La battaglia degli imperi - Dragon Blade

Tra spettacolari scene d’azione, set imponenti e verve retorica di dubbio gusto Dragon Blade e Jackie Chan aprono la 17° edizione del Far East

Ottomila chilometri, suddivisi tra itinerari terrestri e passaggi marittimi o fluviali, costituiscono la più grande tratta commerciale del mondo antico, nota come Via della Seta. L’anno è il 48 a.C., le nazioni in Asia Centrale che ruotano attorno alla Strada sono ben 36, mantenere la stabilità e la pace nella regione è un capolavoro di equilibri e compromessi politici. Ad impegnarsi in prima fila è la Squadra di Protezione della Strada, il cui capitano Huo An (Jackie Chan) ha l’incarico da parte dell’Impero Cinese di garantire che la via rimanga tranquilla e priva di conflitti. Tuttavia Huo e la sua squadra finiscono vittime di un complotto, spediti in un remoto avamposto e costretti ai lavori forzati. Proprio lì arriverà una legione romana in fuga, centinaia di uomini guidati dal centurione Lucio (John Cusack) e traditi a loro volta dall’avido console Tiberio (Adrien Brody).

Cinesi e romani a stretto contatto, un esercito di nemici in arrivo e 36 nazioni di popoli attorno a loro: tutto questo è La battaglia degli imperi - Dragon Blade di Daniel Lee, film di apertura della 17° edizione del Far East Film Festival di Udine.

Secondo le didascalie iniziali il film di Lee nasce da una storia vera, dal racconto di una legione romana in fuga verso Est la cui sorte è sfumata nella leggenda. Ovviamente non importa cosa sia vero o meno, del resto Dragon Blade non è un film che va tanto per il sottile, anzi. Pur prendendolo per quello che è – un blockbuster cinese dal budget più alto di sempre pensato per il pubblico interno con uno sguardo importante al mercato internazionale – Dragon Blade resta comunque un film sottile come una lastra di marmo mal lavorata, una storia di coraggio e lealtà anti-militarista (ma dai risvolti politici contemporanei forse non così lindi) raccontata con una retorica spettacolare impossibile da ignorare.

Ralenti, luci angelicate e dialoghi studiati sono gli ingredienti di tante, troppe scene a dir poco didascaliche, nelle quali l’intento comunicativo sguazza senza remore nella retorica più urlata e costruita senza preoccuparsi di sfociare nel cattivo gusto. Tuttavia, come tanto cinema cinese pop contemporaneo, anche Dragon Blade riesce ad essere tutto e il contrario di tutto, gioca coi generi con inserti di commedia ma esalta la sua natura epica con l’autentico set del Deserto del Gobi e combattimenti altamente spettacolari. Tanto gli scontri a due quanto le scene di massa godono di una potenza indiscutibile, nella quale la camera barocca e virtuosistica di Lee trova un’autentica ragion d’essere.

Il risultato finale è un caleidoscopio di battaglie e canti militari, sacrifici e buoni sentimenti, all’interno del quale domina un messaggio di pace e fratellanza tra i popoli, tanto condivisibile nella sua accezione più universale quanto pesante da ricevere nella grana grossa della sua messa in scena. Ma del resto, come si diceva, siamo nell’era dei primi blockbuster cinesi, meglio allora guardare a Dragon Blade come ad un esempio alternativo di cinema spettacolare, sicuramente poco ricevibile in alcune accezioni e altamente perfezionabile, ma anche pienamente funzionale rispetto al suo pubblico e contesto di riferimento.

Autore: Matteo Berardini
Pubblicato il 25/04/2015

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