Forever

Collage di riferimenti televisivi e passerelle fra i generi, la serie di Alan Yang e Matt Hubbard ci racconta la ricerca sisifea della stabilità di coppia in modo piacevolmente dinamico.

Forever - recensione serie Amazon Prime

All’interno della vastissima offerta televisiva degli ultimi anni, si sta via via diffondendo l’idea che sia la comedy, e non più il drama, il genere che più si sta cimentando in un lavoro di innovazione, di sperimentazione, di (auto)riflessione, mostrandosi in generale più attento al mezzo televisivo con cui opera. Eccezion fatta per alcuni prodotti dal notevole impianto sperimentale come Twin Peaks, The Affair, Better Call Saul o The Leftovers, il genere drammatico, ed in particolar modo i prodotti che rientrano sotto la denominazione di Prestige TV, danno prova di una comune difficoltà (reticenza?) ad allontanarsi da un tipo di linguaggio e/o di formato più cinematografico, o da temi  e toni largamente consolidati, e risultano per questo più statici dal punto di vista dell’innovazione del mezzo televisivo. L’universo delle comedy si sta rivelando, al contrario, un brulicante incubatore di generi (Vulture ha dedicato più di un articolo a quella che viene ormai definita la Post Comedy) e di narrazioni innovative, molto più consapevole e interessato al mezzo espressivo di cui fa uso e molto più connesso con l’attualità e interconnesso con gli altri attori operanti nello stesso ambiente. Forever, la serie distribuita su Amazon Prime Video questo settembre, ne è un esempio perfetto.

Collage di riferimenti al panorama televisivo contemporaneo, la scrittura di Matt Hubbard e Alan Yang (ricco di tutta l’esperienza fatta con Master of None e Parks and Recreation) non ha nessuna paura di citare le sue fonti di ispirazione e, anzi, sembra trattare The Good Place quasi come se fosse un genere già formato.
Con la stessa spensieratezza e libertà narrative della serie di Michael Schur, Forever si diverte a disseminare in ogni episodio colpi di scena che sembrano far crollare completamente le fondamenta del racconto – non a caso ci sono state molte precauzioni intorno alla divulgazione della trama, e un generale atteggiamento di segretezza che è stato bene o male giustificato dal momento che i colpi di scena sono davvero tanti e tutti godibili. Insieme al cliffhanger, Forever dimostra una dimestichezza e una consapevolezza tali della struttura episodica da sfruttarne astutamente i momenti di transizione per cambiare genere praticamente ad ogni episodio: abbiamo allora una rom-com che potrebbe quasi dirsi un proseguo di Love nel primo episodio, dove veniamo introdotti ai problemi di una coppia consolidata; nel secondo siamo nel terreno della cosiddetta traumedy, con una protagonista alle prese con l’elaborazione del lutto e con la ricostruzione di un’identità propria e personale dopo aver condiviso per così tanto tempo la vita con il consorte; il terzo episodio svela la natura esistenziale dello show, che assume la forma della fiction speculativa per portare i protagonisti in uno spazio post mortem laico e tragicomico. Da qui la serie torna quindi a mescolare i toni romantici e quelli esistenzialisti finendo per proporre un’interessante riflessione combinata fra significato della vita e significato dell’amore andando ad indagare l’amore dell’“happily ever after”, della promessa di continuità che è in fondo quella del matrimonio, l’amore del per sempre, appunto.

Attento alla tendenza della comedy contemporanea a decostruirsi e a mettere in scena una minuziosa decomposizione del proprio funzionamento e dei propri concetti madre, Forever esplora, da un lato, il calore della dipendenza, la gratificazione dell’abitudine data dalla salita sisifea che è la conoscenza profonda del proprio partner, e, dall’altro, ci (di)mostra come la stabilità di coppia debba essere perseguita in modo dinamico ed evolutivo e come basti un niente per trovarsi ad imboccare sentieri diversi o a far crescere il divario anche nella più profonda intimità. C’è poi la piccola grande gemma dell’episodio standalone, André and Sarah, (espediente narrativo molto caro, peraltro, anche a Master of None), che funge perfettamente da contrapposto alla storia raccontata mostrando non più pro e contro della stabilità ma l’intermittenza con le sue gioie e i suoi dolori.

La forza della scrittura di Yang e Hubbard risiede probabilmente nel rifiutare di inserirsi in un tracciato definito che adatti il contenuto alla forma, ponendosi invece come un racconto che tratta la forma come se fosse contenuto e alterna diversi generi narrativi a seconda del momento dell’evoluzione della coppia che vuole raccontare.

Forever è, effettivamente, una storia piuttosto noiosa raccontata nel modo più avvincente. Al netto di tutto questo verrebbe forse da chiedersi, però, se la serie abbia effettivamente intenzione di spingersi oltre al gioco formale e metanarrativo che fanno sì che parlare di Forever diventi quasi automaticamente un parlare dell’evoluzione di un genere televisivo. Non essendo corretto, oggi, sostenere che la comedy non sia in grado di trattare con profondità e rigore temi importanti come il lutto, la morte o l’esistenza, sembra, a tratti, che alcuni dei momenti salienti della storia di June e Oscar (si parla soprattutto dei passaggi iniziali) non siano affrontati con la vera intenzione di darne una trattazione soddisfacente ma che vengano leggermente subordinati allo schema di cliffhanger e cambio di situazione, per amor di dinamicità in un genere in cui dinamicità (The Good Place docet) non è per forza sinonimo di fretta o superficialità.

Autore: Irene De Togni
Pubblicato il 06/11/2018
USA 2018
Durata: 1 stagione da 8 episodi

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