Nascoto

Acque profonde (Deep Water)

di Andrea Vassalle
Deep Water - recensione film Lyne

Inizia e termina con due scene speculari, Acque profonde (Deep Water). Un lungo sguardo tra i protagonisti, interpretati da Ana de Armas e Ben Affleck, e un fugace scambio di battute che si ripete immutato. È un cerchio che si chiude, e forse non è un caso che Adrian Lyne sia tornato alla regia vent'anni dopo L'amore infedele - Unfaithful proprio con questo film. Perché è come se fosse la quadratura del cerchio del suo cinema, che per circa due decenni (dagli anni Ottanta fino appunto al 2002 di Unfaithful) ha tracciato un percorso ben preciso, muovendosi tra le pieghe dell'erotismo con storie di amori, tradimenti e misteri, per dirigersi in realtà altrove. Dalla superficie, per il quale è stato erroneamente considerato e criticato sin dagli inizi, si inabissa nelle acque profonde del sentimento e della coppia, esplorando la sessualità, la mascolinità e la femminilità, i ruoli, anche in funzione di rilettura sociale. Si arriva così al suo nuovo film, dopo una lunghissima e significativa pausa, e insieme a Lyne torna il thriller erotico, scomparso dagli orizzonti di un cinema americano che sembra voler rimuovere il sesso e la sessualità, sotto uno sguardo che si è fatto sempre più pudico e spesso asettico.

Acque profonde, tratto dall'omonimo romanzo di Patricia Highsmith (già portato sullo schermo nel 1981 da Michel Deville) contiene tutti i topoi del cinema di Lyne, che riallaccia i fili del proprio discorso ricontestualizzandolo. C'è dunque una coppia sposata, c'è il tradimento, ci sono soprattutto il desiderio e la dipendenza, come in 9 settimane e ½, Attrazione fatale, Proposta indecente e Unfaithful, e, come in quest'ultimo, ci sono misteriose sparizioni e omicidi. Ma non è alla ricerca dell'assassino, alle motivazioni o alle svolte narrative che Lyne si interessa. Non è mai stato quello l'obiettivo del suo sguardo, quanto rifuggire la sfera del razionale per indagare le ossessioni e le pulsioni che sorgono dalle profondità dell'Io. Quelle pulsioni che spingono Melinda a cercare avventure sessuali con altri uomini e a non far nulla per nasconderle, nonostante continui ad amare il marito; o che inducono Vic a non separarsi da lei e a mostrarsi anzi impotente e indulgente, nascondendo la ferrea determinazione a fermare le liaisons in qualsiasi modo. Non c'è razionalità, solo impulsi inesplicabili e assillanti, che si insidiano come tarli sino a governare la mente. Come in quasi tutti i film di Lyne, sono un frutto oscuro dell'insicurezza, della paura, della necessità di provocare per sopperire alla fragilità interiore, ed è tramite di essi che si sviluppa la tensione sessuale e che si creano i conflitti di genere. Questa spinta dal basso, spesso torbida e quasi immorale, viene sempre rappresentata visivamente, più o meno fugacemente, attraverso luoghi "sporchi", decadenti, degradati; il vicolo iniziale e la discarica in Unfaithful, la sporcizia accumulata ai piedi delle slot machines di un bar in Proposta indecente, il mercato sotto l'abitazione di Alex Forrest e l'ascensore del palazzo in Attrazione fatale, la fabbrica abbandonata in Acque profonde.

acque profonde recensione del film lyne

Tutto ruota attorno agli sguardi di Vic e Melinda, che si cercano e si osservano continuamente, come se ogni loro azione (soprattutto quelle della donna) necessitasse degli occhi dell'uno e dell'altra. Si guardano mentre Melinda, ubriaca e provocante, suona il pianoforte, si cercano quando sono lontani, si osservano attraverso finestre e specchi, che rilanciano le immagini e i riflessi. Si guardano persino quando lei si apparta con altri uomini, ed è proprio tramite lo sguardo di Vic che prendono forma i fantasmi del tradimento, della gelosia e di un'impotenza che può trovare sfogo solo con una pulsione ancor più forte, tra eros e thanatos. Se nei precedenti film di Lyne ogni impulso era poi ricalibrato e riassorbito, in Acque profonde (l'unico che comincia in media res) non è più così. Nella sottile ma determinante differenza rispetto al finale di Unfaithful c'è la riflessione su un presente in cui si rende necessario venire a patti con i propri tormenti interiori, liberandoli e accettandoli, in una forma d'amore che ricorda per certi versi quella ossessiva e tumultuosa vista ne Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson.

