Nascoto

Che fine ha fatto Bernadette?

di Samuel Antichi
Che fine ha fatto Bernadette - recensione film Linklater

Dopo aver riflettuto, con Last Flag Flying, intorno alla commemorazione e al superamento del lutto attraverso un viaggio fisico ed esperienziale, che porta i personaggi a rimettere in discussione il proprio trascorso unendo e collegando i frammenti del passato, Richard Linklater adatta il bestseller firmato nel 2012 da Maria Semple, Che fine ha fatto Bernadette?.

La protagonista del racconto è Bernadette Fox (Cate Blanchett) casalinga stanca, sociopatica, agorafobica, depressa con problemi di insonnia mai integratasi realmente nella vita di quartiere. Dietro un apparentemente perfetto scenario familiare, il rapporto di coppia e il rapporto con la figlia-migliore amica, Bernadette non sembra aver instaurato alcun legame amicale. L’unica figura con cui si confida e si sfoga è Manjula, un’assistente virtuale indiana dietro cui si cela una minaccia molto pericolosa. Il carattere estremamente schivo e gli occhiali che nascondono così spesso parte del volto mascherano una delusione professionale avvenuta in passato, un rimosso che Bernadette ha obliato rifugiandosi nella vita casalinga che però chiaramente non l’appaga. La donna sembra trascurare qualunque rapporto con il mondo esterno rifiutando di affrontare e rielaborare il proprio trascorso, dimensione che viene resa esplicita – metaforicamente e non – dal momento in cui un enorme quantità di rovi sembra minacciare la stabilità della propria casa, un’abitazione ormai vuota e fredda sul punto di crollare. Anche in questo caso, come nel film precedente, sarà un viaggio, che inizialmente doveva essere familiare per poi trasformarsi in percorso intimo e introspettivo, a permette a Bernadette di ritrovare sé stessa. La protagonista, che in realtà si scopre essere un brillante architetto, tra i migliori della sua generazione, ritrova la sua vena creativa, dunque confidenza e sicurezza dei propri mezzi nel momento in cui esce dall’ombra del marito, così come dal ruolo esclusivo di madre-moglie.

Dietro ad una narrazione piuttosto prevedibile e di chiara lettura, Linklater affronta nuovamente il tema della maternità, la problematicità di alcune scelte, le opportunità ma anche le inevitabili rinunce e sacrifici. Bernadette, che sembra essere colpita dai dubbi e timori che attanagliavano anche Patricia Arquette in Boyhood – così come da una crisi di mezza età simile a quelle vissute dal coach di baseball in Bad News Bears - Che botte se incontri gli Orsi o l’insegnante di School of Rock compie un ulteriore percorso di crescita ritrovando la propria espressione di sé, rielaborando e superando il trauma passato.

Uno degli elementi più interessanti del film risulta essere la rappresentazione e restituzione del passato della protagonista a partire da differenti fonti, come le testimonianze dei colleghi, presentate in forma di mockumentary, estratte da un video di presentazione sulla carriera di Bernadette, su cui si imbatte inavvertitamente la donna in rete e in seguito la figlia. I diversi livelli di sedimentazione che frammentano il racconto, andando a significare la molteplicità di strati, fanno trasparire un’impossibilità nel restituire tratti univoci della protagonista. La moltitudine di sfaccettature provoca spaesamento e stato di incertezza nello spettatore. Solo nel finale i tasselli andranno a formare un mosaico, tuttavia, omogeneo, ristabilendo una dimensione convenzionale che l’attitudine discorsiva, così come la natura del personaggio cercavano di eludere.

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Richard Linklater Cate Blanchett Billy Crudup Kristen Wiig Laurence Fishburne 104 minuti
USA 2019
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John Wick 3 - Parabellum

di Matteo Berardini
john wick 3 parabellum - recensione film

Bossoli che piovono sul pavimento, lame che trapassano le carni, l’impatto violento di corpo su corpo, lividi, fratture, urla, l’odore acre di cordite sospeso nell’aria. Prosegue con Parabellum la lunga notte di John Wick, il killer malinconico con cui Keanu Reeves, Chad Stahelski e David Leitch hanno conquistato nel 2014 il mondo action hollywoodiano riportando al centro della scena la spettacolarità degli stunt e l’eleganza del kung fu. È ancora l’onda lunga di The Raid, la lezione di una violenza dalle coreografie raffinate e assieme brutali restituite spesso in camera fissa e tempi di montaggio più dilatati, se non piani sequenza che diventano vere e proprie composizioni musicali di combattimenti e conflitti a fuoco. Non a caso John Wick 2 porta con sé lo stesso limite di The Raid 2: Berandal, il tentativo fallito di replicare la stilizzazione action unendola al respiro epico di una narrazione criminale più vasta e complessa; mancava di incisività e immaginazione visiva John Wick 2, lontano dalla coerenza impeccabilmente b movie del primo capitolo. Tanto di cappello a Reeves e Stahelski allora, perché Parabellum è una fenomenale rinascita della saga, il capitolo finora più riuscito, affascinante e sorprendente, che trova la quadra del cerchio equilibrando perfettamente parossismo visivo e fiducia cieca nel personaggio.

