Barbie

di Greta Gerwig

Un film divertente, intelligente e straordinariamente audace che funziona perché non nega ma anzi celebra le infinite contraddizioni della propria storia e del proprio personaggio, arrivando a teorizzare un femminismo di plastica accessibile a tutti.

Barbie - recensione film

Prima di Barbie ci fu la campagna promozionale per Barbie.
Bisognerebbe davvero partire anzitutto da qui, dall’intensa e quasi martellante pubblicità prodotta per il nuovo film di Greta Gerwig: dalla prima clip in stampo kubrickiano uscita sette mesi prima alle decine di teaser, trailer e spezzoni che hanno gradualmente invaso i social network fino a creare uno smisurato hype in moltissimi - e una credibile nausea in pochi. Quasi un evento mediatico a sé stante, per la sua profonda intelligenza nello spargere continui nuovi indizi senza mai veramente rivelare il plot dell’opera. Tutto ciò che se ne poteva ricavare era, con le parole della regista, Barbie becomes human, Barbie diventa umana. Un concetto se non originale almeno molto divertente, perché una Barbie adattata al mondo reale sembra un’idea paradossale; basterebbe l’innaturale vitino della bambola, se non i talloni che non toccano mai terra, a far pensare che una cosa del genere sia impossibile. Barbie umana è dunque una contraddizione in termini: Greta Gerwig (e Noel Baumbach, co-sceneggiatore) lo sa bene, dato che su questa incongruenza decide di poggiare non solo la trama del film ma l’intero impianto stilistico e – oseremo dire – concettuale dell’opera.

Barbie ci tiene a sottolineare fin da subito la valenza rivoluzionaria della bambola inventata da Ruth Handler nel 1959. In una dimensione ludica al femminile fatta solo di bambolotti neonati da accudire, Barbie possedeva le fattezze, per quanto assurde ed esasperate, di una donna adulta che non era necessariamente né una madre né una moglie né una casalinga. Poteva essere ciò che le bambine volevano, e d’altra parte nel corso dei decenni Barbie è riuscita davvero a rappresentare una larghissima varietà di ruoli, etnie, professioni. La Barbieland dove inizia il film è un paradiso di plastica rosa basato sul matriarcato, l’assenza di cellulite, buoni sentimenti e buone maniere. Tra le varie Barbie Presidente, Fisico, Premio Nobel ecc spicca la Barbie Stereotipo (Margot Robbie), che è in fondo la bambola che ogni bambina ha avuto da piccola: nessuna caratteristica particolare a parte essere bionda, perfetta, dotata di vestiti e accessori di ogni tipo nonché un fidanzato, Ken (Ryan Gosling) dal ruolo e presenza facoltative. Una vita costantemente eccezionale, finché l’idea inedita della morte non si insinua nella sua mente e la gravità dell’esistenza atterra per la prima volta i suoi talloni. Unica salvezza appare allora un viaggio nella realtà per ristabilire l’ordine originario delle cose.

barbie rece inside 1

L’arrivo di Barbie nel mondo reale è la rivelazione che il matriarcato che si è realizzato nel suo mondo non è avvenuto nel nostro, anzi; così è altrettanto rivoluzionario per Ken scoprire l’esistenza del patriarcato. Difatti in Barbieland, come ogni bambino sa, il ruolo maschile è opzionale: Ken vive in relazione a Barbie in quanto suo fidanzato, ma per il resto è figura vacua, non necessaria. Se Barbie – e i bambini che giocano con lei e/o i genitori che decidono di acquistar loro bambole – decide di considerarlo, bene, altrimenti Ken è sostanzialmente inutile.
Ken è in questo una figura fondamentale nel film. Mentre Barbie incappa in una vera e propria crisi esistenziale, il personaggio interpretato con piglio geniale da Ryan Gosling, fatuo, vanitoso ed esplicitamente idiota, vive però un disagio personale ben più antico fatto di frustrazione e insicurezza. Incapace di verbalizzare la propria infelicità sa trovare sollievo solo in un modello sociale dove il maschio comanda a priori sulla femmina. In questo il film di Gerwig ricalca perfettamente la differenza basilare fra femminismo e maschilismo. Se per le donne le cose non sono facili, come scopriremo a breve, non lo sono nemmeno per gli uomini: l’unico problema è che se le prime sono riuscite – in modo discontinuo, alterno e imperfetto, nessuno può negarlo – a fare gruppo per liberarsi, i secondi sembrano spesso incapaci di andare oltre il semplice sollievo dato dall’espressione aprioristica del potere a scapito delle donne. È anzi probabile che solo la necessità di mantenere il film visibile alle famiglie abbia impedito alla trama di prevedere un momento in cui i Ken, ispirati dal mondo reale, decidano di risolvere le proprie frustrazioni semplicemente iniziando a picchiare e ammazzare le Barbie.  

