Penultimo paesaggio

Un appartamento mutuato da Ultimo tango a Parigi, una ripresa digitale in bianco e nero straniante, italiani nella capitale francese che parlano solo inglese; silenzi, rumori off, raccordi violenti, impalpabilità del tutto. L’amore ai tempi dello spread, o dieci anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Impossibile, incomprensibile, vacuo, insensato, inattuabile, fuorviante. Pensieri frammentati, alterati e disomogenei, impossibili da armonizzare perché aggettivano e provano a raccontare un’opera, Penultimo paesaggio, che su queste incertezze, inciampi, discontinuità e impalpabilità si fonda.

Fabrizio Ferraro l’avevamo già incontrato su queste pagine: il suo Piano sul Pianeta (malgrado tutto, coraggio Francesco!) ci aveva così affascinato da volerne approfondire la discussione, poi approdata in un’intervista. Quel suo cinema “post Straub-Huillet” così sgranato, confidenziale, muto e informe, cui sottende una poeticità d’altri tempi, d’altre nazioni (francese, soprattutto), di un’altra maniera di fare cinema, profondamente d’antan e insieme pioneristica.

Ferraro ci invita in un appartamento parigino in cui un uomo e una giovane donna si incontrano casualmente, condividendo in quel luogo spoglio la loro vita altrettanto disadorna. La verbosità centellinata ci fa addentrare in delle esistenze sfinite, travolte e disinnescate, cui la città cerca di implementarne la consistenza producendo invece solo segnali, indizi e prove della miseria umana da cui si partiva. Una città ideologica, severa, austera, scolpita e dispotica, classista e tirannica, forgia nuove generazioni formulandole a sua immagine e somiglianza. L’esito è avvilente, e coraggioso è stato Ferraro a voler raccontare e ad aver saputo far deflagrare la potenza insita nei nostri animi. Una miseria che ogni giorno incontriamo agli angoli delle strade, al tavolo accanto a quello in cui sediamo o riflessa nello specchio; ma che quasi mai abbiamo il coraggio di fissare, di indagare, di carpirne le potenzialità emancipatrici covate pure nella sua nefandezza e tragedia.

Nel suo primo lavoro di finzione, Ferraro ci porta in un eterno presente cittadino e urbano, morbidamente apocalittico, sereno e iracondo al tempo stesso, per una riformulazione del presente – e del futuro – accennata ma incompiuta perché impossibile da affermare. Cinema autoriale al servizio del bene comune. Lo si diceva: cinema d’altri tempi.

Autore: Emanuele Protano
Pubblicato il 15/02/2015

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