Dopo un lungo incipit notturno che si collega direttamente al capitolo precedente, Parabellum riprende l’esplorazione dell’underworld criminale abitato da John Wick, regole e rituali di un mondo che sembra sempre meno sotterraneo ma piuttosto parallelo e contiguo al nostro, tanto è ramificato e onnipresente e globalmente pervasivo. Dietro ogni barbone si nasconde un informatore, dietro ogni ristorante cinese una squadra di killer dai talenti marziali, la violenza può esplodere nel mezzo delle strade e degli spazi pubblici ma in qualche modo è sempre non vista, nascosta in pieno sole. Parabellum approfondisce l’indagine di quest’organizzazione criminale ma riesce a farlo sempre e comunque attraverso l’azione, concatenando tra loro sequenze memorabili che pompano adrenalina e stupore mentre si gioca sempre meglio con i limiti del fisicamente possibile. Certo, il film gira su sé stesso e su quanto accaduto in precedenza, reitera situazioni e soluzioni narrative, non sfugge a una certa macchinosità dell’intreccio, seppur basilare, eppure tutto resta magnificamente in piedi e di più, vola a livelli inediti di spettacolarità e creatività visiva in un’escalation adrenalinica che non rinuncia mai al movimento per raccontare la sua storia. Tra cavalli, moto, sale wellesiani di specchi e inganni riflettenti, Parabellum è anche un film assai generoso con i suoi personaggi, cui regala momenti e spazi consistenti: Ian McShane, accompagnato perfettamente dal compassato Lance Reddick, ben incarna lo spirito elegantemente indomito del Continental, mentre Laurence Fishburne si ritaglia uno spazio che, con tanto di citazione iconica e urlatissima, ammicca all’esperienza condivisa con Reeves di Matrix; a sorprendere è invece Halle Berry, rediviva, che assieme a due mortali cani-velociraptor si prende per sé un lungo momento d’azione relegando John Wick in un angolo.

Scisso tra passato e presente, tra la violenza lunga una vita e il ricordo di un amore da conservare a ogni costo, John Wick è quanto di meglio possa regalare il genere duro e puro, un personaggio oscuro orgogliosamente bidimensionale ma coerente e ben delineato nelle sue linee guida, dotato di un carisma immenso e della consapevolezza ludica di vivere un mondo al limite; Parabellum in questo senso è il capitolo più autoironico e eccessivo, un film che abbraccia l’intensità sopra le righe di scene e situazioni e si dimostra  in grado di reggere ogni esagerazione, come solo il miglior cinema d’azione è in grado di fare. John Wick è ormai una figura epica, puro cinema spettacolare di fronte il quale poco o nulla contano le banali necessità e limiti del reale.

Categoria
Chad Stahelski Keanu Reeves Ian McShane Halle Berry Asia Kate Dillon Jerome Flynn Lance Reddick Laurence Fishburne 130 minuti
USA 2019
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Il Corriere - The Mule

di Samuele Sestieri
ILCORRIERE

Di fronte alle immagini essenziali di Il corriere - The Mule si prova un certo sentimento crepuscolare. Si guarda indietro verso i western, l'immaginario dell'America che fu, il profondo senso etico del più politico dei cineasti americani in attività. Clint Eastwood, il grande vecchio che non cade mai, quello che apre il suo cinema alle derive sperimentali e incomprese di Ore 15.17 - Attacco al treno e poi torna a recitare a quasi novant'anni. 


In fondo i suoi personaggi continuano a rispondere ossessivamente a una domanda: cosa fa di noi un essere umano? Qual è la scintilla che ci rende uomini? Tutta la sua filmografia insegue la medesima risposta: la possibilità di scegliere al di fuori di qualsiasi assetto costituito, assumendosi tutte le responsabilità che comporta l'azione. Essere il proprio destino per un preciso, necessario senso etico, senza mezzi termini o mediazioni. Quella di Clint è probabilmente l'ultima vera figura anarchica dell'immaginario americano, che promuove lo spirito di un cinema autenticamente conflittuale, selvaggio e mai risolutivo: in un mondo dove l'atto è l'origine e l'eclissi di ogni cosa, Clint si assume il peso dell'azione. Imbocca una nuova via, modifica il senso di marcia. In quel momento sospeso si risveglia l'idea fissa che, assopita, abita i suoi eroi. La dimensione che viene a crearsi è quella del tempo che resta, protratto non davanti ma dentro i personaggi, verso la loro identità più profonda.  


