Nascoto

Nella Bolla

di Fabiana Proietti
thebubble-recensione

La pandemia ci ha cambiati tutti. Ma che potesse cambiare anche il cinema di Judd Apatow era un effetto collaterale davvero imprevedibile. Anzi, forse ora più che mai ci saremmo aspettati da lui un abbraccio (o almeno un pugnetto, un tocco di gomito) stretto e solidale.

Invece, dopo il coming of age di King of Staten Island, ispirato alla vita di Pete Davidson, in cui i classici temi apatowiani – come la paura di crescere, il rifugiarsi in un quotidiano rassicurante fallimento anziché esplorare il mondo e rischiare di farcela – si confrontavano con il trauma collettivo dell’11 settembre, Apatow inverte bruscamente la rotta e si sposta nella campagna inglese per una satira feroce che non risparmia nessuno.  Forse è proprio questo a spiazzare di The Bubble. Il film, distribuito da Netflix e scritto con la Pam Brady di South Park, taglia i ponti con la commedia romantica e i racconti generazionali al centro delle produzioni apatowiane del decennio, da Trainwreck a Love e The Big Sick, e guarda piuttosto al demenziale dei National Lampoon, contaminandolo con i giochi di specchi del film-nel-film, che prestano il fianco alla speculazione su riferimenti a cose e persone nient’affatto casuali.

Sulla scorta del reale set di Jurassic World Dominion, isolato in un rigido protocollo anti-Covid per portare a termine la produzione, Apatow costruisce la sua bolla per le riprese del sesto – non necessario – capitolo dell’immaginaria saga Cliff Beasts, mettendo pericolosamente insieme una fauna attoriale che va dall’attrice con velleità intellettuali (costretta a riunirsi al franchise precedentemente abbandonato dopo l’insuccesso del suo ruolo da “metà israeliana-metà palestinese”) alla coppia disfunzionale di star che non fa che lasciarsi e tornare insieme, al premio Oscar con problemi di dipendenza alla giovanissima influencer di TikTok, guidati da un regista al suo primo blockbuster – “premio” per aver vinto il Sundance con un film girato con un Iphone 6 –  e disposto a tutto, pur di non tornare a vendere piastrelle da Home Depot.

In questa sorta di Overlook Covid Hotel, il film inizia a giocare d’accumulo snocciolando una sequenza infinita di gag da quarantena che non sembrano neanche voler essere divertenti ma raccontare, piuttosto, il vuoto e la sospensione di questi anni Venti, nei quali la pandemia ha giocato il ruolo di un acceleratore di particelle.

Nella bolla si diventa egoisti, si diventa brutti. E tutti siamo stati racchiusi per due anni nelle nostre piccole bolle private. Apatow racconta la propria, quella di uno show biz chiaramente in crisi, con i suoi protagonisti attaccati a delle corde, marionette sospese a mezz’aria davanti a uno sfondo inesistente, smaterializzato.
In atto di insolita ferocia per il suo cinema familiare e umano, li fa addirittura vomitare uno sull’altro, morire e ritornare in vita come dei cartoon nella lunga, quasi sfiancante, sequenza dell’overdose da rianimare con ogni mezzo possibile.

Improbabili balletti su TikTok, festini drogherecci, amputazioni, litigi, tradimenti: non si ride nella bolla e quando accade si tratta comunque di una risata dal retrogusto amaro. Per la prima volta nella sua filmografia da regista e produttore, Apatow sembra non provare affetto per i suoi personaggi ma ritrarre una Hollywood da rehab, popolata di volti che durante la pandemia, tra video domestici di bassa qualità e dirette non richieste, hanno smarrito l’allure divistica dimostrando davvero di non essere più “il club cool”, per dirla con il lucido commento di Jim Carrey sull’isteria degli ultimi Academy Awards.

