Tyrel

di Sebastian Silva

Un horror della percezione che ragiona brillantemente sui meccanismi del potere sociale che influenzano la nostra visione di noi stessi.

Tyrel - recensione film Sebastián Silva

Il parallelo tra Tyrel di Sebastián Silva e Get Out, l'horror di Jordan Peele candidato agli Oscar, sorge spontaneo fin dai primi minuti di visione. Così spontaneo da essere stato al centro della maggior parte delle recensioni dedicate al film di Silva all'epoca della sua presentazione al Sundance Film Festival. Tuttavia le similarità tra i due lungometraggi si fermano quasi soltanto alla situazione di partenza: un afroamericano inserito in un contesto di isolamento nei boschi, per un weekend in cui si troverà circondato da soli bianchi. Perché laddove Get Out punta tutto su un meccanismo di tensione orchestrata e di colpi di scena, lavorando sul genere e sul messaggio esplicitato, Tyrel preferisce invece la semi-improvvisazione alla sceneggiatura, l'immedesimazione alla costruzione, e basa la propria tensione non sugli stratagemmi di regia ma sulla percezione della sua quasi totale assenza, così come sul rifiuto di veicolare un messaggio preciso.

Get Out era un horror della tensione, Tyrel è un horror della percezione, in cui ciò che accade passa in secondo piano rispetto alla sua interpretazione – e ciò che accade è, fondamentalmente, quasi nulla, a parte un gruppo di ottimi attori che interagiscono tra loro ricreando ed esasperando i meccanismi della mascolinità tossica di gruppo, fatta di prevaricazione, dileggio, violenza più o meno sottile e alcool usato come facilitatore della comunicazione.

Tyler è l'unico afroamericano capitato per caso in un affiatato gruppo di amici che si riunisce per un compleanno, una decina di maschi bianchi che col procedere dei festeggiamenti perdono ogni freno inibitorio grazie alla reciproca confidenza, alla forza percepita del gruppo, all'alcool e alle droghe, ma soprattutto grazie a un contesto isolato che permette loro di sospendere ogni parvenza di civiltà: un Signore delle Mosche per trentenni borghesi (non a caso il libro viene esplicitamente citato) visto con gli occhi dell'elemento percepito (e che percepisce sé stesso) come “altro”, portatore di una memoria storica e di una percezione dei rapporti capace di ribaltare completamente la narrativa.

Non esiste modo migliore, più cristallino e persuasivo, di mettere in scena il razzismo percepito e la radicale differenza nell'esperire il mondo tra bianchi e neri dell'inserire in una situazione nota (un party scatenato di maschi bianchi trenta/quarantenni, una delle circostanze più raccontate della storia del cinema) un elemento di disturbo, e affidare ad esso il punto di vista del racconto. E anche se Silva non dichiara la propria direzione, spinge fin da subito su questo meccanismo: così come il nome del protagonista (Tyler) non è quello del titolo (Tyrel) – “Tyrel” è la versione del suo nome capita da un bianco che lo sente senza ascoltarlo davvero, ragionando piuttosto in base ai propri pregiudizi – ogni cosa, vista con occhi diversi, ci viene restituita deformata dalla diversa esperienza del potere sociale (Pete che scambia Tyler per un altro non è semplicemente maleducato ma è un bianco che non sa distinguere un nero dall'altro, mentre il gioco degli accenti che tanto diverte gli altri è semplicemente everyday racism) o dalla distanza culturale (i REM non sono un gruppo di culto ma il simbolo dell'egemonia culturale della musica bianca), e così via, fino alla paura e ad una piňata a forma di Trump con una banana in bocca che diventa sgradevole rievocazione degli orrori del KKK.

Nella stessa situazione in cui un bianco percepirebbe sé stesso semplicemente come a disagio, tra estranei che lo mettono in difficoltà, Tyler percepisce sé stesso come in pericolo e legge la realtà con l'occhio deformato di una paura che rappresenta lo scheletro della vicenda molto più dei singoli accadimenti che la compongono. Tyrel in questo senso delude chi si aspetta le svolte narrative di Get Out, ma ne raccoglie parte del discorso: scompare l'intento didattico ma resta il disagio, scompare la storia ma resta il modo in cui interpretiamo ciò che accade a seconda del posto che sentiamo di occupare in quella situazione. Il fatto che essere un afroamericano significa occupare costantemente un posto un po' più in basso degli altri, vedere il mondo da una posizione più precaria e dunque con una diffidenza che spesso si rivela semplice istinto di autoconservazione non è soltanto una chiave di lettura qui ma la vera sostanza di un film che ragiona brillantemente sui meccanismi del potere sociale che influenzano la nostra visione di noi stessi.

Autore: Eugenia Fattori
Pubblicato il 03/12/2018

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