Pity

di Babis Makridis

Dallo sceneggiatore di “The Lobster”, un grottesco ritratto della condizione del dolore e della sua dipendenza.

Pity - recensione film Babis Markridis

La tristezza, il dolore, il lutto, sono sentimenti estremamente complessi, che in linea generale (e teorica) hanno in comune un variabile grado di sofferenza ma concretamente assumono contorni differenti a seconda delle persone in cui si manifestano. Pity è un film che si concentra su una particolare modalità in cui è vissuta la condizione del dolore, presentandosi come un'opera dalla storia inizialmente molto drammatica ma dal registro grottesco e capace di mettere alla berlina alcune contraddizioni umane con eccezionale acutezza.

Il protagonista del film è Giannis, un avvocato di successo la cui vita è sconvolta dalla tragica condizione della moglie, la quale è in coma da diverso tempo. La famiglia è completata da un figlio adolescente, che condivide con il padre una serie di appuntamenti rituali che vorrebbero onorare l'assenza della madre, ma che nella loro ostentazione risultano soprattutto forme di patetico autoconvincimento vittimista. Il film conosce un brusco turning point nel momento in cui la moglie del protagonista si risveglia dal coma, rompendo un equilibrio fondato proprio sul dolore e sulla condiscendenza da parte degli altri.

Il film è l'opera seconda di Babis Markridis ed è co-sceneggiato da Efthymis Filippou, autore che da anni collabora in maniera stabile con Yorgos Lanthimos, il principale regista greco contemporaneo. Impossibile non notare la firma di Filippou nell'incedere dolceamaro di Pity, film che ripetutamente illude lo spettatore di essere una cosa, per poi rivelarsi in maniera abbastanza perentoria qualcosa di differente. Tutta la prima parte, infatti, può essere scambiata per il ritratto di una lancinante condizione di lutto vissuta da parte di un marito rimasto quasi vedovo, in preda a forti crisi di pianto e devastato dalla solitudine. Già in questa fase però si intuisce il distanziamento da parte dell'istanza narrante: il voice over che riproduce una sorta di monologo interiore ha l'obiettivo di ammantare il dolore con una sorta di poeticità, tanto da ostentare persino una posizione di privilegio. Questo atteggiamento del protagonista viene ripetutamente deriso dagli autori, i quali, seppur inizialmente in maniera non proprio esplicita, si prendono gioco di una certa tendenza a dipingere il dolore con un romanticismo che rivela soprattutto atteggiamenti vittimisti e passivo-aggressivi.

Tutto ciò che nella prima parte già era presente, ma travestito da commedia sulle bizzarrie del lutto, da quando la moglie di Giannis si risveglia si rivela in maniera progressivamente più esplicita. Quanto è bello stare male? Come è possibile essere più felici nel momento del dolore rispetto a quando la fonte di quel dolore viene a mancare? Gli autori si distanziano molto rapidamente dal modello di racconto drammatico e mirato a generare empatia nello spettatore, perché sono proprio la compassione e le sue conseguenze che vogliono analizzare con il loro caustico sguardo. Abituarsi a ricevere un trattamento speciale perché vittima di una sofferenza unica e incommensurabile ha reso il protagonista egoista e sotto certi aspetti persino felice di crogiolarsi in uno struggimento che fa tantissima fatica ad abbandonare. Siamo lontanissimi dalla riflessione sul dolore come unico modo di rimanere attaccati a una persona persa, anche perché in questo caso è proprio quella persona a tornare in vita. Stavolta l'assenza di quel dolore non solo fa sentire il protagonista inutile (vivere nella speranza del risveglio della moglie gli aveva dato un senso), ma lo ha reso anche assuefatto alla compassione altrui, tanto da non riuscire a godere neanche di ciò che per tanto tempo ha solo desiderato.

Nell'ultima parte, la più effervescente dal punto di vista dell'esasperazione della riflessione e da quello della messa in scena, Giannis fa di tutto per ritrovare anche solo una parvenza della condizione di un tempo, cercando disperatamente una legittimazione per star male, finendo per perdere totalmente il controllo e compiere atti di estrema brutalità. Il risultato è un’opera dalla grande libertà creativa che riesce ad essere allo stesso tempo divertentissima e un pugno allo stomaco, che sceglie di non scendere a compromessi, non indugiare in facili moralismi e anzi distruggerli da cima a fondo, restituendo un ritratto umano di estremo pessimismo.

Autore: Attilio Palmieri
Pubblicato il 04/12/2018
Grecia, Polonia 2018
Durata: 97 minuti

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