E se Hollywood non è più Hollywood anche il film non è più un vero film: tra il reality show e il gioco da tavola, Apatow elimina senza preavviso i suoi concorrenti: nella logica ferrea del franchise, gli attori che non ce la fanno vengono rimpiazzati in post-produzione - perfino l’amata Leslie Mann! –  e nessuno è indispensabile se non il profitto, come ribadiscono i dirigenti degli Studios collegati in video da paradisi terrestri Covid-free.

Duramente criticato dai recensori americani, con una media voti tra le più basse per un autore solitamente molto amato, The Bubble è una commedia che non fa assolutamente ridere. Ma è probabilmente il Don’t look up di Apatow sul mondo del cinema, il suo monito verso un sistema artisticamente e produttivamente in stallo, come gli attori in fuga, bloccati su un elicottero fatto alzare in aria ma incapaci di volare. Spiazzati da questo inedito sguardo apocalittico sul destino del cinema, accusiamo Apatow per averci spacciato un dramma per commedia. Ma come sostiene la cinica studio executive interpretata da KateMcKinnon: blame the game, not the player.

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Judd Apatow Pedro Pascal Karen Gillan Maria Bakalova David Duchovny 124 minuti
USA 2022
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Avengers: Endgame

di Attilio Palmieri
Avengers-Endgame- recensione film marvel

Quando nel 2008 uscì nelle sale Iron Man nessuno, neanche Kevin Faige, avrebbe immaginato la portata di quel percorso che oggi è arrivato ad Avengers: Endgame, una tappa non definitiva come spesso si legge in giro, ma sicuramente dedicata a completare un primo arco, dando compiutezza a qualcosa che – detto molto semplicemente senza paura di essere iperbolici – non si era mai visto nella storia del cinema.

Non è solo la consapevolezza che operazioni di queste dimensioni, per quanto possano essere figlie di una progettualità maniacale, non sono mai totalmente calcolate perché figlie anche di variabili che si presentano nel corso del tempo e che vanno sfruttate a proprio vantaggio per non esserne sopraffatti. Accanto a questa certezza c'è anche un dato abbastanza incontrovertibile, ovvero che quello che oggi riconosciamo come un universo cinematografico che si regge su una capacità di generare denaro senza precedenti undici anni fa non esisteva, per cui ogni investimento economico rappresentava un rischio e non sempre i film sono stati accolti con il massimo dei favori, soprattutto perché gli esiti qualitativi erano a volte poco convincenti – basti pensare al caso di Hulk.

Va anche detto che gli universi narrativi al cinema non sono mai stati sviluppati in queste proporzioni e con questa progettualità, e benché nel mondo dei fumetti, dei videogiochi e delle serie televisive fossero qualcosa di assolutamente normale, al cinema rappresentavano una sorta di novità, sia per gli addetti ai lavori, sia per la critica, sia per gli spettatori, i quali hanno imparato a restare seduti sulle poltrone fino alla fine di tutti i titoli di coda per guardare la rituale scena post-credits, ovvero l'elemento narrativo che simboleggiava il legame tra un film e l'altro.

Avengers: Endgame arriva in un contesto decisamente diverso, anzi potremmo dire in un mondo nuovo, tanto è il peso del Marvel Cinematic Universe non solo sul cinema ma in generale sulla cultura pop e sull'intrattenimento contemporanei. Il film diretto dai fratelli Russo non poteva capitare in un momento migliore, perché il 2018 oltre a essere stato l'anno dell'attesissimo Infinity War (primo capitolo di questo doppio epilogo) è stato soprattutto l'anno di Black Panther. Il film diretto da Ryan Coogler è stato un'opera profondamente innovativa per quanto riguarda la rappresentazione delle persone di colore, un fenomeno culturale senza precedenti, capace di resistere in sala per tantissime settimane ed essere l'unico film del 2018 a guadagnare oltre un miliardo di dollari nel mercato statunitense, a dimostrazione dell'impatto devastante che ha avuto sul pubblico, incentivato anche da una ricezione critica eccezionale.