Il patriarcato è un trauma per la stessa Barbie, che scopre che non solo nella realtà sono gli uomini a comandare, ma che le stesse bambine, odierne o cresciute, hanno imparato a odiarla in quanto emblema di un modello capitalista che vede la donna oggetto e schiava di paradigmi sociali che le fanno odiare il proprio corpo e la propria intelligenza. Nell’immaginario culturale Barbie, proprio quel tipo di Barbie Stereotipo che lei rappresenta, rimane il simbolo della bionda stupida e ben vestita.
A questo punto a Gerwig e Baumbach non rimane altro che esplicitare fino al parossismo tutte le possibili contraddizioni legate al personaggio: Barbie ha emancipato le donne permettendo loro di giocare e immaginare la possibile versione adulta di sé, ma Barbie ha schiavizzato le donne costringendole a confronti impossibili con un corpo e un’esistenza troppo perfette; Barbie con i suoi mille accessori, vestiti, case set ha obbedito ciecamente al diktat capitalista di consumare supinamente, ma Barbie con le sue infinite varianti ha anche dimostrato di poter fare qualsiasi lavoro, mantenersi da sola e guadagnare uguale se non più dell’uomo; Barbie mito eterno, Barbie stronza maledetta; bambola da pettinare, vestire e adorare, ma anche deturpare, manipolare e sporcare (da cui la Weird Barbie, interpretata da Kate McKinnon, cioè la Barbie strana che tutti hanno posseduto almeno una volta, che qui in virtù della sua esperienza particolare assurge a sorta di guru spirituale di Barbieland).

ken barbie recensione

Il colpo di genio, se a tanto vogliamo spingerci, è riuscire a partire dalle contraddizioni di Barbie per arrivare a quelle che caratterizzano la donna vera d’oggi, qui rappresentata – forse non a caso – dall'ex Ugly Betty America Ferrera. Perché anche la donna moderna è anch’essa soggetta a quest’esplicita dissonanza cognitiva per cui qualunque cosa fa, sbaglia: evento prevedibile, dato che in sintesi le viene richiesto dalla società sia di essere sia una cosa che il suo contrario. Il monologo di Ferrera, il nodo fondante del film, funziona perché ogni donna potrebbe aggiungervi una frase e continuarlo da sola secondo le sue esperienze: la donna deve essere bella ma non mostrare che le importa troppo altrimenti è solo vuota, essere madre ma amare anche il proprio lavoro, dare la massima importanza alla vita di coppia ma saper stare da sola... Non rimane che fuggire dalle aspettative assurde del mondo, dalla stessa Mattel – ovviamente composta da una stolida amministrazione di soli uomini – e iniziare a essere se stesse, imperfette ma autentiche. Una liberazione collettiva, di donne e uomini (compresi i Ken!). Ed ecco che Barbie diventa umana.

Oltre l’indiscutibile godibilità di un’opera se non altro veramente divertente e accattivante, ci saranno comprensibili accuse di pinkwashing, dato che abbiamo imparato a guardare con sospetto le multinazionali che si autoaccusano più per effetto pubblicitario che altro; si parlerà anche di un femminismo mainstream, semplificato per essere consumato dalle masse. Ma, a essere onesti, sorge il sospetto che coloro che pensino che oramai certi discorsi siano davvero retorici e non più necessari vivano in una bolla avulsa dalla realtà: abitanti di una nicchia fortunata, una dimensione magica e protetta, non troppo dissimile da Barbieland. Ci sembra invece rivoluzionario il fatto stesso che proprio il femminismo sia diventato finalmente anche un femminismo di plastica, ovvero un discorso culturale ormai noto, almeno in superficie, alla maggior parte degli spettatori, con idee oramai consolidate anche solo come stereotipi entro l’immaginare collettivo. La plastica certo non è il materiale più sano del mondo; ma almeno dura per sempre.  

Autore: Veronica Vituzzi
Pubblicato il 25/07/2023
USA, Regno Unito 2023
Regia: Greta Gerwig
Durata: 114 minuti

Articoli correlati

Ultimi della categoria