Nuestro Tiempo

di Carlos Reygadas

Nuestro Tiempo di Carlos Reygadas è una sorta Home movie virato in fiction che affronta a cuore aperto i peggiori fantasmi del maschile.

Nuestro Tiempo di Carlos Reygadas recensione

Che strano oggetto il cinema del messicano Carlos Reygadas. Ogni volta che pensi di averne compreso il funzionamento, ti spiazza facendosi trovare altrove. Era già successo nel passaggio dalle provocazioni di Battaglia nel cielo alla resurrezione dreyeriana di Luz Silenciosa. Stesso discorso con quest’ultimo Nuestro tiempo, solo apparentemente legato al precedente Post Tenebras Lux e invece suo doppio rovesciato. Non che Reygadas avesse altra scelta, in effetti. Quello strano e ambiguo intreccio di visioni che caratterizzava Post Tenebras Lux era apparso da subito come un vero e proprio cul de sac. Magari efficace, nel raccogliere il plauso di una certa critica così come delle giurie festivaliere che gli tributarono riconoscimenti pesanti (tra i tanti il premio alla miglior regia a Cannes), eppure incapace di dettare una linea, anche solo interna al percorso artistico del regista.

Lo iato di sei anni tra un’opera e l’altra segnala questo faticoso processo di rinnovamento e rinascita che si manifesta nell’incipit di Nuestro Tiempo: un gruppo di bambini prima e di adolescenti poi viene pedinato lungamente nelle sue traiettorie ludiche e/o amorose in uno stagno immerso nella campagna messicana. La distanza rispetto a Post Tenebras Lux è evidente: dalla paura e l’inquietudine di una bambina, sola davanti all’approssimarsi di un temporale, si passa al gioco anarchico/erotico di bambini ed adolescenti. Dal buio alla luce. Dalla solitudine alla collettività. Ma senza risvolti luminosi: in questo caso il mondo infantile o adolescenziali funge da contrappunto rispetto a quello degli adulti. Il punto di contatto tra i due film è rappresentato dai figli di Reygadas, qui presenti al gran completo. Così come i loro genitori, ovvero Reygadas stesso e la moglie, in un vertiginoso cortocircuito tra realtà e finzione che sembra esplicitare ed ampliare la natura vagamente autobiografica di Post Tenebras Lux.

Come un’emersione del rimosso. Ritorna il rugby, praticato dal figlio, la crisi coniugale, la relazione aperta, la tensione voyeuristica. Ciò che in Post Tenebras Lux era occultato dietro visioni frammentate ed oniriche, diviene qui il cuore della narrazione. Quasi il controcampo spudorato dell’altro. A tratti sembra di assistere ad un home movie disturbato e malsano. Inevitabile chiedersi quanto di ciò che vediamo sullo schermo provenga dal privato della coppia. Ma al di là del dato biografico a colpire è l’approccio di Reygadas, che non si era mai messo così tanto in gioco, semplificando la sua idea registica – solo occasionalmente tradita dalla tentazione estetizzante fine a sé stessa – e soprattutto assumendo su di sé un ruolo fragile e per certi versi sgradevole che affronta a cuore aperto i peggiori fantasmi del maschile.

In primo luogo l’ossessione per il controllo, che porta Juan a stabilire un rapporto d’intesa con l’amante della moglie. Non solo per sentirsi partecipe dell’infedeltà coniugale, ma anche per mettere alla prova la propria compagna. Anziché censurare il suo comportamento, Juan crea i presupposti per la sua reiterazione. In un momento allestisce persino il set che ospiterà l’incontro sessuale tra la moglie ed un suo amico, assumendo in modo evidente la posizione del regista. In questo senso Nuestro Tiempo è un film dai chiari accenti metafilmici, poiché discorsivizza e mette in abisso la posizione ed il ruolo del regista. Non a caso Juan sceglierà di nascondersi dietro le persiane per assistere alla scena. Più avanti è lui stesso a convincere la moglie ad andare a letto con l’amante, salvo poi pentirsene. Per la prima volta non riesce a sostenere lo sguardo. Magistrale il modo attraverso il quale Reygadas “coreografa” i movimenti verticali  e le esitazioni del proprio personaggio - un doppio sali e scendi dalla finestra - che sanciscono la dolorosa coazione a ripetere nel quale è intrappolato Juan. E qui veniamo al secondo aspetto affrontato da Reygadas: il piacere dell’umiliazione autoinflitta, la fantasia masochista del ruolo di vittima. Una diversa forma di controllo che ha ovviamente a che fare con le dinamiche di potere interne alla coppia. Essere vittima come sola vittoria possibile nella dialettica amorosa. Una vittoria ovviamente effimera che Juan pagherà a caro prezzo. Non prima però di aver attraversato, insieme con la moglie, le principali stazioni di un rapporto terminale. L’insinuarsi dei primi dubbi, le tensioni sotterranee, le esplosioni di rabbia, le tregue e le ricadute, fino al punto di rottura.

Ed è proprio alla parola che Reygadas si affida principalmente per queste sue scene da un matrimonio. Sorprendendo fan e addetti ai lavori, il cineasta messicano mette a freno il suo narcisismo registico, concentrandosi soprattutto sugli scambi tra i due personaggi, sempre mediati dai nuovi dispositivi o da monologhi interiori. Sessioni skype, lunghe mail, sms, ma anche pensieri ed elaborazioni mentali, curiosamente pronunciate dalla voce della figlia della coppia. C’è sempre una distanza incolmabile, sia che si tratti di una mail in cui viene escluso il corpo dello scrivente così come quello del lettore, di un sms letto interiormente dalla propria voce, o persino una lettera scritta a pochi metri dall’altro. Viene meno lo scontro verbale, a vantaggio di forme scritte di comunicazione, come a voler tenere a bada, controllare l’irruenza del corpo, i suoi movimenti spontanei. Non a caso il processo di elaborazione della coppia è accompagnato da questo progressivo venir meno dei due corpi, che per poter comunicare hanno bisogno di restare separati. Anticipando l’inevitabile epilogo, al quale il film giunge stremato dopo quasi tre ore di dolorosa radiografia sentimentale, che trova una corrispondenza segreta nell’ancestrale lotta tra tori. L'amore come campo di battaglia tra polvere e sangue. 

Autore: Giulio Casadei
Messico, Francia, Germania, Danimarca, Svezia, 2018
Durata: 173 minuti

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