I racconti dell'orso

Riscoprire l’importanza della fiaba e con essa la potenza della fantasia, in un’opera prima incardinata in un paesaggio mentale ai confini tra sogno e realtà.

“Cosa succederebbe se...”. Niente sintetizza di più lo sprigionarsi della fantasia quanto questa frase, metonimia per antonomasia alla base di tutte le opere di carattere creativo, oltre che dispositivo narrativo indispensabile per tipologie di racconto come il cinema o la letteratura. Samuele Sestieri e Olmo Amato scelgono proprio il “What if...” come punto di partenza per dipanare le maglie del loro film d’esordio, nonché sorpresa e oggetto misterioso in concorso alla trentatreesima edizione del Torino Film Festival.

Cosa è esattamente I racconti dell’orso?

Difficile rispondere a questa domanda, specie perché appare quasi impossibile esaurirla con una frase, essere esaustivi facendo riferimento a un genere, o a un canovaccio classico e riconoscibile. Il film, infatti, è prima di tutto un’opera sperimentale, un lavoro che si sgancia dalle modalità narrative tradizionali probabilmente proprio perché batte terreni inediti a partire dal processo di produzione e ideazione che l’ha contraddistinto: i due giovani autori infatti hanno fuso la pratica dell’immaginazione con quella dello sviluppo del loro primo lungometraggio, mantenendo l’opera sempre aperta e con essa (e prima di essa) la valvola della creatività che mai, fino all’ultimo giorno di post-produzione, ha smesso di alimentare il film. Per questa ragione, ma non solo, I racconti dell’orso si impone sin dalle prime immagini come qualcosa di caldo, magmatico, in continuo cambiamento, un’entità camaleontica fatta della materia di cui sono fatti i sogni, proprio come il falcone tenuto in mano da Sam Spade nell’esordio di John Huston.

Impossibile evitare ulteriormente quest’ultima questione, ovvero la componente onirica del film, il suo significato, le sue ricadute sulla messa in scena e sulla rappresentazione di determinati sentimenti. Sì, perché I racconti dell’orso è soprattutto un film di sentimenti, un lavoro che mette questi ultimi al centro di tutto con il coraggio di non vergognarsene mai, e anzi, con la tenacia di trovare sempre la soluzione espressiva per veicolarli sul grande schermo. Il mondo che ci viene presentato, pieno di sovraimpressioni, rifrazioni, giochi di riflessi e sdoppiamenti, è totalmente interno a un regime di rappresentazione e prima ancora di narrazione di tipo onirico, per cui le concessioni fatte all’illusione di realtà sono funzionali alla rappresentazione dei desideri, dei sogni e delle paure del soggetto sognante. I racconti dell’orso si pone infatti proprio in quella parte dell’orizzonte in cui l’occhio si poggia al convergere tra terra e cielo, in uno di quegli infiniti mondi possibili che, inevitabilmente, portano l’attenzione su un ripensamento del reale, una risemantizzazione delle leggi dell’uomo, prima ancora di quelle della natura, esattamente lì dove la fiaba incontra la fantascienza.

Il mondo che emerge dal sogno della bambina bionda che genera il film è infatti sostanzialmente privo di ogni struttura sociale riconoscibile, mostrandosi piuttosto come un territorio quasi totalmente incontaminato, al contempo pre e post umano, abitato da due esseri animati che sarebbe davvero complicato definire in maniera specifica se non andando a fondo nella loro natura più intima e forse proprio in questo, sentimentalmente, più umana.

Si tratta di due facce della fantascienza, due binari con cui la letteratura prima e il cinema poi hanno tentato di parlare al presente partendo dal futuro, due tipologie di caratteri tirate dentro dagli autori con coraggio e consapevolezza, in primis del cinema del passato: l’alieno e il robot. Quasi due polarità archetipiche del ripensamento del mondo oltre i confini dell’umano, questi due, sono niente di più e niente di meno che un uomo con una tutina rossa (il cui effetto sul grande schermo è davvero sbalorditivo, specie relativamente al contrasto tra la sua fosforescenza e il paesaggio, altro vero personaggio del film) preda di una inarrestabile energia cinetica che lo mostra in continuo movimento, e un robot bambino, a metà tra Numero 5 (protagonista dell’indimenticato cult degli anni Ottanta Corto circuito da cui arriva anche il capolavoro della Pixar Wall-E), C-3PO e i Cyberman di Doctor Who.

