Roma

di Alfonso Cuarón

Le forme dell'acqua: il grande romanzo autobiografico di Alfonso Cuarón che firma il suo personale, avvolgente amarcord.

Roma

Guardando Roma di Alfonso Cuarón pensavo al tempo della lettura, al fascino prosaico del superfluo, agli stenti e alla delizie dei grandi romanzi di una volta. Pensavo ai ricordi intagliati nel cuore stesso delle parole, alle narrazioni che persistono nel corso del tempo. Narrazioni che non possono pensare la memoria senza procedere per retrovie, fondendo necessariamente la storia nazionale e quella privata alla ricerca di qualche momento di verità. Narrazioni che sono autobiografie monumentali irte di doppi e alter-ego (ma quale narrazione non lo è?).

Pensavo al fascino irresistibile del racconto, incastonato nel bianco e nero abbacinante di una fotografia. Al tempo morto che dice sempre qualcosa in più…più di qualsiasi climax, più di qualsiasi scena madre. E i momenti più belli di Roma sono – guarda caso - quelli in cui non succede nulla. Pensavo, ancora, al film di Cuarón come a un grande romanzo audiovisivo: dallo spazio di Gravity, il regista messicano è tornato a casa. Ma in fondo sta ancora raccontando un tentativo di salvataggio, una storia di sopravvivenza: il centro non può che essere fuori di sé. Certo, ora Cuarón ha i piedi per terra, nonostante continui a guardare il cielo. Rinuncia alla vertigine del volo ma non a quella dell’esperienza. Se nello spazio poteva fluttuare e perdere tutti i supporti, qui il cavalletto lo lascia ben ancorato al terreno, saldo sulle proprie basi. Ma non per questo ha meno paura di cadere giù. E mi sembra di vederlo Cuarón che, inquadratura dopo inquadratura, somiglia un po’ a un esploratore dello spaziotempo. Traccia, delinea, disegna panoramiche rigorose come messe in scena dei propri ricordi più preziosi. Questi moti orizzontali tratteggiano lentamente una sorta di archeologia interiore. Non c’è la fatica del ricordo, non c’è il peso della rammemorazione, ma solo il gusto cristallino di sublimare la propria storia, di trasformare tutto in cinema.

Il passato, in Cuarón, è già un film dall'eco neorealista.

Non è un passato che si improvvisa o si ricorda lentamente - frammento dopo frammento - è un tempo che spalanca le sue porte, un tempo che ci aspetta e ci chiama a sé. Un tempo che attendeva solo di essere filmato. Se Gravity finiva con Sandra Bullock immersa nelle acque di un nuovo paradiso perduto, Roma - in perfetta soluzione di continuità - nasce e germoglia dall'acqua. Il passato è un riflesso liquido, ininterrotto, che scorre non alle nostre spalle, ma davanti a noi.

Bello, del resto, che un film di amori cinefili riesca ad evitare, miracolosamente, il rischio imbalsamazione. Perché qui non c’è feticismo, non c’è omaggio, non c’è banale gusto d’antan: Cuarón nega l’adesione incondizionata al film che è già un formato. Segue le strade amate, non per guidarle ma per essere da esse guidato. Allestisce un amarcord di ricordi, ma rifiuta categoricamente di fermare la macchina da presa. Sfugge dalle scelte puriste della pellicola, sceglie il digitale, sposa Netflix, realizza un film di ambienti, prima ancora che di persone. Ne consegue una mappatura precisa della memoria, come se Cuarón ricordasse perfettamente ogni cosa - quasi senza sforzo. Ma bisogna ripercorrere la propria strada per riconoscersi, bisogna ritrovare il riflesso giusto, la luce giusta, il momento giusto.

Ecco perché Roma è Alfonso Cuarón.

Del resto il film è collocato all’inizio degli anni ’70, anni di svolta per la storia messicana. L’attenzione slitta immediatamente ai margini della famiglia borghese e della sua bella casa: la protagonista è Cleo, la domestica. Tutto è filtrato dai suoi occhi. E’ la prima a comparire, quasi come un’evocazione della dimora, una sua incredibile, quotidiana rappresentazione. Sono i luoghi a ricreare la memoria, non viceversa. Cuarón li visita prima con un distacco quasi reverenziale, come per timore di tradire il proprio passato (e questa paura è la cosa più commovente), poi mano mano che va avanti inizia ad abitarli – e si ritrova a suo agio, come se riuscisse finalmente a filmarsi.

Il film racconta questo progressivo avvicinamento che esploderà, letteralmente, con l’avvento della Storia.

E mentre l’universo maschile tende a dileguarsi, Cuarón realizza un film squisitamente femmineo, o meglio, di alleanze, affezioni e tenerezze femminili. Un film che parla di unioni viscerali, di famiglie che superano i legami genetici, di dolori taciuti e sopportati insieme. Di donne forti che più perdono più si scoprono umane. La memoria avanza per rifrazioni fin dalla prima inquadratura, dove i sogni del cielo sono riflessi sul pavimento, tra gli escrementi del cane. E quando l’esercito messicano reprime violentemente una manifestazione studentesca – il massacro del Corpus Christi – la Storia nazionale irrompe violenta cambiando per sempre la vita di Cleo. La paura si impossessa di uno sguardo e di un paese, lasciando entrare la morte tra le porte del regno. Con profonda commozione, Cuarón non può più tirarsi indietro e, finalmente, riscalda il suo film. Insegue il tocco e la carezza, concedendosi l’apertura orizzontale del mare, vero e proprio shock percettivo. Qui Cleo si trova ad affrontare la prova più grande, in una sequenza dove ci sentiamo annegare onda dopo onda, sprofondati nel suono violento dell’acqua che vorrebbe affogare la nostra storia. L'acqua si fa realtà battesimale, luogo di morte e di nuova nascita: ne uscirà una donna nuova.

Tutto continua, ma il cielo sembra finalmente più vicino.

Autore: Samuele Sestieri
Messico, USA, 2018
Durata: 135 minuti

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