The Old Man of Belem

VENEZIA 2014 Autore: Germano Boldorini      Pubblicato il: 03/09/2014

La nuova appassionante avventura intellettuale di Manoel De Oliveira sulle possibili relazioni tra Storia, letteratura, fantasia e cinema


O Velho do Restelo

Portogallo, Francia, 2014

Regia: Manoel De Oliveira

Cast: Diogo Dória, Luís Miguel Cintra, Ricardo Trêpa, Mário Barroso

Durata: 19 minuti

Il vecchio del Restelo è un personaggio del poema I Lusiadi, scritto da Luìs Vaz De Camões nel 1572, dove si racconta la scoperta della via per l’India a opera di Vasco da Gama. Davanti all’esaltazione per le grandi scoperte marittime dell’epoca, il vecchio del Restelo ha il ruolo di mettere in guardia da simili, facili entusiasmi.
Camillo Castelo Branco è il protagonista di Il Penitente, autobiografia fantasiosa scritta da Teixeira de Pascoaeres, scrittore portoghese divenuto un simbolo del saudosismo, corrente estetica dei primi anni del Novecento, nella quale confluirono spirito nazionalistico, neoromanticismo, ritorno alla tradizione, nel nome della grande spiritualità del popolo portoghese. Per Manoel De Oliveira Camillo può essere considerato una sorta di analogo del Don Chisciotte, dove il senso di perdizione e di disinganno sembrano diventare così l’elemento unificatore di tutta la penisola iberica. I due scrittori (Camões e Pascoaeres) e i due personaggi (Camillo e Don Chisciotte) si incontrano nel giardino di Manoel De Oliveira: il pretesto per l’incontro è l’aneddoto, a metà tra la storia e la leggenda, secondo cui Camões avrebbe letto alcuni passi del suo I Lusiadi a Don Sebastiano, prima della sua partenza per la disfatta di Alcacer Quibir, come in un suggestivo tentativo (fallito) di modificare il corso della Storia con il vaticinio della letteratura. Una sconfitta che, suggerisce il regista, possiamo porre in relazione con quella dell’invincibile armata evocata da Cervantes nel Don Chisciotte...

Potremmo continuare all’infinito tanto è ricco il gioco di rimandi, spunti e suggestioni messe in campo da Manoel De Oliveira nei soli diciannove minuti di The Old Man of Belem (O Velho do Restelo). Ciò che continua a sorprendere nel cinema del regista portoghese è l’inesauribile curiosità intellettuale con la quale continua a interrogarsi sul senso della Storia, che muove spesso dal Portogallo per farsi subito discorso universale, e sulla sua relazione con la letteratura, il cinema, le altre arti. Come se De Oliveira ci invitasse ogni volta a entrare nel suo universo intellettuale per condividere le sue riflessioni sulle relazioni tra differenti serie culturali e, una volta compresi i meccanismi, per perderci con lui in un appassionante gioco alla ricerca dell’intuizione più brillante, della frase o dell’immagine più esatta, creando liberamente con lui poiché “L’opera d’arte è la proiezione della fauna e della flora create dalla nostra intimità”.
La riflessione sul ruolo della letteratura è evidente da subito, la prima immagine è l’apertura di una copia del Don Chisciotte, e prosegue sul filo di una complessa relazione tra parola e sua rappresentazione, laddove quest’ultima non è mai didascalica illustrazione, ma spesso confronto, evocazione (i libri creati dalle acque), smentita, mistero. La pratica cinematografica di De Oliveira, specie in un lavoro come questo, continua a somigliare a quella di un pensiero catturato nella sua attività intellettuale: nei film del regista portoghese la Storia e le storie, la fotografia, il cinema, sono spogliati di ogni loro mimesi della realtà e vengono messi in scena nella loro essenza di puri materiali, oggetti di pensiero da far scontrare tra loro alla ricerca di un senso che, è la dolorosa consapevolezza della modernità contemporanea, potrebbe anche non esistere.
De Oliveira affida proprio al cinema, utilizzando immagini tratte dal Don Chisciotte di Grigorij Michajlovič Kozincev, il compito di suggerire l’idea dell’eterna ciclicità della storia (le pale del mulino alle quali resta appeso il protagonista). Perché, come dice De Oliveira: “La Storia è fatta da noi, con ciò che vogliamo e non vogliamo, senza sapere nemmeno se vogliamo oppure no. E questa è proprio la parte peggiore, chiamata destino”.