Parla proprio di questo Il corriere: Earl Stone per tutta la vita ha anteposto il lavoro agli affetti. Pessimo marito, pessimo padre, individualista convinto che ha lasciato la famiglia scivolare via. Col peso degli anni e senza più lavoro, non rimangono che i rimpianti che diventano giorno dopo giorno fardelli insostenibili. La casa pignorata, le delusioni e i rancori, resta solo quel vecchio, inseparabile furgone, unico compagno di viaggio e di mille avventure. Guidare e lasciarsi andare, percorrendo le strade americane alla ricerca di una continuità che riunisca una costellazione di frammenti (in fondo Una storia vera di David Lynch faceva la stessa cosa).

Il dolore appannato dalla strada, la leggerezza di una canzone di Dean Martin, l'orizzonte sempre a-venire: il viaggio delinea un'altra velocità, un altro modo di stare al mondo. Senza troppi indugi, Earl accetta la proposta di un giovane messicano e diventa il corriere per un cartello della droga. Con i soldi guadagnati tenta di ricostruire il mondo perduto che lo circonda: paga il matrimonio della nipote, salva il circolo di reduci cui apparteneva, tenta in tutti i modi di riacquistare il tempo, di guarirlo, consapevole di non poter cancellare le colpe o silenziare i rimorsi. Ma si può ricominciare, anche a ottant'anni suonati: a patto di seguire velocità diverse dalla realtà circostante, di prendersi i propri tempi, strade e geografie (che restituiscano un senso di coesione, di identificazione con la terra cui si appartiene); di interrompere una consegna per aiutare una coppia con la macchina ferma sul ciglio della strada, di spassarsela con un paio di ragazze in un motel, di vivere al proprio ritmo come ai tempi delle ballate dei cowboy solitari.  

Clint allestisce una straziante opera di rimpianti e parole mai dette con quel tocco di miracolosa leggerezza che appartiene solo ai grandi maestri. C'è lo humour scanzonato e politicamente scorretto dove il grande vecchio, sfacciato e un po' piacione, osserva un mondo che va troppo in fretta. Se la prende con la rete ("Internet? A chi serve?"), fatica a utilizzare un cellulare ma almeno sa come cambiare una ruota. Spudorato, si rifugia nell'esperienza alimentando quel sesto senso che gli salva la vita. Il volto ruvido di chi non ha più nulla da perdere - se non l'amore della sua vita che l'orgoglio, l'arrivismo e la vanagloria hanno oscurato. La sequenza finale con la moglie è una di quelle cose che mettono i brividi solo a pensarci.


Se un mese fa, Old Man & The Gun segnava l'addio alle scene dell'altro grande vecchio, Robert Redford, con un film gentile e pulito che era un preciso omaggio alla stella, Il corriere è un'opera selvaggia alla Clint, che non conosce fine ma può solo continuare. I parenti più stretti, in questo senso, sono Gran Torino e Million Dollar Baby. Se l'intero universo muore intorno a lui, Clint non smette di viaggiare. Sa bene che il mondo non è un paese per vecchi ma lui imperterrito coltiva il suo orto - che sia nel giardino di una casa o di una prigione non fa differenza. Del resto ama i fiori che durano un solo giorno, riconosce la bellezza in tutto ciò che muore. 
A inseguirlo il poliziotto Bradley Cooper, alter-ego, doppio del protagonista, come nella migliore tradizione guardia e ladri. La sequenza al bar che li vede entrambi in scena è la sintesi perfetta della morale eastwoodiana: l'icona, tenacemente attaccata alla vita, nell'altro riconosce se stesso. Sembra quasi la scena di un western (ma cosa, nel cinema di Eastwood, non lo è?). Non importa da che parte stia, l'importante è che abbia impressa negli occhi la medesima immagine, lo stesso mirabolante sogno - quella del mondo perfetto da proteggere da tutte le insidie e i falsi dei.

Quella per cui vale la pena perfino un po' morire...almeno fino alla prossima cavalcata.
 

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Clint Eastwood Clint Eastwood Bradley Cooper Laurence Fishburne Dianne Wiest 116 minuti
USA 2018
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Batman v Superman: Dawn of Justice

di Matteo Berardini
batman v superman dawn of justice

Nella sua infinita potenza, può Dio essere fonte di un’inesauribile bontà? Qualora lo fosse, come si può giustificare la presenza del male nel mondo, specie in quelle forme così assolute che si sono manifestate nel corso del Novecento?
Fedele al mood cupo e ossessivo che la DC-Warner ha adottato per contrapporsi alla leggerezza pop dei Marvel Studios, Batman v Superman: Dawn of Justice affonda a piene mani in quello che già Sant’Agostino definiva il problema del male. Secondo il filosofo d’Ippona, in un mondo creato dalla volontà del Dio cristiano, e quindi figlio del suo onnipotente amore e conforto, non trova posto il concetto di male, nessuna creazione del divino può portare in sé i germi di un’essenza malvagia. Metafisicamente parlando, il male non esiste.