Non tutto è roseo sul cammino di Endgame, perché dopo la storica sfilza di nomination per Black Panther agli Oscar 2019 e la mancata vittoria del premio principale (attribuito in maniera forse un po’ pavida a Green Book, un film senza dubbio più convenzionale) è già ripartito il toto-oscar, nella speranza che possa essere Endgame il destinatario di questo tanto desiderato riconoscimento. Le aspettativa che hanno anticipato il film sono dunque enormi e di vario genere, e in queste condizioni spesso rappresentano l'alba del fallimento. È alla luce di queste premesse che vanno interpretate alcune scelte cruciali di Endgame, perché non bisogna mai dimenticare che non si tratta di un film qualsiasi, ma di un'opera dalle dimensione extra-large che vive di un rapporto simbiotico con il proprio pubblico. L'incredibile macchina commerciale è infatti l'altra faccia di un rapporto intensamente dialogico tra produttori e consumatori (o tra autori e pubblico, che dir si voglia) in cui la gestione del delicato equilibrio tra sorprese e conferme è affidata a elementi di tipo sia narrativo che formale.

Solo se analizzate sotto questa lente si spiegano alcune scelte a prima vista più conservative rispetto a quelle operate dal capitolo precedente della saga degli Avengers, perché è vero che il finale di Infinity War rappresentava una sorpresa clamorosa – tanto da spingere tutti a parlare di discontinuità forte rispetto alle logiche narrative del comic movie – ma è altrettanto vero che le esigenze di questo capitolo sono differenti da quello precedente. Se infatti in quel caso era fondamentale la sorpresa, in questo aveva un ruolo essenziale la conferma (per ritornare alla dialettica appena citata) e allora vengono accolti come la cosa più naturale del mondo gli omaggi ai film precedenti, a tutte quelle storie che hanno portato a questo temporaneo punto di bilanci. Non bisogna però fare l'errore di pensare che questo genere di sviluppo narrativo – che definire atteso è più appropriato rispetto a prevedibile – sia più semplice o meno coraggioso: riuscire a dare al pubblico quello che si aspetta, realizzare un finale epico come promesso e in grado di riallacciare tutti i fili narrativi omaggiando i personaggi che hanno popolato l'universo fino a questo momento, è una delle cose più difficili immaginabili al cinema (e non solo, basti pensare alle critiche che sta ricevendo la stagione finale di Game of Thrones), anche perché basta sbagliare un'inquadratura o una battuta a innescare le balestre di critici di ogni genere.

Il merito principale dei fratelli Russo e degli sceneggiatori di Endgame sta quindi nel aver saputo gestire un film di oltre tre ore utilizzando i personaggi storici dell'universo come vettori emotivi principali, soprattutto a partire dalla consapevolezza collettiva che per alcuni di loro si trattava della chiusura di un ciclo, se non addirittura dell'ultima apparizione. Ovviamente le due direttrici principali sono quelle definite da Iron Man e Captain America, non solo perché gli interpreti sono i primi per cachet tra le star ma anche perché sono i personaggi che da sempre hanno trascinato il racconto complessivo, tanto da finire uno contro l'altro in Civil WarLe loro parabole sono tra le cose più interessanti di Endgame, perché come al solito sono caratterizzate da un'ironia citazionista comprensibile da spettatori di tutte le età, ma soprattutto questa volta sono contraddistinte da una gravitas inedita che li ammanta di eroismo vero. A stemperare un registro che rischierebbe di essere un può fuori tono rispetto alle abitudini della saga c'è la scelta di dare centralità alla figura di Ant-Man, il quale grazie anche alle qualità comiche di Paul Rudd si conferma come anello di congiunzione tra il gruppo di supereroi e gli spettatori.