Non ha dunque perso smalto ed efficacia, il cinema di Adrian Lyne. Prosegue come se il tempo dal suo ultimo film non fosse trascorso e prosegue soprattutto nella propria puntuale osservazione, in quelle che sono più di mere riproposizioni dei temi che hanno caratterizzato la sua filmografia. Si conferma la sua bravura nella direzione degli attori, con la perfetta alchimia tra il flemmatico Affleck e la splendida e palpitante femme fatale di Ana de Armas (poi diventati una coppia anche nella vita reale), che si aggiunge alle grandi e iconiche interpretazioni femminili del cinema di Lyne, dopo Jennifer Beals, Kim Basinger, Glenn Close, Demi Moore e Diane Lane. Acque profonde segna il ritorno di un cinema vivo e fremente, in grado di sedurre, provocare, irretire i sensi come oggi sono in pochi a saper fare, sfruttando il melò per una discesa agli inferi più personali, nella profondità delle acque dalle quali possono emergere cadaveri segreti e occultati.

Categoria
Adrian Lyne Ben Affleck Ana de Armas Tracy Letts Jacob Elordi 115 minuti
Australia, USA 2022
Immagine con larghezza massima
Larghezza massima

EROTIC THRILLS - Attrazione fatale

di Simone Emiliani
Attrazione fatale - recensione film

[Questo articolo fa parte di uno speciale monografico dedicato alla figura eversiva, politica, erotica della femme fatale, nato dalla convinzione che «l’immagine, ancor più se sessuale, è sufficiente a creare una narrazione (dei generi, del pensiero, della cultura, del mercato)». L’immagine crea, e il cinema «fa ancora la differenza», nonostante tanta parte del contemporaneo sia volta oggi alla produzione di immagini-corpo depotenziate, depauperate, inviluppate di teoria e rivendicazione intellettuale desessualizzata. Incentrato sul neo-noir (dal revival postmoderno di Brivido caldo all’eccesso parodico di Sex Crimes), questo speciale nasce come risposta a tale condizione imperante e prende corpo da un testo specifico, Brivido caldo – Una storia contemporanea del neo-noir, di Pier Maria Bocchi. A lui abbiamo chiesto un’introduzione, che potete trovare qui, in cui vengano tracciate le linee guida del nostro lavoro, per una riscoperta del potere eversivo del desiderio].

Gli occhi della femme fatale. Si accendono, seducono, ingannano. Il volto diventa spesso una maschera. Lì dietro si nascondono altre identità. Da Bette Davis a Joan Crawford, da Barbara Stanwyck a Veronica Lake, da Rita Hayworth a Lana Turner. Riescono tutte a mascherare abilmente le loro reali intenzioni. Ad ingannarle però a un certo punto sono proprio i loro occhi. La luce sinistra sul volto di Glenn Close quando viene inquadrata per la prima volta in Attrazione fatale è già rivelatrice; respinge infatti lo sguardo incrociato di Dan e il suo collega al ricevimento. È un movimento veloce, ma decisivo. Sembra esserci una specie di disprezzo in quel tentativo di abbordaggio. Ma lì c’è già il volto prima della maschera.

