Normal

di Adele Tulli

Un gaze tour nelle definizioni di genere e nei modelli mentali che la nostra società orizzonta

Normal di Adele Tulli

Alla sua opera prima, Adele Tulli, riesce nel costruire un mosaico di modelli situazionali che definiscono l’intera struttura mentale di una società, come la nostra, patriarcale e sessista. Attraverso delle situazioni filmate, specchiate sia nell’alternanza di montaggio bipolarizzato sia da una semantica associativa frame by frame - sottolineata dall’evoluzione temporale di crescita del maschile e del femminile - la regista innesca delle combustioni di significanti che raccontano, in divenire, un modello mentale univoco ed opprimente.

Un gaze tour, dove lo sguardo ondivago scolpisce delle situazioni comuni (normali) nelle quali è l’ideale sociale predominate ad imporre degli script comportamentali. Script che crescono arrivando ad autodefinirsi, e radicalizzarsi, con la crescita sociale dell’individuo. E’ la sensazione di normalità filmata a definire degli schemi prestabiliti – come intesa nell’accezione data dallo psicologo inglese Charles Bartlett, e quindi punto di stoccaggio delle informazioni derivate dall’esperienza che “costituiscono distinte forme di conoscenza astratta” - schemi questi che subiamo spesso socialmente ed inconsciamente. E, merito della regista, è l’aver creato delle sincronie in grado di “sollevare” dall’inconscio sociale degli automatismi comportamentali che indottrinano il comportamento, teso verso la normalizzazione, verso una precisa tendenza divisoria tra il maschile e il femminile. Costrutti psicologici, raggruppamenti concettuali di conoscenza maturati nell’esperienza stereotipata, building blocks per pareti divisorie che, crescendo, diventano camere stagne. E’ interessante notare come il documentario riesca ad evocare nei frame una sempre più conturbante costrizione dell’individuo ad essere, e diventare, meccanismo di una stereotipizzazione gender. Frame, intesi non nell’accezione di immagine, ma di contesto sociale schematizzato, insieme più grande che contiene gli script, le istruzioni comportamentali schematizzate.

Normal è costruito come una tesi espositiva, precisa e tesa ad una risposta di sintesi, risultante dalla successione, e sincronia, delle situazioni individuate. Film che procede muovendosi nell’inconscio dello spettatore, come un motivo già sentito ma dimenticato, un déjà vu di immagini alternate, che torna e ritorna sempre su un significato recondito, distante, ma nella realtà molto presente ed imperante. Un finale che viene a posterizzare una precisa definizione di intenti, definizione che avrebbe mantenuto, ancor di più, tutta la sua sublime sincerità se non avesse preteso un solo, ed inequivocabile, significato. Un documentario che sarebbe partito e giunto, dalla sincronia semantica espositiva a dei significati più massimizzati, e inconsciamente precisi, se avesse scelto di terminare nella sua inalterata alternanza situazionale. E’ lì che sarebbe arrivato al suo naturale zenit, e ci avrebbe inquietantemente rappresentato in tutta la sua forza e sfuggevolezza. Correndo il rischio di opacizzare un’operazione che avrebbe avuto la forza sfuggente dell’abbaglio, e concedendosi ad una specifica, e restringente, definizione di genere, Adele Tulli mette in piedi un documentario che si fa specchio silente, e riflettente, del bisbiglio sessista che la società attuale ci sussurra perseguendo una schematicità dalla quale è difficile uscire.

Autore: Giorgio Sedona
Pubblicato il 24/06/2019
Italia, 2019
Regia: Adele Tulli
Durata: 70 minuti

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