20.000 Days on Earth

Il film è il migliore omaggio mai dedicato al vate australiano, ma l’impressione è di ritrovarsi con un prodotto che sarebbe potuto essere più introspettivo, andando oltre il già detto e saputo

E’ l’alba su Brighton. Una figura nuda ed esile viene svegliata nel suo letto dal canto dei gabbiani. Una base musicale ed uno straziante violino ci accompagnano nell’intima esistenza di Nick Cave. L’opera di Ian Forsyth e Jane Pollard cavalca la camaleontica esistenza del Re Inchiostro: carcerato psicopatico e cantastorie nei film di John Hillcoat, scrittore di successo con The Death of Bunny Munro, compositore di colonne sonore, ma soprattutto leader di una band incapace di invecchiare. Dei Bad Seeds la qualità principale è sempre stata la presenza di un frontman capace di convogliare le istanze mitiche di un Elvis, il writing di Hank Williams e il fascino paterno di un Johnny Cash. Cultura pop, richiami biblici, morbose attrazioni erotiche. Entrare nel mito, e perlustrarlo, di una figura che è sempre stata lontana dai riflettori delle telecamere e della biografia giornalistica non era un’impresa da poco, ma i due registi ci sono riusciti.

Agli esperti del rock-documentary verranno in mente il leggendario Don’t Look Back (Pennebacker, 1967), Dig! (Timoner, 2000), The Filth and the Fury (Temple, 1999), ma la differenza tra questi e Days on Earth è evidente. I suddetti documentari sono stati capaci di destrutturare il mito, razionalizzarlo, rendere carne ed ossa nevrotiche, i personaggi di Bob Dylan, Dandy Warhols o Sex Pistols. Impraticabile sarebbe stata un’idea del genere su Nick Cave, che probabilmente avrebbe negato ogni vaga possibilità di montare il film in un senso de-mitizzante, anzi. Qui si va verso più sul mockumentary, fingendo sedute di psicanalisi, dialoghi improvvisati con i fantasmi di una vita. Snocciolata un’infanzia stranamente normale, il protagonista ci introduce alla scoperta della possessione artistica, quando il padre, insegnante di letteratura inglese, gli lesse l’incipit del Lolita di Nabokov: “Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.”

La morte del padre, quando aveva solo quindici anni, muta l’esistenza di Cave in qualcosa di spericolato, disperato e autodistruttivo chiamato The Birthday Party.

La leggenda di Nick Cave è fatta anche di rapporti interpersonali tra figure mitiche dello stardom dell’underground mondiale. Il documentario ha il suo punto forte nei monologhi e nei dialoghi del Re Inchiostro nella sua auto. Ogni “fantasma” ha un senso ben preciso: con Ray Winstone (The Departed) la tematica è quella dell’interpretazione attoriale del performer, Kylie Minogue è una musa decadente, timorosa di essere dimenticata. E poi l’incontro con Blixa Bargeld (il leader degli Einstürzende Neubauten), ex-Bad Seeds di qualità. Tra i due lo scambio di battute è breve, ma intenso, quasi commovente agli occhi di un fan della storia della band.

Il film è il migliore omaggio mai dedicato al vate australiano, ma l’impressione è di ritrovarsi con un prodotto che sarebbe potuto essere più introspettivo, andando oltre il già detto e saputo. Emblematica la scena in cui Cave sfoglia alcune foto d’infanzia, nelle quali sono presenti un certo Mick Harvey, l’ex-Bad Seeds, che uscì dal gruppo solo pochi anni fa in preda ad una rottura con il frontman. Non si entra mai nell’intimità del rapporto e della rottura, rimane consapevole sullo sfondo, come ferita, chissà, ancora fresca.

Lo sfondo musicale è quello dell’ultimo album, Push the Sky Away. Su tutte le note e le parole cresce, evocativa, Higgs Boson Blues, che conclude il documentario con malinconia.

Autore: Diego De Angelis
Pubblicato il 02/12/2014

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