Alex Forrest è un avvocato di successo. Proprio come Dan. Lei è single, lui sposato con una bambina di sei anni. I ‘colpi di fulmine’ nel cinema di Adrian Lyne sono spesso istantanei. Si chiama come il personaggio di Jennifer Beals in Flashdance. Solo che è la sua versione più black. Inoltre sviluppa una dipendenza incontrollabile che il cineasta filma come un misto tra malattia e desiderio. Alex incarna l’amore disperato proprio del melodramma statunitense degli anni ’30. In Attrazione fatale però Alex non riesce a tenere a freno i propri istinti. Quando nel 1987 è uscito il film in sala, si è pensato che la discesa all’inferno era solo quella di Michael Douglas. In realtà, è parallela. Entrambi piombano in un abisso da cui cercano, disperatamente e inutilmente, di risalire. Quello di Lyne, regista colpevolmente prima trascurato e poi dimenticato, è un cinema che porta a contatto con i nostri demoni nascosti. Con Lawrence Kasdan e Bob Rafelson, è forse l’unico cineasta negli anni ’80 ad aver riaggiornato il noir con efficacia e passione, contaminandolo con un’estetica da videoclip che nel corso del tempo è diventata prima elemento di seduzione e poi di ardente passione. Attrazione fatale filma la crescente complicità con un istinto immediato, come nella scena in cui Alex guarda Dan che non riesce ad aprire l’ombrello. Mostra tutte le fasi esaltanti di un’attrazione incontrollabile. Coinvolge la testa e il corpo, insieme. La personalità oscura emerge lentamente, per brevissimi ma significativi frammenti. Dan e Alex stanno passando una giornata di relax al parco. Lui è steso a terra. Fa finta di essersi sentito male. Il volto di lei si rabbuia. «Mio padre è morto d’infarto». Alex davanti a Dan non riesce più a gestirsi. Convivono pulsioni di amore e morte. Il suo sguardo si accende e si spegne. Ma è proprio il motore di tutte le sue azioni. Resta immobile come in una delle scene più celebri del film, quella in cui è sola nella stanza davanti ai biglietti di Madame Butterfly. Ogni rifiuto, anzi ogni fuga di Michael Douglas aumentano il proprio potere distruttivo. Mentre Dan ha sempre più paura, Alex perde ogni freno inibitorio. E per conquistare ad ogni costo l’uomo che ama, è disposta a distruggere la sua famiglia.

atrazione fatale

C’è una scena potentissima nel film. La donna è con la figlia di Dan al luna-park sulle montagne russe. Non è più la doppia personalità del cinema di De Palma. Quella più malvagia si è completamente impadronita di lei. Glenn Close è monumentale, come tutti i personaggi femminili del cinema di Lyne: Jennifer Beals, Kim Basinger e, successivamente, anche Demi Moore e Diane Lane in altre due grandiose variazioni del suo cinema sulla dipendenza, Proposta indecente e Unfaithful – L’amore infedele. Il modo in cui piange, si nasconde i polsi tagliati, riemerge dalla vasca come il mostro di un film di fantascienza degli anni ’50. Alex è forse una delle femme fatale più terrificanti e seducenti del recente cinema. Probabilmente ha costituito un modello anche per altre nel decennio successivo, a cominciare da Rebecca De Mornay di La mano sulla culla di Hanson, e Jennifer Jason Leigh in Inserzione pericolosa di Schroeder. E ha la capacità di diventare onnipresente. Si avvertono i segni del suo passaggio anche quando non c’è: la macchina distrutta nel parcheggio, le telefonate. Il suo respiro è addosso. Dan la vede dappertutto anche quando è completamente da un’altra parte. La sublimazione del suo possesso era il suicidio. In effetti c’era un finale alternativo dove Alex, invece di essere uccisa dalla moglie di Dan, si toglieva la vita e il protagonista veniva arrestato. Ma durante gli screening test questa versione non era piaciuto al pubblico, che l’aveva considerata eccessivamente punitiva nei confronti di Michael Douglas. Nel corso degli anni la figura di Alex è diventata un’icona tra le moderne ‘femme fatale’. In una lista dei 50 personaggi più cattivi della storia del cinema stilata dall’American Film Institute nel 2003 Glenn Close è al settimo posto. Tra le figure femminili è al terzo dietro a Margaret Hamilton (Il mago di Oz) e Louise Fletcher (Qualcuno volò sul nido del cuculo). Il film aveva subito sbancato al box office e nel mondo ha incassato 320 milioni di dollari su un budget di 14 diventando un cult. E nel corso degli anni, pur essendo stato rivisto più volte, ogni azione di Glenn Close provoca la stessa tensione della prima volta.

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Adrian Lyne Glenn Close Michael Douglas Anne Archer 115 minuti
USA 1987
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