Nascoto

For All Mankind

di Attilio Palmieri
Foll All Mankind - recensione serie tv apple

Apple è arrivata nell'industria televisiva con una certa arroganza, rompendo diverse regole e non preoccupandosi di un catalogo tutt'altro che sterminato, bensì composto solamente da prodotti originali accuratamente selezionati, in perfetta coerenza con quello che fa come marchio commerciale. In fondo l'idea, almeno in una prima fase, è quella di garantire all’utente un ingresso nella piattaforma simile a quello vissuto entrando in uno dei tanti store dell’azienda, offrendo quindi una serie di prodotti di alta qualità, realizzati con attenzione al prestigio e senza badare a spese. E in questo è fondamentale anche la scarsità, un concetto che opponendosi in maniera radicale a quello di abbondanza rende più preziosa la merce, sottolineando quindi l'importanza di ogni singolo oggetto senza mai rischiare di farlo apparire come intercambiabile.
È anche per questa ragione che sin dal momento in cui c'erano solo gli annunci ma ancora nulla di concreto sotto mano Apple ha badato ad accentuare il prestigio delle proprie serie originali, associando ai singoli prodotti dei nomi di spicco in grado di nobilitare ogni produzione e costruire l'attesa necessaria a creare l'evento. Perché nonostante sia vero che il marchio della mela morsicata funziona già da sé, è altrettanto vero che quello degli audiovisivi – in particolare per quanto riguarda la serialità televisiva – è un mondo estremamente competitivo, in cui in tanti hanno già fallito pur avendo speso enormi risorse, perché i competitor principali sono delle conglomerate mediali che da anni investono miliardi di euro per rimanere al vertice, imparando mese dopo mese non solo come parlare ai target nella maniera più precisa possibile ma anche come vendere meglio i propri show.

Non è quindi un caso che nel primo rooster dell'azienda di Cupertino ci fosse questo For All Mankind, una serie che almeno inizialmente si presenta come fortemente targettizzata, mirando a conquistare gli appassionati di fantascienza e di viaggi spaziali. Soprattutto, però, il lancio della serie è stato ogni volta accompagnato dal nome e dal cognome del suo autore, ovvero quel Ronald D. Moore che da vent'anni è venerato dagli appassionati di televisione, soprattutto grazie a due capolavori (per quanto per certi versi molto differenti) come Battlestar Galactica e Outlander. E come per i titoli citati anche in questo caso il primo aspetto che salta agli occhi è il worldbuilding: Far All Mankind è una serie che investe tantissimo in tutto ciò che riguarda la ricostruzione storica, in modo da creare un ambiente il più possibile immersivo, concedendo allo spettatore di perdersi in un'epoca che non esiste più senza farsi troppe domande, perché cullato da un contesto perfettamente ammobiliato, preso per mano da uno show che ispira fiducia sin dal primo momento.

C'è però un inganno ed è il segreto principale della serie, nonché il cuore del suo concept. Perché nonostante la ricostruzione storica certosina, For All Mankind non è un dramma storico, ma proprio come il più recente Hollywood di Ryan Murphy un what if in cui la storia prende un binario parallelo, seguendo una strada del tutto nuova rispetto a quella che conosciamo. Questo espediente consente agli autori di utilizzare gli interventi come strumenti per raccontare la società contemporanea e quindi di analizzare alcune questioni particolarmente dirimenti sottolineandone le criticità a partire proprio da situazioni alternative rispetto a quelle che conosciamo. Cosa sarebbe successo se a mettere per primi i piedi e la bandiera sulla superficie lunare fossero stati i sovietici e non gli statunitensi? È da questa domanda che nasce la serie di Ronald D. Moore, che comincia nei gloriosi anni Sessanta americani e mette in scena sin dalle prime scene un cambio radicale della Storia, andando a intervenire nella matassa di questioni psicologiche e politiche che legano la corsa allo spazio con l'identità statunitense e il suo dominio sugli equilibri geopolitici mondiali.

Dal punto di vista sia dei cittadini americani sia dei vertici politici andare per primi sulla Luna era fondamentale per mantenere il controllo del cosiddetto soft power (ovvero l'egemonia politica, culturale e sociale senza passare per l'uso della forza) e rappresentava un passaggio di validazione cruciale, una certificazione della virilità e della mascolinità di un intero popolo (in un periodo storico in cui essere vincenti significava aderire a un'idea di mascolinità molto precisa).
Inserire questa sconfitta nell'universo alternativo narrato da For All Mankind significa cambiare totalmente alcune cose, partire da una caduta per ragionare su una ripartenza differente, e non è un caso che nella serie un ruolo di primissimo piano sia rivestito dalle donne. I personaggi femminili dello show, infatti, incarnano quell'idea di seconda chance per il rilancio della nazione, dando la possibilità a Moore e alla sua squadra creativa di realizzare un racconto spiccatamente femminista, capace di riflettere in maniera attenta sulla condizione femminile negli anni Sessanta e Settanta, sull'oggettificazione della donna e sulla mascolinità tossica che permeava i rapporti tra gli uomini all'epoca e imponeva alle persone di sesso maschile standard spesso irraggiungibili e monotematici.

