Musikanten

di Franco Battiato

Tra suggestioni mistiche, invettive politiche e ironia nonsense, il secondo lungometraggio di Franco Battiato è un inno liberissimo all'eccellenza artistica contro la mediocrità, un'opera difficilmente definibile a cui manca però la misura e un solido focus sulla materia trattata.

musikanten - recensione film battiato

Uh! Com'è difficile restare calmi e indifferenti
mentre tutti intorno fanno rumore
Bandiera bianca

E scendo dentro un oceano di silenzio sempre in calma
L’oceano di silenzio

Correndo il rischio di risultare profani e profanatori, Musikanten di Franco Battiato potrebbe suggerire a tratti dei punti in comune con il cinema di Marco Bellocchio. Questo per il suo intrecciarsi di piani temporali lontani, scovandone le sottili convergenze sotterranee e le affinità elettive; per la sua coriacea tensione intellettuale e, non ultima, politica; per l’antirealismo e l’onirismo di fondo come propulsore di un percorso interiore che procede tra le pieghe e le piaghe del tempo e dello spazio, nutrito da una schiera di personaggi e situazioni ostentatamente sopra le righe; ma anche, infine, per la capacità di coniugare dramma e grottesco. E dunque per il rifiuto dei codici classici del biopic, respinti, più che elusi, in un’ottica che trascende il singolo e abbraccia invece la singolarità. Un Bellocchio, bene inteso, molto più interessato allo spirito che alla Storia, e fuori dai tortuosi gineprai della psicanalisi. Non è forse un caso che Musikanten venne presentato, nel 2006, proprio all’interno del Bobbio Film Festival. Ma Musikanten è tutt’altro rispetto al lavoro di un maestro consolidato del cinema, bensì un oggetto indefinibile e orgogliosamente refrattario persino alla grammatica cinematografica di base, “divertimento” artistico approcciato dal cantautore con la stessa indole dichiaratamente sperimentale dei dischi degli anni Settanta, l’epoca di Fetus e Pollution.

Dopo l’esordio di Perdutoamor, Battiato, di nuovo con l’inossidabile collaborazione di Manlio Sgalambro alla sceneggiatura, torna alla macchina da presa per raccontare dolori e glorie di Ludwig van Beethoven (Alejandro Jodorowsky). Ma prima di entrare nella Vienna di inizi ‘800, Musikanten sceglie come ponte al mondo del compositore la vita di Marta (Sonia Bergamasco), giovane conduttrice insieme a Nicola (Fabrizio Gifuni) di un programma televisivo dedicato alle tradizioni musicali di diversi paesi e ora alle prese con un nuovo progetto. Quando Marta accetta di sottoporsi a una seduta di regressione ipnotica proposta da uno sciamano, entra nei panni di un principe al seguito del compositore tedesco. Di quest’ultimo viviamo alcuni frammenti degli ultimi anni di vita, segnati dalle frizioni con i critici musicali, dal demonio della sordità e dal rapporto problematico con il nipote Karl. Ma soprattutto dall’ininterrotta ricerca musicale, perseguita con rabbiosa ostinazione e culminata nella composizione della Nona sinfonia. Dopo la processione ai funerali di Beethoven, torniamo al presente di Marta per assistere al surreale e inquietante comunicato televisivo che annuncia il colpo di stato del cosiddetto Partito Democratico Mondiale.

Se in Perdutoamor, tramite l’alterego di Ettore, veniva trasfigurata l’infanzia e la giovinezza di Battiato, in Musikanten non è difficile immaginare una sovrapposizione tra il Battiato della piena maturità, cantore indignato dalla dilagante decadenza umana e artistica, e il musicista tedesco, fiaccato dagli anni ma indomito nelle sue fatiche musicali, contro mode e compromessi. «Quanto al Don Giovanni, l’arte è santa non dovrebbe prostituirsi» afferma il compositore, in polemica con l’asservimento dello stesso Mozart a certe logiche di consumo, quasi riecheggiando al di là dei secoli alcune invettive di Bandiera bianca. Musikanten è così un libero, liberissimo omaggio all’eccezionalità del genio e dell’eccellenza musicale come antidoto alla mediocrità e al cicaleccio mondano (la sordità come dono anziché come condanna), un inno alla ricerca e al potere liberante della musica che trascende le epoche e sopravvive alle brutture umane e politiche di ieri e di oggi. Esperimento libero a partire proprio dalla rinuncia a forme e formule, fuori da qualsiasi canone cinematografico, in un'eversione tanto dei tempi, con un montaggio dissonante che segue regole proprie e una fotografia dagli esiti incostanti, grezza e destabilizzante, quanto della recitazione, svincolata da una concreta regia.

Battiato afferma dunque con decisione la sua poetica, con un gesto tanto più radicale quanto azzardato rispetto all’esordio di Perdutoamor. Una scommessa che il cantautore ha lanciato unicamente a se stesso, evidentemente convinto del valore eversivo di un’opera che è prima di tutto un’incognita per lo stesso autore, un esperimento certamente autentico ma a cui manca la misura. A fronte di un’opera riuscita come Perdutoamor, in cui Battiato dimostra di saper gestire la materia cinematografica al servizio di uno sguardo molto personale, è chiaro come i problemi di Musikanten non siano da imputare tanto alla mancanza di dimestichezza con le regole del cinema, quanto a un convinto ma maldestro tentativo di scardinare queste ultime. Ricco di suggestioni misticheggianti, commistioni tra alto e basso, incursioni nonsense, invettive politiche, momenti di gustosa ironia (quasi una enciclopedia del repertorio dell’autore), Musikanten risulta un oggetto sincero e in buona parte coerente, ma troppo avvoltolato in sé stesso per quanto paradossalmente intriso di un’anima universalistica, la cui vera pecca non è tanto l’estetica talvolta respingente, quanto il rischio, - questo sì difficilmente perdonabile -, di appiattire involontariamente l’immagine del musikanten Beethoven in una cartolina sbiadita e ricamata di cliché, a cui inoltre la recitazione in overacting del regista Jodorowsky non riesce a dare spessore, compromettendo ulteriormente il risultato finale. Resta comunque un’opera onesta, un divertimento, dicevamo, proprio perché concepita come avventura emancipata della macchina da presa vissuta da uno dei più importanti musikanten del ‘900, ostinatamente refrattario, nel bene e nel male, al compromesso.

Autore: Riccardo Bellini
Pubblicato il 19/06/2021
Italia, 2006
Durata: 92 minuti

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