che i suoi film ancora non lo siano. Rimangono opere decorative, graziose, ma drammaticamente sterili.

Autore: Saverio Felici
Pubblicato il 21/01/2019

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