Ma cosa succede quando chi ha sperimentato il male sulla sua stessa pelle trova davanti a sé una divinità manifesta, aliena sì ma fatta di carne e sangue, e soprattutto mossa da un infinito amore per il mondo che ha imparato a fare suo? Dagli albori della Patristica occidentale alla Metropolis di Snyder/Goyer, la coesistenza di divino e di male continua ad apparire come una contraddizione in termini, un nodo insolubile da cui nasce l’impotenza che trasforma gli uomini buoni in crudeli. Batman v Superman recupera la lezione marvelliana sulla responsabilità del potere e la declina all’interno del conflitto tra uomo e Dio, una trincea teologica che vede da una parte un nuovo salvatore e dall’altra Lex Luthor e Bruce Wayne, epitomi di un’umanità incapace di accettarne la venuta. Già in L’uomo d’acciaio la nuova incarnazione di Superman manifestava insistiti paralleli con la figura di Cristo, adesso la sovrapposizione si fa completa, con tanto di chiamata al martirio e lancia di Longino a mietere il fianco del Messia. L’intento sarebbe dei migliori, portare la componente dark dell’universo cinematografico DC sulla strada più imponente e ambiziosa, un incontro tra la riflessione sul giustizialismo avviata da Nolan e il confronto con il divino ispirato da Superman. Tuttavia il risultato fallisce oltre ogni aspettativa, il film crolla nel vuoto schiacciato dal suo stesso peso, vittima di una confusa schizofrenia d’intenti e di un dilettantismo tecnico inspiegabile per un film blockbuster di questa portata.

L’uomo d’acciaio era un film che cercava di spingere l’immagine al limite ultimo della visione, nel tentativo di catturare l’essenza di Superman (la luce e quindi il movimento) all’interno di un dinamismo di forme volto all’immediatezza più estrema. Quella restituita da Snyder era un’immagine radicale, capace di librarsi oltre i vuoti di sceneggiatura e le metafore più urlate e banali.
Batman v Superman è l’esatto contrario, un film terrigno e pesante che aspira al volo ma rimane costretto a terra, soffocato da doveri produttivi e da un’impalcatura narrativa non solo strabordante ma anche incredibilmente sciatta e approssimata. In quest’overdose di linee narrative il cinema di Snyder appare costretto, intrappolato mentre tutto attorno a lui domina invece la confusione, un senso di totale mancanza di controllo in un film che per buona parte della sua durata appare come un lungo, maldestro trailer, per come cerca costantemente di mettere a confronto una scena dopo l’altra senza donare ad esse alcun respiro, e soprattutto senza che alcuna sequenza possa scorrere libera di introdurre qualcosa, personaggi o dinamiche narrative che siano. Ottimo l’inizio in medias res, rilettura dello scontro di Metropolis visto dal basso, dalla prospettiva orizzontale di un furioso e impotente Bruce Wayne, ma da lì in poi è una corsa costante, un montaggio alternato di un’ora e mezza almeno in cui si punta solamente all’accumulo e alla stratificazione di materiale senza però che da tutte queste scene mal collegate tra loro emerga un racconto coerente e coeso dei personaggi. Grandi assenti di Batman v Superman sono proprio loro, gestiti come burattini e vittime di azioni la cui motivazione non viene mai costruita ma soltanto enunciata, o addirittura data per scontata (vedi il macchiettistico e piatto Lex Luthor). Tutto accade perché sappiamo che così deve accadere, perché è evidente che Luthor sia pazzo e Batman perso nella sua furia allucinata, mentre Superman viene tenuto fuori dal quadro per aumentare la sua estraneità ma nei fatti continua a non esistere come personaggio a sé stante.

All’interno di un testo così confuso e incerto, che raccoglie molti spunti interessanti senza riuscire a svilupparne alcuno, restano di buono per il futuro della serie solo le interpretazioni di Ben Affleck e Gal Gadot, grazie al cui carisma si impongono con forza i nuovi Batman e Wonder Woman. Soprattutto il cavaliere oscuro, all’ennesima reinvenzione, arriva con forza allo spettatore: rozzo e violento nei suoi rubacchiati echi milleriani, è un uomo che cerca di essere un Dio e deve per questo confrontarsi con la propria sanità mentale, drogata di furia, marcata dall’impotenza, persa in un mondo di allucinazioni demoniache.

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Zack Snyder Ben Affleck Henry Cavill Amy Adams Jesse Eisenberg Gal Gadot Diane Lane Laurence Fishburne 151 minuti
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