Esattamente come Hollywood e Once Upon a Time... in Hollywood, For All Mankind è un inganno, è il tentativo di acciuffare un certo tipo di pubblico con un esca perfetta per poi spingerlo a ragionare su questioni sulle quali non si interroga di frequente, spostando il focus della riflessione su altri binari grazie all'espediente dell'alternative tale.
La serie ha ricevuto grande fiducia da parte di Apple e così come tanti altri show originali dell'azienda è stata rinnovata per una seconda stagione, che alla luce del finale della prima si annuncia estremamente interessante perché grazie a una serie di avvincenti salti temporali porta anche verso un radicale cambio di genere spostando For All Mankind dal period drama alla fantascienza.

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Joel Kinnaman Wrenn Schmidt Sarah Jones Jodi Balfour 1 stagione da 10 episodi
USA 2019
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Larghezza massima

Suicide Squad

di Matteo Berardini
Suicide Squad - recensione film

Ritornano su tutto 1997: Fuga da New York, Quella sporca dozzina, I guerrieri della notte, all’interno di una confezione che vorrebbe replicare Guardiani della galassia mentre ribalta ogni paradigma di base di quella geometria, impeccabile ma fredda e da manuale, che caratterizza i capitoli degli Avengers.

Chiamato a dar forma al primo supergruppo di casa DC, David Ayer fa del suo Suicide Squad un film di ossessioni e mitologie cinefile, dove la fiaba romantica incontra il noir metropolitano mentre la cornice supereroica resta tale, ai margini di un discorso filmico che si nutre di un’anarchia schizoide, discontinua, sbagliata. E’ infatti impossibile negare come dietro questa costruzione caotica e spiazzante – che ignora bellamente le prassi narrative del cinecomics facendo saltare la progressione fluida degli eventi, la creazione della minaccia, la contestualizzazione del racconto – si nascondano malamente le cicatrici di seconde e terze versioni di montaggio; questo Suicide Squad, che di certo non brillava in partenza per le sue idee di sceneggiatura, è l’evidente risultato di riscritture e trasformazioni imposte da una casa madre perennemente sulla difensiva e in balia dei rumors digitali, stanca dell’eterno secondo posto e sempre meno convinta della strada imboccata fino a questo momento.

Del resto sarebbe ingenuo credere di poter giustificare nel solo carattere anarchico dell’operazione la macroscopica inversione di rotta che spezza a metà il film, diviso nettamente tra una prima parte forzatamente camp, evidentemente riarrangiata, e una seconda più cupa e violenta. Ma al netto di ciò, Suicide Squad resta nel suo intimo più genuino un film affascinante per quanto disorganizzato, poroso e duttile, un cubo di rubik dai molti colori in cui Ayer è costretto in un primo momento a testare, spasmodicamente, tutte le combinazioni per trovare quelle giuste, ma che una volta risolto gli permette di portare il racconto dove vuole, nelle labirintiche stanze dell’action metropolitano, una lunga notte fatta di irruzioni, gargantueschi scontri a fuoco e ralenti di pura stilizzazione grafica.

Suicide Squad allora vive davvero quando sottolinea la sua distanza da scontri nei cieli e astronavi per tendere alla strada, al conflitto urbano contro nemici senza volto, mentre il villian del giorno attende nel suo livello finale con svogliata e megalitica sete di distruzione mondiale. Al centro di questo film a metà, scisso tra gli influssi dei fan e la volontà d’autore, si muovono personaggi che vanno dall’insignificante al carisma d’eccezione, compresa una versione del Joker che sembra davvero strappata dalla pagina. Ma anche qui, immancabile, pende la spada della Warner e degli indici di mercato, Ayer è regista dedito ai freaks, agli outsider del conflitto, come i carristi consumati che animano il blindato di Fury. Deadshoot, Harley e compagnia avevano però poche possibilità di arrivare sullo schermo con il loro cotè di disagio e violenza e psicosi, questi antieroi sono a conti fatti disinnescati, innocui, presto pronti a cogliere l’occasione per un’immancabile e blanda redenzione. Fortunatamente però sotto i fuochi d’artificio più appariscenti e pretestuosi, tra le pieghe dell’action e del racconto eroico, trova la sua strada un piccolo melò sentimentale che regala i momenti forse migliori della pellicola, attimi in cui follia, violenza e sentimento convergono in un solo vertice, e Suicide Squad diventa brevemente quello che avrebbe potuto essere con maggior coraggio e libertà esecutiva.

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David Ayer Will Smith Margot Robbie Jared Leto Joel Kinnaman Viola Davis Ben Affleck Jai Courtney Cara Delevingne 130 minuti
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