J'accuse (An Officer and a Spy)

di Roman Polanski

Il più rosselliniano dei film di Polanski è un potente, lucidissimo J’accuse che parte dal 1895 e si lancia contro il presente.

J'Accuse

Erano anni che Roman Polanski voleva realizzare un film sul caso Dreyfus, la celebre vicenda fine ottocentesca del giovane capitano francese accusato di essere un informatore dei tedeschi. Inseguito, atteso, di nuovo posticipato, J’accuse (An Officer and a Spy) ha fatto rima, per un lungo periodo, col destino stesso del regista. In questo faccia a faccia con la Storia ha preso corpo l’idea di un doppio, un doloroso autoritratto iscritto nel cuore del tempo.

J’accuse è il processo a un intero mondo di valori. Tenacemente privo di climax o retorica, è un oggetto cinematografico che sfugge ed avvolge nel suo andamento ipnotico. Come un quadro impressionista cui viene negato l’elisir dell’istante perfetto, J’accuse si muove tra lasciti dreyeriani e cul de sac di proporzioni storiche. Scatena un urlo muto, strozzato, che parte dal 1895 e risuona oggi più forte che mai. Il passato è la terribile ossessione che ha alimentato l’intera filmografia del regista e torna puntuale a manifestarsi.

D’altronde il caso Dreyfus, alla vigilia del Novecento, fu presagio oscuro ed esemplare di ciò che sarebbe venuto: il germe dell’odio che coltiva i mostri, l’antisemitismo e la caccia alle streghe quale rito sociale. Per Polanski J’accuse diviene l'atto di rivolta definitivo. L'autore sottrae, rallenta, frena, scivola continuamente dal centro mettendo ai margini il protagonista della storia, Dreyfus. Elegge invece tutta l’umanità, tutta l’empatia, nella figura di Georges Picquart (un Dujardin mai stato così grande): l’ufficiale francese nominato a capo della sezione antispionaggio è l’uomo onesto che illumina i falsi della Storia, ultimo detentore di una morale dimenticata. Proprio lui, alla fine, dovrà arrendersi al tempo...il film, beffardo, ci dice che anche Picquart appartiene al mondo dei vincitori mentre Dreyfus perde tutto, sempre, comunque. Anche nella vittoria.

In perfetta continuità con le tendenze kammerspiel del cinema polanskiano, il film sembra tutto chiuso in interni. Polanski lavora su quest’acuta, asfissiante compressione di spazi, costruisce poli di tensione che non esplodono mai. Imprime sempre più a fondo, sapendo che la vera ferita è quella che non sanguina. Una spina nella carne: si pensi all’incredibile lavoro di sottotoni della prima parte, alla centralità schiacciante del potere orale, all’amore proibito degli amanti –  ai margini, quasi fuoricampo. Del resto il film è completamente teso in questa contrazione (c’è perfino uno zoom che amplia quest’idea di soffocamento) e anche quando si incendia non esplode mai veramente: si bruciano i libri di Zola, la rabbia diviene insopportabile, eppure si inscena sempre la stessa commedia in piena, prodigiosa Belle Époque.

 Il cielo è plumbeo, il tribunale sembra un teatro (quasi come nell'ultimo Bellocchio lasciando da parte il suo lirismo grottesco), i personaggi, deponenti, si lasciano muovere come pedine del tempo. Non c’è più la furia de L’uomo nell’ombra, c’è la Storia che prosegue in tutta la sua crudeltà. La sua maledizione è quella del continuare. L’intero film è fagocitato dalla centralità della parola, strumento di controllo, di potere e informazione. Ma soprattutto coefficiente di narrazione (il verbo politico è sempre stato narrativo e il caso Dreyfus è esemplare nel dimostrarlo). Tutta questa narrazione, del resto, pare bloccata in posa frontale. Tenta di muoversi sul palco della Storia: ha bisogno di attori, registi e scrittori. Ma soprattutto ha bisogno degli errori.

Mai come in J’accuse Polanski era stato così rosselliniano: bisogna fare luce. È il dovere morale del film. Bisogna illuminare di nuovo le rovine dimenticate, trovare le vie di fuga, dire di no (straordinaria la flânerie finale di Picquart e l’amante che, alla richiesta di matrimonio, risponde un no che suona come J’accuse perché loro non sono fatti così, loro sono diversi). Polanski sa che il tempo non può lasciare la sua presa, che i mostri tornano sempre perché vivono dentro di noi. Sa che si irrigidiscono fino a farsi istituzione, norma vigente, regime sociale. Alcuni personaggi, inquilini del suo cinema, si erano rifuggiati infine nella follia. Oggi non c’è tempo per essere folli ma bisogna rimanere lucidi.

In questa battaglia - perché dalla parola non si fugge - Polanski segue il suo personale dangerous method consapevole che la peste c’è sempre stata, impressa lì nel solco stesso della memoria. O meglio ancora: in un dossier frettoloso e facilmente archiviato dove la Storia è pronta a cadere.

Ancora una volta, oggi più che mai, abbiamo bisogno del cinema di Roman Polanski.

Autore: Samuele Sestieri
Pubblicato il 30/08/2019
Francia, Italia 2019
Durata: 126 minuti

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