Finché morte non ci separi

di Tyler Gillett Matt Bettinelli-Olpin

Un carnevale rovesciato con l’iconica sposa Samara Weaving.

Finchè morte non ci separi - ready or not recensione film

L’idea su cui si basa Finché morte non ci separi (Ready or Not) è semplice: c’è una famiglia ricchissima e un tradizionale “gioco” da farsi ogni volta che arriva un nuovo membro attraverso il matrimonio. Seguono fiumi di sangue. I registi sono Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, già parte del collettivo Radio Silence che ha diretto, tra le varie cose, il potabile racconto cornice di Southbound e un meno rilevante episodio di V/H/S. La sceneggiatura è firmata dagli scrittori televisivi Guy Busick e R. Christopher Murphy, che se la cavano bene con battutacce, humor nero e tempi comici. L’equilibrio tra uno script intelligente e la lettura che ne danno i registi rende il film efficace. [Da qui in avanti seguiranno spoiler sui contenuti].

La protagonista Grace è interpretata da Samara Weaving, attrice australiana ormai icona horror grazie a film come The Babysitter e Mayhem. Nella sua prima notte di nozze, Grace si trova a partecipare a una variante del nascondino in cui i suoi nuovi parenti la inseguono armati di asce, pistole e balestre per sacrificarla alla divinità luciferina responsabile della loro fortuna. In Finché morte non ci separi, tutti i personaggi parlano del gioco rituale come di una tradizione senza scampo, a cui nessuno può sottrarsi pena indicibili sventure. È la stessa veemenza che definisce il realismo capitalista, quel sentimento per il quale al capitalismo non esiste alcuna alternativa: e infatti non è un caso che a portare avanti quella tradizione sia un gruppo di altoborghesi che danno la caccia a una ragazza del popolo.

Quello messo in scena da Finché morte non ci separi è un carnevale al contrario, coerente con l’America contemporanea e collocabile vicino ai film della saga di The Purge, pur distinguendosi nello stile. Storicamente, nei saturnalia e nel carnevale c’è un rovesciamento simbolico delle gerarchie sociali (lo sfogo occasionale per mantenere l’ordine durante il resto dell’anno), mentre in The Purge e Finché morte non ci separi a essere rovesciato è il mondo del diritto, lasciando ai più ricchi la libertà di usare i propri mezzi per versare il sangue dei poveri in veri e propri sacrifici umani.
Finché morte non ci separi ha i toni di una commedia nera consapevole di essere anche un film d’azione. L’ambientazione dentro alla pomposa villa di famiglia dei Le Domas riprende in ogni inquadratura i concetti alla base della storia, decorata con una scenografia che suggerisce l’antichità e la pesantezza delle tradizioni che hanno fornito ai suoi abitanti i privilegi di cui dispongono. Per quanto leggera e disimpegnata, alla fine dei conti è comunque un’opera sulla lotta di classe: quello che vediamo sullo schermo è lo scontro tra un popolo governato crudelmente e un’élite che costruisce la propria fortuna sul sangue degli sfruttati. In senso letterale.

In quanto carnevale, Finché morte non ci separi ha le sue maschere. Weaving è una giovane sposa in All Stars gialle e abito bianco, che durante l’avventura si fa intriso di un rosso sangue sempre più scuro. La figura che meglio incarna il ruolo di avversaria è la terrificante zia Helen, interpretata da Nicky Guadagni: piccola, austera, i capelli grigi sparati in aria mentre brandisce una scure con cui vuole decapitare la ragazza, in una rappresentazione non troppo velata della morte stessa. Del resto Finché morte non ci separi è un film violento e sanguinoso, che riesce però a non spettacolarizzare la vittimizzazione della sua protagonista. La violenza che ritrae è sardonica, grottesca, eccessiva, eppure non è mai molesta. Tornando alla saga di The Purge, si può osservare come essa sia una delle tante cose buone che la Blumhouse ha fatto per l’horror, perché quel franchise ha contribuito a spazzare via il filone meramente sadico originato da Saw negli anni 2000, sottraendone pochi trope e recuperando invece le istanze rivoluzionarie di un cinema horror precedente.

Se paragoniamo Finché morte non ci separi a Would You Rather del 2012, un film con cui ha vari punti in comune, possiamo vedere quanto certi canoni siano cambiati negli ultimi anni. Anche Would You Rather ha un titolo che rimanda a consuetudini ludiche senza tempo, come Ready or Not. E anche Would You Rather si svolge in una villa dai mobili in legno intarsiato, anch’esso parla di una società segreta di ricchi perversi e di una giovane povera che viene attirata con l’offerta di privilegi, senza sapere cosa dovrà subire in cambio. Ma Finché morte non ci separi dimostra come da questo cinema sia stato finalmente spazzato via il sadismo fine a sé stesso di Saw e dei suoi replicanti, in cui il massimo a cui le vittime potevano aspirare era diventare carnefici a loro volta, in una vera e propria guerra tra poveri. Infatti lo scopo di Grace non è quello di godere immensamente uccidendo i suoi persecutori ma di difendersi, costi quello che costi. Tant’è che pur menando forte lo fa in modo casuale, nella foga della corsa per la sopravvivenza, senza intenzioni davvero letali. Ma è questo il bello del cinema del presente: la riflessione – assolutamente popolare – su ricchezza e privilegio qui raggiunge comunque una catarsi violentissima con il suo finale grandguignolesco, che rende memorabile un film già di per sé piacevole.

Autore: Sara Mazzoni
Pubblicato il 18/11/2019

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