Dal punto di vista dell'innovazione, in un film così grande (sotto tutti i punti di vista), con così tante esigenze da soddisfare ed equilibri da mantenere, non sono tanto ampi i margini d'azione. Ciononostante Endgame riesce comunque a mostrare qualcosa di inedito rispetto al passato, utilizzando due personaggi del gruppo storico in un modo decisamente nuovo, anche a costo di esporsi alle critiche. E infatti la maggior parte delle perplessità sono arrivate proprio a proposito della gestione di Hulk e Thor, sui quali in questo film è stato fatto un lavoro assai diverso rispetto al passato. Hulk non è più quell'eroe metà scienziato e metà creatura indomabile, non è più un uomo dilaniato dal conflitto tra ragione e istinto, educazione e violenza, ma un individuo che ha imparato a far convivere le sue due identità, valorizzandole entrambe senza per forza metterle in conflitto, elaborando la rabbia e venendone fuori come una persona diversa e più matura. Per quanto riguarda Thor, invece, i Russo hanno optato per mettere in scena la crisi di un Dio, un personaggio devastato dal fallimento che ha chiuso Infinity War e che non ha più alcuno stimolo perché totalmente traumatizzato, in balia dell'alcol e privo di ogni spinta di tipo eroico. Il suo percorso è uno dei più originali e immaginarlo nei Guardiani della galassia Vol. 3 fa sperare finalmente in un futuro roseo per il personaggio.

Avengers: Endgame è qualcosa di mai visto al cinema, il punto culminante di un'operazione durata undici anni, un'opera larger than life dalla portata epica enorme, capace di raccogliere nella stessa cornice emozioni figlie di oltre venti film, che esplodono nel momento in cui tutti i personaggi entrano in scena per la battaglia finale: questo non è solo il momento in cui spettatori di tutte le età sono legittimati (dall'opera stessa) a non trattenere gli applausi, ma è anche la celebrazione di un'idea di cinema che in un decennio ha dato vita a un immaginario indimenticabile per almeno una generazione di spettatori (quella diventata adulta con questi film), tale da stracciare record su record al botteghino, avere un impatto incalcolabile su intere comunità e arrivare fino ai premi Oscar.

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Anthony e Joe Russo Robert Downey Jr. Chris Hemsworth Scarlett Johansson Chris Evans Mark Ruffalo Josh Brolin Jeremy Renner Karen Gillan Chadwick Boseman Tom Holland 181 minuti
USA 2019
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Oculus

di Saverio Felici
Oculus - recensione film mike flanagan

Oculus è il rigore decisivo nella prima parte della carriera di Mike Flanagan. Nel 2013, a 35 anni, il regista era ancora in fase di ricerca: il corto omonimo targato 2006 era stato per anni il suo biglietto da visita; il pochissimo visto e apprezzato Absentia, il primo faticoso approccio con il racconto da 90 minuti. Nessuno dei due si era rivelato il cult sperato, e per l'occasione vera bisogna aspettare la “convocazione” da parte del demiurgo Jason Blum. La storiella di Oculus è piaciuta: uno specchio stregato che fa impazzire la gente, due ragazzini sopravvissuti ad una strage che, cresciuti, decidono di affrontarlo con le armi del raziocinio. Uno spunto perfetto per la casa di produzione che in quegli anni, grazie al primo trionfo di Insidious, sta imponendo la gloriosa etica no-budget dell'orrore minimale fatto di editing ed effetti sonori. A Flanagan si propone di rifare il corto, con un pugno di attori professionisti e la garanzia della distribuzione. E' l'inizio di un rapporto che lo porterà a dirigere ben tre film (seguiranno Il terrore del silenzio e Ouija 2) e a diventare, insieme a James Wan il regista più rappresentativo del marchio Blumhouse. Il successivo approdo alla scuderia Netflix e l'imminente debutto per la Warner con Doctor Sleep passano anche e soprattutto per questo semi-classico della ghost story anni 2010.

