Men

di Alex Garland

Alex Garland va al debutto per la A24 con il più stereotipico horror del filone. Opera forte e interessante - ma il treno dell'entusiasmo è passato da un pezzo

men recensione film Garland

Alex Garland irrompe con Men nel fortunato filone dell'horror indipendente A24, e la sensazione non può che essere quella di un debutto tardivo. Non è certo un caso che, proprio in questi mesi, sempre più eroi del sottogenere se ne siano affrancati in direzione di nuovi lidi espressivi (non ultimi, Robert Eggers con The Northman e Jordan Peele con Nope): l'offerta è satura, il meglio è passato, e anche i più ben disposti non posso che sbadigliare di fronte alla reiterazione dei soliti trucchi. E se il bel film del regista britannico è ingiustamente passato inosservato, è solo colpa di questo discusso e discutibile movimento, ormai talmente scarico e prevedibile da aver disaffezionato il pubblico anche ai pochi autentici scossoni.

A uno sguardo superficiale, Men pare una sintesi talmente macchiettistica di tale produzione, da far alzare gli occhi al cielo anche al suo più accanito difensore. Il titolo di una parola, le interpretazioni-performance, la metafora, la gimmick, il trauma, la coppia, la casa... Tutto ritorna, ancora e ancora. E' l'Horror Metaforico A24 (che per un breve periodo si ebbe pure il coraggio di chiamare elevated horror), cinema esangue e minimale, dove un pretestuoso elemento fantastico è chiamato a insaporire storie che, in fondo, rimangono drammi familiari piuttosto convenzionali. Un'autentica macchina, alla ribalta ormai da 7-8 anni (e a cui molti, da Ari Aster a Jennifer Kent, da David Mitchell allo stesso Peele, devono la carriera): film-apologhi, spesso centrati su una singola allegoria che traduca visivamente un grande tema "di tendenza", e costruiti a ritroso partendo da essa. Riusciti o meno, si tratta di lavori ormai inquadrati, cui ci si approccia come con le barzellette, chiedendosi "dove andrà a parare" mentre si attende la punchline (che delude sempre: come diceva Welles, "il messaggio che si può mandare con un film è roba che starebbe scritta sulla punta di uno spillo").

Men si accoda al trend più estremo del filone: quello che vede gli autori mettere la metafora direttamente nel titolo, bypassando così l'annoso problema dell'interpretazione per consegnare personalmente la chiave di lettura al pubblico. Fu forse l'impagabile Madre! a sdoganare la pratica, ed è infatti quello il parente più prossimo del film di Garland. Come il più sarcastico lavoro di Aronofsky, anche questo mira a sincretizzare i riferimenti più disparati in una sorta di fiaba nera universale, giungendo alla sintesi di un'esperienza archetipica condivisa (lì nientemeno che la Creazione, qui la violenza maschile). Per costruire la sua cosmogonia della manipolazione predatoria, l'autore chiama allora a sé un'immaginario religioso-mitico-pagano trasversale, metastorico, forse con l'intento di evidenziare una piaga congenita dell'intero DNA inconscio maschile. Operazione sicuramente ingenua, ma volenterosa: il punto di approdo è infatti un folk horror eterodosso, mai decorativo, sicuramente più onesto e ambizioso di un Midsommar qualunque (film in cui l'insofferenza del suo autore per il genere raggiungeva a tratti il disprezzo e la parodia).

Il pastiche esoterico di Garland è intrigante, pur muovendosi su analogie note. Tira dentro banalità (mela del peccato, troll sotto il ponte), e chicche più gustose (le sheela na gig gaeliche), portando il suo consueto balletto di estetismi a estremi lirici che sfiorano il tarkovskijano.
Eppure, nonostante la sua corsa invasata verso un notevole finale a metà tra Kenneth Anger e Andrzeij Zulawski, il delirio di Men è solo apparente. Se l'impressione è quella di assistere ad un automatismo psichico puro (per dirla alla Breton), la realtà è quella di un'opera rigorosa, forse troppo, la cui ordinatissima architettura di richiami non fa che rispecchiare i meccanismi difensivi di una mente femminile a pezzi. Uno dei tanti punti in comune con il simile (e superiore) Sto Pensando di Finirla Qui, opera quasi gemella a sua volta benedetta della sempre più grande Jessie Buckley - interprete decisiva, capace di donare tragicità e spessore anche al "solito" ruolo di donna sola sconvolta dal Trauma (protagonista fisso di questi film almeno quanto la vergine urlante lo era del vecchio slasher).

Dietro la patina avanguardista e le immancabili "spiegazioni" che già ne affollano la bibliografia online, Men è dunque un prodotto relativamente accessibile, centrato con cinica precisione sugli standard di un filone fin troppo acclamato. Cinque o sei anni fa avrebbe colto lo zeitgeist, e sarebbe diventato l'horror preferito di un sacco di gente: oggi abbiamo visto di tutto, siamo stanchi, assuefatti, un po' stufi. Ma è importante resistere alla tentazione di liquidarlo con eccessiva severità. Sarà il tempo, e non la critica, a rendergli giustizia: come è sempre stato, d'altra parte.

Autore: Saverio Felici
Pubblicato il 05/08/2022
USA 2022
Regia: Alex Garland
Durata: 100 minuti

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