Absentia

di Mike Flanagan

Mike Flanagan affronta nel suo esordio indipendente quello che sarà il tema cardine della sua carriera: l'elaborazione del lutto.

Absentia recensione film flanagan

La cosa che più colpisce di Absentia, esordio nel lungo cinematografico di Mike Flanagan, è il punto di vista adottato dal regista per raccontare questa storia di elaborazione del lutto. L’angolo prospettico riguardo al problema della morte e all’influenza del dolore sui vivi è infatti la nota particolare di questa produzione horror low budget (finanziata da un crowdfunding su Kickstarter), la qualità che permette al film di sostenersi malgrado un impianto scenico davvero povero e un comparto attoriale dilettantistico. Flanagan ragiona sul tema attraverso una storia di sofferenza ammortizzata nel quotidiano: la vita di Tricia a sette anni dalla scomparsa di suo marito Daniel, morto presunto, è infatti il centro narrativo di una tragedia di quartiere imperniata su un tunnel oscuro e su presenze altrettanto terrorizzanti, attraverso cui il regista compone una inusuale radiografia sui viventi, interessata all’esame delle psicologie di individui distrutti dalla perdita e perseguitati da un male inspiegabile.

Il regista cerca di rappresentare uno stato emotivo preciso e allo stesso tempo indefinito. Il suo non è solo un elogio commosso alla forza resiliente degli amabili resti che sopravvivono a una disgrazia, ma anche una riflessione sui confini che delimitano vita e morte, una disamina genuina sullo stato mentale di chi, nella cornice ambientale di una periferia violenta travestita da quartiere normale, è imprigionato in una continua cortina di buio in cui la sovrapposizione di realtà e sovrannaturale è legge metafisica ed emotiva, oltre che costrizione inspiegabile e inarrestabile. Absentia infatti usa gli stilemi dell’horror – legati alla rappresentazione di una realtà sempre extra umana – per infondere alla riflessione sull’umano una risonanza che cerca di trascendere l’osservazione delle dinamiche relazionali tra persone per raggiungere un asse espressivo più sottile, più vicino a una frequenza capace di toccare una zona intrinseca dell’emotività fatta di punti fragili e carne viva.

Così il film risulta valido grazie all’intelligenza di una scrittura capace di ragionare sulla natura incomprensibile del lutto attraverso la lente della narrazione di genere. La paura che si prova durante la visione non muove dalle calcolate sorprese, orrende e terribili, ma da uno stato di tensione emozionale continuo che obnubila e inghiotte i personaggi, suggerendo l’inesistenza di un lieto fine, di una speranza che non sia menzogna, di una vita che non sia continuo rassegnarsi al dolore e all’andare avanti dimenticando, cancellando, formando un grande rimosso capace di rivelarsi prima fantasma sovrimpresso nella realtà e poi rigurgito abnorme e incontrollato. Quando una soluzione narrativa suggerisce poi la permeabilità dello schermo questa tensione interna si riversa al di là della narrazione e il controcampo finale dilata l’estensione del messaggio sconfortante, opaco e senza soluzione fino alle variabili esperienziali dello spettatore. Inizio di un’interessante carriera.

Autore: Leonardo Strano
Pubblicato il 08/02/2019
USA 2011
Regia: Mike Flanagan
Durata: 91 minuti

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