La carriera di un “regista di genere” alle prime armi è per lo più un percorso autarchico, in cui la distanza tra autore e pubblico si annulla e il confronto diretto con gli spettatori è l'unica prova che conti. A differenza del campionato giocato dagli aspiranti auteur d'essai, il giovane regista di genere non ha a disposizione festival importanti, stampa rinomata o in generale grandi spazi critici dedicati. Nell'horror più che mai, un debuttante senza major può solo sperare che il film colpisca le cinquanta (o cinquecentomila) persone che riusciranno a vederlo, e che le cose facciano il loro corso. Anche per questo, l'horror è onesto, e difficilmente mente sulle qualità di un regista. 90 minuti, attrezzatura scadente e un pugno di attori spesso improvvisati: ciò che il filmaker riesce a tirare fuori da questi pochi elementi decreta quasi inequivocabilmente la sua abilità con la narrazione per immagini. Nella ghost story l'economia del racconto e della messa in scena è il fulcro tecnico e tematico, e in questo senso Oculus può tranquillamente definirsi il miglior film di Flanagan.

A livello prettamente cinematografico, Oculus rimane l'esempio migliore delle qualità che il regista americano metterà in luce a correnti alternate nei successivi lavori. Ben lontano, vale la pena chiarirlo, dall'essere un capolavoro o pietra miliare del genere, il film rimane ad oggi tra i più rappresentativi del catalogo Blumhouse: un piccolo manuale tecnico di quanto è possibile fare con sei attori e una scenografia composta da una casa vuota e qualche vaso di piante. E ovviamente, l'uso del montaggio. Mike Flanagan nasce come montatore, e Oculus è praticamente una tardiva tesi di laurea. Il taglio e la transizione è l'unica arma del regista che si cimenti con il cinema dinamico senza le cineprese di Lubezki a disposizione: in ciò, Flanagan è assolutamente straordinario nel disarticolare l'apparente linearità del plot, scombinandola in un trip ritmatissimo e visionario, capace di colpire a livello cerebrale oltre che sui nervi del jump-scare (presenti in versione stranamente ridotta).

Come in una versione ancora più low-cost del 1408 di Hafstrom, Oculus ci sfida a immaginare cosa possa accadere in un piccolo spazio in cui, apparentemente, tutto è illuminato e controllabile. Ovviamente, Flanagan non può giocarsela di Fx: e qui entrano in gioco stacchi e tempi. In Oculus, l'eterna guerra tra ragione e inspiegabile, empirismo e delirio, si combatte su un piano temporale inesistente: un eterno presente in cui le due linee narrative (2001-2012) convivono, e tutto avviene nel qui e ora. Gli errori compiuti dai protagonisti da ragazzi influenzano le loro azioni presenti, che a loro volta dialogano con ciò che è passato. E mentre la fortissima Karen Gillian e l'imbambolato Brendon Thwaites lottano convintissimi per mantenere alta la credibilità emotiva della storia, le coordinate temporali si annullano, e nella vecchia casa dei Russell l'unica, distorta realtà rimane quella percepita dello sguardo infetto.

La dimensione del soggettivo lascia il posto a un'altra grande intuizione di Oculus: il ruolo delle cineprese. Da Vertov a oggi, va detto, il dualismo occhio-obbiettivo è stato declinato in ogni maniera pensabile, e nel parlare di genialità per chiunque riproponga ancora l'ovvia metafora si fa un torto agli autori per primi. Nell'ottica del film, però, il discorso è centrale: portando a livello successivo lo spunto dei Paranormal Activity (telecamere interne che mostrano ciò che l'occhio nudo non vede), le cineprese a disposizione di Kaylie e Tim non sono surrogati dello sguardo, ma degli upgrade quasi cyber-punk delle sue possibilità naturali. Attraverso le fotocamere degli iPhone, che i protagonisti tengono davanti agli occhi come crocefissi nei film di vampiri, è possibile “spiare” la realtà nuda, superando così le prove dello specchio, ingannatore dell'occhio per definizione. Un'altra idea forte di un lavoro forte, fondamentale nello stabilire il ruolo centrale di Mike Flangan nella galassia ghost che ha definito questo decennio.

