La La Land

di Damien Chazelle

Il presente c’è ma non si vede. Resta ai margini come rimosso di un cinema che nella scelta del musical cerca di cancellare le tracce, senza per questo illudersi che possa bastare

La la land - recensione film

“Brindiamo ai sognatori. Brindiamo ai cuori spezzati. Brindiamo ai disastri che combiniamo”. Siamo a Hollywood, e non poteva essere altrimenti trattandosi di un musical, come se le due dimensioni fossero inscindibili. Fare un musical oggi significa misurarsi con la sua parabola storica, dal ricordo dell’epoca d’oro - che condiziona ogni nuovo tentativo - alla decadenza del presente. Il confronto con i codici rende naturale un approccio teorico: fare un musical vuol dire fare un film sul cinema, sulla sua storia e soprattutto su quella che è (stata?) la sua essenza di luogo della possibilità, dell’illusione, del sogno e del gioco. In fondo è (quasi) sempre stato così – basterebbe pensare al capolavoro immortale di Gene Kelly e Stanley Donen, Cantando sotto la pioggia – ma lo è tanto più oggi, alla luce dei cambiamenti intercorsi e dei rischi che un’operazione del genere comporta: pretendere, nell’epoca di internet e della realtà virtuale, di potersi ancora emozionare davanti a due amanti che disegnano con i loro corpi traiettorie amorose. Ecco allora che interviene la cornice hollywoodiana a giustificare ogni cosa in quanto luogo della finzione. Il resto passa in secondo piano, in particolare l’aderenza al tempo presente. Siamo nell’oggi ma è come se fossimo negli anni Cinquanta: tutto riporta ad un’idea di passato, sebbene di tanto in tanto intervengano elementi dell’attualità ad incrinare il quadretto perfetto: che sia un cinema chiuso da un giorno all’altro oppure uno smartphone che squilla inopportunamente. Il presente c’è ma quasi non si vede. Resta ai margini dell’inquadratura come rimosso di un cinema che nella scelta del musical cerca di addomesticare il più possibile la scena, senza per questo illudersi che possa bastare. Chazelle opta intelligentemente per una via intermedia tra slancio nostalgico e rigore contemporaneo, sebbene non sempre l’equilibrio venga rispettato. Da un lato abbiamo la chiara volontà dell’autore di abbandonarsi all’astrazione del musical – cosa che tra l’altro gli riesce benissimo – dall’altro emerge l’inevitabile confronto con le contraddizioni di oggi. Come se La La Land volesse essere un musical tradizionale (lontano, dunque dal modello post-moderno di Buz Luhrmann) e al tempo stesso un saggio sul musical, su come si realizza, su quali sono le insidie da evitare, sulla posta in gioco formale. Dentro e fuori l’illusione dello spettacolo. In questo senso appare fin troppo esplicito l’accostamento tra musical e jazz, ovvero tra due generi al tramonto che devono scegliere se continuare a vivere solo nel ricordo, chiusi nel locale-mausoleo di Ryan Gosling, oppure aprirsi al contemporaneo, rilanciando nuove prospettive, come invita a fare il personaggio di John Legend. Siamo, in sostanza, nell’eterna dialettica tra tradizione e modernità, rassicurazione del passato ed incertezza del presente/futuro. La struttura del film, solo superficialmente legata al progredire delle stagioni, riflette questa dialettica attraverso tre parti o atti che corrispondono ad altrettanti movimenti nello spazio: Indietro – avanti – indietro. La prima parte, quella più vintage, è anche quella dove sono concentrati la maggior parte dei numeri musicali. Il culmine di questo primo movimento è rappresentato dalla bellissima sequenza nell’osservatorio astronomico, in cui i due amanti danzano tra le nuvole. Nella seconda parte, che coincide non a caso con l’ingresso in scena di John Legend, passiamo ad una prospettiva anti-nostalgica che riduce lo spazio della performance di coppia, mettendo in crisi anche la relazione amorosa. Nella terza ed ultima parte la nostalgia viene reincorporata nel film attraverso il what if: il ricordo del grande musical classico – in particolare Un americano a Parigi di Vincente Minnelli – viene chiamato a colmare il vuoto attraverso una lunga sequenza di pura, liberatoria immaginazione che riporta alla mente le melodie di Broadway di Donen/Kelly e soprattutto il balletto impressionista di Minnelli, preludio, in entrambi i casi, al trionfo amoroso, quando era ancora possibile una corrispondenza tra fantasia (musical) e reale. Anche qui le due dimensioni dialogano, senza però convergere nello stesso punto. E allora “Brindiamo ai sognatori. Brindiamo ai cuori spezzati. Brindiamo ai disastri che combiniamo”, consapevoli che non durerà e che lo spazio del musical si è radicalmente ridotto fin quasi ad estinguersi.

Autore: Giulio Casadei
Pubblicato il 31/08/2016
USA 2016
Durata: Durata: 127 minuti

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