Oppenheimer

di Christopher Nolan

Manipolando a piacimento le forme massime del capitale hollywoodiano, Nolan firma un blockbuster antispettacolare sull'ossessione scopica e la costruzione dell'immagine atomica, "meridiano bianco" che è assieme limite e punto di discontinuità. Film che resterà, è una delle grandi opere di questi anni.

oppenheimer - recensione film nolan

«Se c’era un paradiso, non si fondava forse sui corpi convulsi dei dannati?
Concluse dicendo che a Dio non interessava la nostra teologia, ma solo il nostro silenzio»
Il passeggero, Cormac McCarthy

«This is the water, and this is the well. Drink full, and descend.
 The horse is the white of the eyes and dark within»
Twin Peaks, “Part 8”

«In some sort of crude sense which no vulgarity, no humor, no overstatement can quite extinguish, the physicists have known sin; and this is a knowledge which they cannot lose».
J. Robert Oppenheimer

C’è una formula della lingua inglese che ben riassume la pulsione scopica di Oppenheimer, il bisogno di vedere oltre i confini del sensibile e il tormento che deriva dalla responsabilità prometeica: “once you see, you can’t unsee”. In italiano la frase è intraducibile, manca nel nostro vocabolario un termine come disvedere dato che “tornare a una condizione che precede l’atto del guardare” (Cambridge Dictionary per unsee) non è la stessa cosa di dimenticare. Possiamo allontanarci o rinnegare l’oggetto del nostro sguardo, ma mai tornare a essere quel che eravamo prima dell’immagine.

lynch twin

Coerentemente con le capacità sempre più fini di certo cinema contemporaneo a farsi laboratorio autoriflessivo (Pietro Masciullo) inerente le proprie forze mitopoietiche e la propria natura di immagine mediata, generata da dispositivi in rapida trasformazione, Oppenheimer è un film sospinto dallo squilibrio opaco di un personaggio che è pura ossessione scopica, che solo sogna e abbisogna di vedere all'interno delle strutture intime del mondo. Trinity è il punto di fuga verso cui volge (dopo la scoperta di buchi neri che in quanto tali sono il punto limite dell’atto stesso del guardare) questa necessità ingestibile e ribelle di sguardo, occhi di un Adamo luciferino che perseguono la luce ben oltre la conoscenza data dalla mela avvelenata, al di là delle sfere naturali del visibile verso quel che è addentro e ribolle nei fondamenti della materia, movimenti di danze infinitamente irrisolvibili e sfuggevoli, in bilico sui dualismi di onda/particella, pieno/vuoto. Come già scritto (Luca Malavasi), il film racconta in tal senso la rincorsa e costruzione progressiva, tanto teorica quanto chimica e macchinica, di un’immagina assoluta, il tentativo di volgere lo sguardo, almeno una volta e per pochi attimi, alla nucleare irradianza del bianco meridiano (ancora McCarthy), all’infrangersi dei legami atomici verso ciò che soggiace. Per questo motivo la strada per Trinity è costellata di corpuscoli, frammenti, lampi, nebulose d’immagine che si affastellano nella mente, possessioni spettrali nate da una teoria quantistica percepita sotto forma di lava elettrica, energia pura prorompente indizi e dipanante tormenti negli interstizi del vedere. Nolan semina componenti visive che si affastellano e collimano tra loro verso l’immagine-limite, frutto di una reazione a catena che riguarda la ricorsa agli armamenti, il progressivo innesco del meccanismo nucleare, il susseguirsi incessante e musicale delle immagini, attraverso un montaggio che decostruisce la linearità narrativa secondo una progressione drammaturgica calcolata al millimetro, come di consueto in questo cinema del prestigio ma dispiegata oggi con una maturità e un senso di completezza apicali. Se buona parte del film raffigura Oppenheimer intento a guardare, occhi spalancati a metà tra l’avidità affamata e il terrore sbigottito, non a caso il finale lascia il suo personaggio, irrisolto e inaccessibile al pubblico fino all’ultimo fotogramma, intento per la prima volta a chiudergli, quegli occhi, nell’illusione stentata che fermare lo sguardo possa ripristinare lo stato scopico precedente, il mondo per com’era prima dell’immagine atomica. Disvedere è una capacità che trascende però le nostre possibilità di creazione e finzione: "once you see you can't unsee".

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Profondo uomo di cultura, eclettico e consapevole della rivoluzione modernista che anima in quegli anni i diversi ambiti dell’umano, Oppenheimer non è solo un fisico geniale, un scienziato reiventatosi stratega politico, ma un intellettuale intento a creare il mito di sé stesso. Consapevole del potere epico di Prometeo, del mitologema della conoscenza come peccato, è colui che è contemporaneamente soggetto e oggetto della propria alba, di quella nascita di un mondo nuovo, atomico, che è in grado di forgiare perché egli in prima persona ha portato il suo sguardo, e il suo fuoco e la sua mano, dentro l’inguardabile. Levatrice e assieme infante, Oppenheimer è l’animo creativo e insieme infero del genio inventivo, figlio prediletto di Shelley agghindato da tristo predicatore la cui preghiera è una hybris che sconfina nella blasfemia. Già The Prestige era la storia di inventori al limite dell'etica, ma ancor di più qui Nolan si impossessa delle forme del biopic scientifico complicandone il segno morale. Oppenheimer è carnefice o martire? trattiene per sé le redini del giudizio o fa sì che passino ad altri, sperando comunque di controllare e manipolare le opinioni altrui? a chi ritiene di dover rendere conto? Al pari di martiri, profeti e santi, è una figura mitica che interrompe l’andamento corrente della Storia con il suo genio, superando sfide topiche come la solitudine, l’incomprensione, l’ossessione che isola e mina i rapporti umani; oppure di tutto questo è abile tessitore, predicatore di un culto di sé fondato su una comunità in cui essere uno e trino? Attraverso l’alternanza di Fissione, piano soggettivo interno alla prospettiva del personaggio, e Fusione, prospettiva esterna affidata al villain Strauss, lo spettatore non giunge a capo del mistero umano, piuttosto si trova di fronte un reticolato narrativo che rilancia domande più che risposte, nonostante le infinite spiegazioni narrative e disposizioni scientifiche e simboliche presenti nel film.

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Sono anni questi in cui siamo tornati a percepire il farsi della Storia attorno a noi, in cui gli eventi non solo accadono ma accelerano, prendono peso, prefigurando capitoli chiave nei manuali di studio che saranno. Si prefigurano all'orizzonte riformulazioni di un sistema che ha ripreso a manifestare con forza ed evidenza le sue irregolarità e contraddizioni, incertezze e derivazioni tutte da considerare. Non è un caso allora se in questi ultimi anni accelerati tre artisti di grande calibro (Lynch, McCarthy e appunto Nolan) hanno sentito il bisogno di confrontarsi con Trinity e la nascita del mondo atomico, rivelando in esso un punto di discontinuità sostanziale, uno scarto tanto sul piano politico che morale, fisico e metafisico. All’alba di quella che forse si configura come una nuova era, la fine dell’antropocene e la riscrittura dell’umano a fronte del cambiamento climatico, l’immagine dell’arma nucleare è il luogo in cui collimano le forze di creazione e distruzione, il simbolo di un nuovo peccato originale e la pia illusione di un equilibrio migliore. La forgia incandescente dove arde ciò che significa essere umani.

Autore: Matteo Berardini
Pubblicato il 28/08/2023

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