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Mike Flanagan Karen Gillan Brendon Thwaites Annalise Basso Kate Sackhoff Rory Cochrane 103 minuti
USA 2013
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Avengers: Infinity War

di Attilio Palmieri
avengers infinity war recensione film marvel

Ci vuole coraggio a fare un film come Avengers: Infinity War.

A dieci anni dalla nascita del Marvel Cinematic Universe e dopo ben diciotto lungometraggi, il mondo progettato da Kevin Feige è popolato da decine di eroi, quasi tutti presenti nella fase conclusiva di quello che è ormai di gran lunga il più dispendioso e remunerativo franchise cinematografico della storia del cinema.

Ci vuole un ardire particolare per girare un film del genere, ci vuole la consapevolezza di saper e poter maneggiare milioni di dollari, tantissimi personaggi e una storia nient’affatto convenzionale – non è esattamente una origin story, in cui è possibile, volendo, anche fare affidamento su un canovaccio consolidato – unita alla volontà di stupire, portando l’intera storia verso territori narrativi e tonalità fino ad oggi inesplorate. I fratelli Anthony e Joe Russo, chiamati a sostituire Joss Whedon dopo il parziale fallimento (sicuramente in termini di gradimento della critica) di Age of Ultron, avrebbero potuto fare un film molto più canonico, ottenendo con ogni probabilità un enorme successo vista la perfetta macchina di marketing di casa Disney/Marvel, ma hanno preferito non accontentarsi e optare per una profonda discontinuità creativa, seppur all’interno di un discorso organico e in limpido dialogo con il passato.

Con Infinity War inizia il tramonto della Fase 3 del MCU, quella in cui l’espansione del mondo più amato dagli spettatori del pianeta (numeri alla mano) si declina nella moltiplicazione dei film, delle opere e degli stili. Immediatamente prima ci sono stati il ritorno a casa di Spider-Man, lo scivolamento verso il magico di Doctor Strange, l’apertura al demenziale di Thor Ragnarok e l’allargamento degli orizzonti geografici e culturali di Black Panther. Soprattutto però c’è stato Civil War, ambizioso crossover che ha dato inizio alla Fase 3 e che si presenta come il più prossimo antecedente di Infinity War.

Siamo alla prima parte di un dittico conclusivo (sia Ant-Man and the Wasp che Capitan Marvel saranno ambientati prima delle vicende di questo film) in cui si assiste a una parata supereroistica difficilmente dimenticabile, a un carnevale di effetti speciali che ne fa il film più costoso di sempre, senza per questo però privarlo di un’anima forte e personale, sulla carta la cosa più difficile da definire e comunicare.

Per quanto il pubblico di massa abbia aspettato anni per vedere finalmente i propri eroi interagire sullo schermo – i Guardiani con Thor, Iron Man con Doctor Strange, il Wakanda con Captain America – Infinity War è prima di tutto un film su Thanos, il quale dall’inizio alla fine ribadisce con parole e presenza scenica il suo essere il vero baricentro dell’universo. Il capolavoro di Kevin Feige sta nell’aver creato un mondo fatto di personaggi capaci di seguire percorsi indipendenti e mitologie in parte autonome, configurando loro attorno l’inevitabilità dell’incontro con Thanos. Essendo questi il principale villain del MCU è dunque ritratto come protagonista assoluto, scelta in realtà non proprio convenzionale e di non banale importanza anche dal punto di vista teorico. Se il problema principale dei film Marvel è spesso stato quello di non avere un cattivo adeguato al resto, risulta ancora più significativa la decisione di fare di Thanos il personaggio con il massimo screen time proprio in questo film.

