Medeas

di Andrea Pallaoro

Un’opera ammaliante e allo stesso tempo austera, dove il cinema è puro sguardo sull’interiorità lacerata dei protagonisti.

Medeas di Andrea Pallaoro

Con una riflessione sul suggestivo esordio di Andrea Pallaoro, regista italiano emigrato negli States, andiamo a completare su Point Blank il dittico che costituisce, finora, la sua filmografia. Prima di realizzare Hannah, implosiva sinfonia fatta di dolore e solitudine tutta fondata sulla magnetica presenza attoriale di una eccezionale Charlotte Rampling (Coppa Volpi a Venezia 74), l’autore sceglie di confrontarsi nientemeno che con Euripide: una sfida coraggiosa e insolita per il suo debutto dietro la macchina da presa, splendidamente risolta con un’opera ammaliante e allo stesso tempo austera, dove il cinema è puro sguardo sull’interiorità lacerata dei protagonisti, raccontati – con un sentire quasi malickiano – anche nella loro profonda relazione con un paesaggio che non è sfondo ma specchio e, soprattutto, cassa di risonanza emotiva.

Prima di Pallaoro ci sono stati, tra gli altri, Pier Paolo Pasolini e Lars Von Trier (quest’ultimo con un’opera televisiva poco ricordata e invece straordinaria nella sua ricerca fotografica e cromatica, per altro basata su una sceneggiatura di Carl Theodor Dreyer). Ma il regista italiano – invero, saggiamente – non guarda a loro: sceglie invece un contesto preciso, l’America rurale degli spazi sconfinati, della quiete (apparente) e dell’isolamento, che scandaglia a fondo con un linguaggio che è poesia sofferta nel suo attentissimo minimalismo.

In questo luogo vibrante e assieme nudo, dove tutto sembra immobile e dove tutto invece precipiterà rovinosamente a causa di inarrestabili e devastanti tensioni sotterranee, si consuma silenziosamente la tragedia euripidea, però cambiata di segno: stavolta è un marito tradito, ingabbiato nella severità e nella rudezza del suo ruolo di pater familias fuori dal tempo, che aggredisce e distrugge ciò che crede di amare. E, come Medea, lo fa per vendicare con cieca violenza il disamore inammissibile dell’altro che gli è a fianco. Ma la madre e moglie descritta con tatto e sensibilità da Pallaoro è quanto di più distante dal cinismo e dalla freddezza del Giasone euripideo: è una donna che soffre dignitosamente un isolamento penoso, causato da una sordità che gli impedisce anche di parlare. Il suo amore e la sua dolcezza materna passano unicamente attraverso il corpo e la gestualità, e con le stesse modalità si esprime e si consuma la sua relazione clandestina che è disperato tentativo di fuga ed evasione ma al contempo ostinata dimostrazione di attaccamento passionale e viscerale alla vita e al mondo (tuttavia) indifferente e svuotato che la circonda. Il corpo dell’amante diventa allora la sponda contro cui si infrangono energia e desiderio assieme al senso di insoddisfazione che sembra opprimere la protagonista, una giovane donna che non può e non vuole sublimare l’irrisolto in una maternità pur vissuta con serenità e armonia.

Ma se nel personaggio femminile, benché mutilato nelle sue possibilità di contatto e comunicazione con l’esterno, l’interiorità – che è in fondo una traiettoria amorosa, un bisogno di dare e ricevere - riesce a sgorgare in qualche modo all’esterno, questo non accade per il protagonista maschile. La sua impossibilità a uscire da se stesso, la convinzione di dover aderire a una certa immagine di sé, la distanza che si allarga sempre di più tra lui e la moglie saranno la causa - ben prima del tradimento di lei - di un disagio rabbioso e angoscioso che si tradurrà, inevitabilmente, in una volontà di azzeramento, distruzione e autodistruzione. I cinque figli, vittime sacrificali, resteranno presi nella rete di ostilità e rancori che lega fatalmente e silenziosamente i due coniugi.

Parente prossimo dell’ipnotico e struggente Stellet Licht di Carlos Reygadas – per ambientazione e tensioni drammatiche ed erotiche sempre sottaciute – Medeas di Pallaoro possiede una perfezione e una raffinatezza stilistiche stupefacenti per un esordio (composizione delle inquadrature, fotografia, montaggio), unite a una penetrante capacità di osservazione tanto del mondo dell’infanzia – vedi le lunghe sequenze dedicate ai bambini – tanto dell’universo burrascoso e abissale dei sentimenti in senso lato.

Autore: Arianna Pagliara
Pubblicato il 21/01/2019

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