Il mondo attorno a loro non poteva che essere il più classico dei paesaggi mentali. Frutto di un viaggio-esperienza dei due autori, il mondo messo in scena è il perfetto correlativo geografico del punto liminare tra sogno e realtà, ovvero quell’incontaminato territorio selvaggio ai limiti ultimi dell’Europa, in quella Finlandia dove l’uomo lascia il posto alla natura e dove i tradizionali cicli della vita, a partire dallo scorrere dei giorni, cedono il passo alla perenne luce abbacinate del sogno.

In questo paesaggio, totalmente soggettivo, gli autori dimostrano di saper raccontare una storia grande attraverso un’altra molto più piccola, e di ripensare così il cinema e il suo linguaggio proprio tramite la più intima e tenera delle riflessioni sull’uomo. Che sia a causa delle macerie della Seconda Guerra Mondiale, che sia per catastrofi di tipo economico, che sia per imprevisti di carattere tecnologico, il cinema ha da sempre dimostrato quanto il talento possa fare di necessità virtù e cavarsi fuori dagli imbuti più scivolosi per risalire più vitale di prima, e il film di Sestieri e Amato ne è la lampante dimostrazione.

Vista l’impossibilità di avere a disposizione mezzi economici e tecnologici al pari delle loro ambizioni (e del loro talento), i due autori hanno il coraggio di andare dritti al cuore del cinema, lì dove l’animazione incontra l’avanguardia, dimostrando di conoscere alla perfezione il cinema delle origini e di saperne individuare il filo rosso che dalla fine dell’Ottocento fino a oggi ha portato lo stupore negli occhi dello spettatore, posto di fronte a quello schermo prima bianco, poi non più bianco e poi di nuovo bianco. La meraviglia che le immagini de I racconti dell’orso contengono, prima ancora che essere legata a una serie di contenuti fondamentali alla comprensione del film, è dovuta alla forza delle immagini in movimento, alla scelta di non prendere sotto gamba il rapporto tra figura e paesaggio, consci che si tratta dell’unità minima di partenza dell’arte audiovisiva.

I racconti dell’orso è un’opera dominata dalla fantasia, che, oltre al cinema d’animazione, d’avanguardia e delle origini, si allaccia a un ragionamento sull’infanzia di matrice spielberghiana, che a partire dalla riscoperta di una sensibilità troppo spesso sottovalutata o abbandonata, lavora su un nuovo modo di ripensare il mondo (sin dalla semplicità di due colori primari, il rosso e il blu) per finire a quella del bisogno di comunicazione e condivisione che i due protagonisti lasciano trasparire sempre di più con il fluire del film.

Come l’Extraterreste che piomba a casa di Elliott, le due figure offrono un punto di vista sul mondo totalmente alieno e per questo dominato da un’ingenuità che rappresenta uno dei più indelebili insegnamenti dell’opera, un atteggiamento verso il mondo disposto a dare senso e vita ad ogni cosa, che sia un tramonto, un orso di peluche o colui che ti sta accanto. Pur non parlando, o forse proprio grazie al fatto di non parlare un linguaggio verbale, l’uomo rosso e il robot comunicano tantissimo, soprattutto attraverso una forma espressiva ancora più universale quale la musica, ritornando così prepotentemente sull’urgenza della lezione di Incontri ravvicinati del terzo tipo.

I racconti dell’orso è un’opera di fantasia totalmente incentrata sul narrare la scoperta dell’altro, la scoperta del mondo, l’incredulità verso la meraviglia, il piacere spontaneo e irrefrenabile del gioco, e forse prima di ogni cosa, un film sul raccontare tout court. L’espediente del sogno, infatti, oltre ad essere il più classico del percorsi di evasione individuale, rappresenta un vero e proprio dispositivo narrativo che influenza inevitabilmente tutto ciò che viene messo in scena. Non bisogna dimenticare infatti che il cuore pulsante del film è il frutto dell’immaginazione sognante di una bambina, il cui sguardo assonnato a metà tra la delusione per il risveglio e l’incredulità per l’incontro con il fantastico da poco terminato, è tra le immagini più potenti del film (al pari di tante altre, tra cui è impossibile non menzionare la distesa di spaventapasseri).

La riflessione sul film potrebbe finire qui, ma c’è tempo ancora per un’ultima, fondamentale appendice che è al contempo sia un omaggio all’avventura dei due autori sia un brandello significativo ai fini del senso ultimo del film: nonostante il risveglio della bambina, l’istanza narrante ci riporta nel mondo immaginario popolato dai due individui ricordandoci che quell’universo dove ogni cosa è possibile e dove l’immaginazione regna sovrana non scompare mai, è sempre lì pronto ad incontrarti e farsi incontrare, basta solo, un po’ come per l’Isola che non c’è, imparare a trovare la strada.

Autore: Attilio Palmieri
Pubblicato il 26/11/2015

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