Roubaix, une lumière

di Arnaud Desplechin

Il noir secondo Arnaud Desplechin. L’uomo è rovinato dal mondo intorno, ma comprendere la nostra natura può sempre portare alla catarsi.

Roubaix une lumière Arnaud-Desplechin recensione film

Il commissario Maigret ha avuto tanti volti: da Pierre Renoir a Michel Simon, da Jean Gabin a Gino Cervi. Ma questo ancora mancava: Maigret trasfigura nell’attore beur Roschdy Zem, francese con genitori marocchini, in Roubaix, une lumière di Arnaud Desplechin, presentato in concorso al Festival di Cannes 2019. Non si chiama Maigret naturalmente, bensì commissario Yacoub Daoud, algerino, ma poco importa perché il riferimento atavico è al protagonista dei romanzi di Simenon: un investigatore che si impregna del suo ambiente, lo frequenta e interroga, entra nella natura delle persone e cerca di comprendere le motivazioni alla base, anche le più scomode e spiazzanti. E non vive a Parigi in un appartamento sulla rive gauche bensì a Roubaix, uno dei centri più poveri della Francia e città natale di Desplechin, che compone così “una specie di omaggio”. Una specie perché il suo unico film che porta l’elemento autobiografico nel titolo è forse il più cupo e desolato, piantato in una riflessione sulla natura umana che è dostoevskijana, e che concede uno sprazzo di luce (“une lumière”) proprio nel personaggio del commissario Daoud. Ma per arrivarci il percorso è doloroso e a tratti insostenibile.

Ispirato a un caso di cronaca nera avvenuto nella città, il racconto si sviluppa intorno all’omicidio di un’anziana signora, trovata brutalmente uccisa nella sua casa forse a scopo di rapina. Le vicine sono due ragazze che vivono insieme, Claude (Léa Seydoux) e Marie (Sara Forestier), le quali sostengono di non aver sentito nulla perché nel corso di una serata alcolica... Daoud dovrà affrontare il caso con un nuovo arrivato, il tenente Cotterel (Antoine Reinartz), poliziotto giovane e  sguardo “crusoeiano” che si trova per la prima volta a confrontarsi con la disagiata realtà di provincia. Prima di tutti loro, infatti, c’è Roubaix: città poverissima, segnata dalla disoccupazione e dall’emarginazione, in cui l’assenza di ogni altra opportunità spinge inevitabilmente verso l’illegalità. Lo mostra già all’inizio Desplechin, con un radicale antididascalismo che si nutre di immagini fulgide: nella notte natalizia c’è una macchina che brucia, scoppiano risse, un uomo si reca in centrale fingendo un reato per truffare l’assicurazione, ovviamente incolpando degli stranieri. Senza psicologismi Roubaix la abbiamo tutta davanti agli occhi.

Arnaud Desplechin è un autore. Con una definizione solo apparentemente sorpassata, è così che egli concepisce se stesso e quindi il suo cinema: una tela su cui disegnare la natura umana nei tormenti profondi, un’attività alta e intellettuale che riflette anche su di sé, si guarda allo specchio, ospita doppi e ritorni, fa cinema nel e sul cinema. Non è un caso che i personaggi dei suoi film tornino spesso come spettri, abbiano gli stessi nomi (Ismael o il joyciano Dedalus) e perfino gli stessi volti, come quello dell’alter ego Mathieu Almaric, che è Ismael ne I Re e la Regina, diventa Dedalus ne I miei giorni più belli e “torna” Ismael ne I fantasmi di Ismael, dove Dedalus è interpretato da Louis Garrel... Desplechin tesse una densa ragnatela d’autore: ama portare avanti lo stesso film in diversi capitoli, installandovi dentro molto cinema, a partire dal Doinel di Truffaut. Ma Roubaix, une lumière è un po’ diverso. Si sente nitidamente la persistenza di alcuni temi prediletti, anzi ossessioni, come quella della memoria, con il commissario Douad che ricorda affettuosamente una  gioventù ormai svanita: ma questo “cripto-Maigret” di retrovia è il pretesto per uno studio ambientale pieno di durezze e asperità, che guarda in faccia la sofferenza.

Tra i vari problemi che affronta quotidianamente (come una ragazza scappata da casa o uno stupro)   gradualmente emerge la centralità dell’omicidio che conquista il cuore dell’intreccio. E allo stesso tempo risulta evidente l’implausibilità della versione di Claude e Marie, che nascondono qualcosa: nel loro rapporto, indovina Douad, c’è la chiave per risolvere il caso. È qui che Desplechin si esalta: tenendo separate le due in stanze distinte della centrale, allestisce un procedural dell’anima in cui i poliziotti interrogano a turno l’una e l’altra, sperando di aprire una breccia verso la verità. Il regista esegue una geometria di sguardi e prospettive, di punti di visione, congelando radicalmente la concitazione tipica del poliziesco: nel lunghissimo interrogatorio è piuttosto una paziente maieutica che tira fuori la verità alle ragazze, delineando i contorni anche struggenti del loro rapporto, in cui l’amore dell’una per l’altra (e non viceversa) è sbocciato in un contesto degradato e si è avvitato nella disperazione delle loro vite, portando infine al gesto estremo.

Emersa la soluzione, però, il racconto prosegue e riserva un altro colpo di scena: il commissario Douad si reca nella cella delle ragazze e le “capisce”. Il dialogo con Lèa Seydoux si fa particolarmente straziante, vertendo sulla bellezza della giovane che dopo il “paradiso perduto” dell’adolescenza è stata erosa dal contesto. E nondimeno è la Marie di Sara Forestier il brutto anatroccolo che ha intravisto un’ipotesi d’amore prima di finire alcolizzata e smarrita: due prove magnifiche, entrambe attrici di Kechiche, entrambe già dentro il cinema di periferia. Douad, proprio come Maigret, attraverso l’immersione nel contesto è arrivato alla comprensione del gesto criminale: che non è giustificazione ma pietà, ovvero la presa d’atto di una natura degradata, la scoperta che a Roubaix anche gli assassini sono vittime. Una rivelazione che Douad ha dentro da sempre, in realtà, e per questo declina nella pratica poliziesca con calma olimpica, nella consapevolezza che anche il colpevole merita una carezza. Ecco che Douad nel finale può cavalcare gli amati cavalli, il passatempo preferito, ancora come Maigret che nel tempo libero leggeva i libri di Alexandre Dumas. Nella stagione cinematografica Roubaix, une lumière e I Miserabili di Ladj Ly sono i due grandi film francesi sulla periferia, sui poveri e i disgraziati: antitetici tra loro, comprensione contro rivolta, entrambi ribaltano la visione tradizionale degli ultimi e aggiungono un nuovo tassello. Per Desplechin l’uomo è rovinato dal mondo intorno, ma comprendere la nostra natura può sempre portare alla catarsi.

Autore: Emanuele Di Nicola
Pubblicato il 03/06/2020
Francia 2019
Durata: 119 minuti

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