Le colossali proporzioni di questo crossover consentono agli autori di confezionare un racconto in grado di non deludere le aspettative di ogni tipo di spettatore. Un livello molto interessante, per esempio, è quello costituito dalle intersezioni tra gruppi di personaggi abitualmente separati e che in questo caso vanno a intrecciarsi andando a creare relazioni del tutto nuove oltre che divertenti. Cosa succede se si fa incontrare Thor con il gruppo dei Guardiani? È molto probabile che siano domande del genere la scintilla attorno alla quale viene costruito il plot, che per reggere deve però essere il più coerente, avvincente e giustificato possibile. O ancora: se Doctor Strange agisse insieme con Iron Man, Hulk e Spiderman? Come prenderebbero i fan una missione con i due Sherlock Holmes fianco a fianco? Si tratta semplicemente di fanservice, si potrebbe dire, ma è proprio sulla costruzione di questo genere di mondi, sulla loro intersezione e sulla soddisfazione delle aspettative spettatoriali che si regge un progetto di questa grandezza. Infinity War è anche per questo un film stratificato e plurale, dai molteplici livelli di lettura, come ogni blockbuster di questo genere dovrebbe ambire ad essere per intercettare tutte le fette di pubblico possibili parlando diversi linguaggi, tutti coerenti tra loro.

Per quanto le critiche ai film del Marvel Cinematic Universe non siano una rarità, affondare gli artigli ermeneutici nei confronti di questo genere di opere considerandole semplicemente dei film significa mancare completamente il bersaglio. Prima ancora di essere dei lungometraggi questi sono parte di un universo in espansione, un mondo finzionale che sta progressivamente divorando quello reale a colpi di merchandising e incassi nelle sale senza precedenti, veicolando una visione del cinema che sta cambiando i connotati alle major hollywoodiane e al loro modo di produrre (si vedano gli ultimi Star Wars).

Sebbene si possa non amare i supereroi, li si possa erroneamente considerare una moda, il MCU ha oggi un’importanza imprescindibile nel campo dell’intrattenimento, è una realtà che da anni occupa la cultura popolare costantemente, un mondo che pretende di essere abitato e che riguarda tutti, che lo si voglia o meno. Deal with it. Ogni critica ai film, per quanto ben argomentata, riguarderà sempre aspetti talmente micro rispetto al tutto in costante divenire, messo in piedi da Kevin Feige e i suoi fedelissimi, che quasi scomparirà senza più lasciare traccia.

Lo stesso Infinity War, infatti, non è certo esente da forzature narrative (Thor che incontra i Guardiani per caso, Bruce Banner che finisce da Strange in modo quasi fortuito), ma ciononostante costituisce un crocevia narrativo nato per catalizzare l’attenzione mondiale come quasi nessuna opera audiovisiva è stata mai in grado di fare: è un fenomeno di costume davvero inedito, soprattutto perché si tratta di un enorme contenitore che al suo interno contiene cellule in grado di andare verso tantissime direzioni.

La natura rizomatica dell’universo della Casa delle Idee – che fino a ieri ha offerto film dal gradimento critico altalenante ma sempre capaci di stimolare l’attenzione collettiva – si esprime in questo caso nel modo più concentrato immaginabile, autoperimetrandosi all’interno di un singolo film senza mai però elidere nessuna delle sue molteplici facce.

Dopo dieci anni di supereroi sarebbe stato lecito piazzarsi sulla riva del fiume aspettando il cadavere di un progetto che ha avuto momenti di grandissimo splendore e che pertanto si sarebbe potuto permettere un fisiologico cupio dissolvi. Così non è stato: i fratelli Russo rispediscono al mittente qualsiasi critica realizzando un film spericolato e vivissimo, dalla natura magmatica e proteiforme, in grado naturalmente di far ridere, ma anche di presentare una versione inedita dell’action, imprevedibilmente spaventosa, malinconica e di inedita cupezza.

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Anthony e Joe Russo Scarlett Johansson Robert Downey Jr. Chris Hemsworth Benedict Cumberbatch Chris Evans Mark Ruffalo Josh Brolin Don Cheadle Tom Holland Jeremy Renner Karen Gillan Brie Larson Chadwick Boseman 149 minuti
USA 2018
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