Talien

Una grandiosa dichiarazione d’amore nei confronti di un padre/maestro e di una nazione

Siamo abituati a sapere molto, talvolta troppo, dei film che stiamo per vedere. La sacrosanta costruzione dell’aspettativa. A volte, prepararsi o meno alla visione non fa nessuna differenza; altre, ribalta (quasi) completamente il senso dell’opera. È quello che accade con Talien, il cui materiale, così ricco di implicazioni storico-sociali, giustifica in pieno l’interessamento del regista: c’è un lungo viaggio in camper dalla Lombardia al Marocco passando per Francia e Spagna; un uomo, accompagnato dal figlio, vuole tornare nella sua terra d’origine. Sembra la trama di un film di finzione. Dalle chiacchierate, dagli sguardi, dagli amici che incontrano per strada, emerge il ritratto dell’Italia anni Ottanta che assicurava un futuro a tutti, cittadini e immigrati, purché ci fosse la (forte) volontà di costruirne uno. Il padre possiede l’umanità dei personaggi migliori: cordiale, saggio, spiritoso, appassionato e tuttavia irrisolto nonostante una vita di successi in un continuo rimettersi in gioco; il ragazzo, quando non si limita a fare da “spalla”, appare dubbioso, smarrito. Su di loro aleggia l’ombra, è il caso di dirlo, della moglie/madre che visse il trasferimento nel nostro Paese come un trauma, ora ignara delle intenzioni del marito: riusciranno i due, prima o poi, a convincerla a tornare in Marocco? La seconda, felice sorpresa di questo documentario (della prima scriveremo in chiusura), svelata dai titoli di coda, è che l’autore è proprio il figlio del “protagonista”, quel trentenne riservato e riflessivo perfetto nel ruolo di ascoltatore. E allora dobbiamo registrare un cambio di prospettiva che non solo potenzia quanto visto, ma fa di Talien una grandiosa dichiarazione d’amore nei confronti prima di un padre/maestro, poi di una nazione che sapeva accogliere senza troppi limiti, burocratici e culturali, chiunque fosse in cerca di fortuna. Così, ripensando immediatamente ai dialoghi messi in scena da Elia Mouatamid, capiamo il vero significato di una contrapposizione che da una parte presenta una generazione che dall’Italia ha avuto tutto, dall’altra quella di figli desiderosi di mettere in pratica gli insegnamenti (virtuosi) dei genitori, impossibilitati a farlo dalle attuali condizioni politico-economiche. “Dovresti emigrare”, dice Aldo ad Elia, che risponde individuando il paradosso di un consiglio simile – cresciuto in Lombardia in una famiglia di immigrati dovrebbe cercare altrove la realizzazione dell’età adulta?

Premio della giuria nella sezione Italiana.Doc dell’ultimo Festival di Torino, l’opera di Mouatamid vanta un altro aspetto sorprendente sin dalle prime immagini: non solo assomiglia a un road movie per la natura della realtà mostrata ma anche, soprattutto, per il tipo di regia adottata per raccontarla. Funziona davvero tutto, dalla qualità della fotografia (Gianluca Ceresoli, che lega le sfumature dei colori freddi all’abbandono della terra d’adozione) alla posizione delle due macchine da presa fino al missaggio sonoro, elementi che riescono ad ampliare gli orizzonti visivi all’interno del camper e a sfruttare al meglio gli esterni, inquadrati con lo stesso rigore geometrico riservato a un set. Fuori dal veicolo, poi, la combinazione dei piani, in prevalenza medi e lunghi, raggiunge il massimo equilibrio nel confronto tra padre e figlio immersi nel paesaggio desertico della Spagna: specialmente nel finale, quando l’uno si ritrova di fronte all’altro, questo passaggio potrebbe essere scambiato per quello di un film (western) vero e proprio – l’intervento del regista a dirigere la scena è evidente ma il risultato non era per nulla scontato. Tuttavia, l’elemento che più di tutti conferisce al documentario il tono del viaggio da grande schermo (ci vengono in mente le atmosfere dell’Alexander Payne più in forma) sono le musiche originali di Piernicola Di Muro, capaci di scandire il giorno e la notte, i momenti alla guida e le soste, l’armoniosa routine del percorso e i climax drammatici, la storia di un figlio che si prepara ad affrontare gli anni che verranno senza la propria granitica guida.

Autore: Paolo Di Marcelli

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