Antiviral

Nel corso della visione di Antiviral, lungometraggio d’esordio di Brandon Cronenberg, non si può fare a meno di notare la ricorrenza del termine ordeal, ossia prova, traversia: del resto quest’opera è stata una vera e propria prova del fuoco per il trentatreenne regista canadese, dai natali illustrissimi e ben consapevole di quanti fossero già pronti ad additarlo come il solito figlio d’arte privo di talento. Cronenberg jr. non soltanto porta il proprio film a Cannes 2012, in contemporanea col genitoriale e controverso Cosmopolis, ma ne utilizza la medesima attrice (Sarah Gadon, presente anche in A Dangerous Method) in una pellicola apparentemente molto vicina a quelle che sono le tematiche principali del cinema paterno. Sfacciataggine senza ritegno? Per nulla, bensì onestà autoriale nel senso più puro, senza cura per i prevedibili e scontati attacchi che sono puntualmente giunti da chi non aspettava altro. Come dichiarato dallo stesso Brandon in numerose interviste, la paura di imitare il padre avrebbe sortito l’effetto temuto: ha optato dunque per la totale libertà di scelta basata soltanto sul proprio sentire, in cui qualche ovvia influenza è presente, ma in realtà in misura minore di quanto possa sembrare a primo acchito. Antiviral è infatti un lavoro estremamente personale, nel quale elementi che possono sembrare derivativi (l’infezione, la mutazione) sono, per contro, trattati in maniera ben diversa rispetto a quanto accade in alcuni film paterni: la Carne lascia qui il posto al cerebrale, la malattia divora il corpo ma le sue radici affondano altrove, in una società ossessionata e isterica, in cui le celebrità sono come Dei, onnipresenti nelle esistenze delle persone comuni.

Il mondo in cui si muove Syd March (Caleb Landry Jones, assolutamente perfetto per il ruolo) è una realtà non troppo futuristica, anche se algida e lontana, con cliniche che vendono a caro prezzo i virus dei malanni contratti da personaggi famosi ai fan, i quali vedono nella malattia una connessione, una condivisione di qualcosa con esseri praticamente irraggiungibili. “She’s perfect somehow, isn’t she? More than perfect. Almost more than human” ripete Syd al cliente di turno, un mantra alienante e sempre identico a se stesso, anche se il volto sullo schermo cambia; individui celebri senza motivo, entità vuote e, per l’appunto, sovrumane di cui il popolo si nutre, anche in senso letterale dato che parallelamente al commercio delle malattie si ritrova quello della carne di celebrità, ottenuta tramite la coltura delle loro cellule. Un culto dunque quasi cannibalistico, con giovani che sfoggiano il loro costoso acquisto, l’herpes piuttosto che il raffreddore di star come Hannah Geist (un’iconica Sarah Gadon); Syd lavora per la Lucas Clinic, specializzata nella vendita di celebrity viruses, e porta avanti anche un’attività illecita, diffondendone copie in un floridissimo mercato nero, veicolandole al di fuori della clinica tramite iniezioni nel suo stesso corpo. Inizialmente distaccato dagli isterismi di massa, egli si ritrova a esserne parte integrante nel progressivo declino causato dalla malattia che ha portato alla morte (almeno quella massmediatica) della Geist: gli aghi che penetrano nella pelle sono metafore di una sessualità presente in quanto comunione biologica con personalità/immagine, degli avatars veri e propri. La malattia e l’infezione come unica forma di avvicinamento a coloro che sono ovunque, su ogni copertina o schermo televisivo: non si vede null’altro a livello mediatico, in Antiviral, se non celebrità alle prese con difficoltà personali (i già citati ordeals) che arrivano fino alla divulgazione di malformazioni genitali (la vulva mancante della Geist). La custode dell’appartamento di Syd, suo unico contatto reale oltre ai boriosi e sprezzanti colleghi di lavoro, è il simbolo di una popolazione che venera chi è famoso solo in quanto tale, non per apprezzamento o stima; in fase di sceneggiatura Cronenberg si è nutrito di tabloids e gossip tanto inutili quanto pervasivi, al punto da surclassare notizie assai più importanti. Il regista ha percepito in modo tangibile l’entità di una vera e propria ossessione, perfettamente rappresentata dalla frase di Dorian Lucas, proprietario della clinica: “La celebrità non è la realizzazione di un talento, bensì è il frutto di una collaborazione a cui scegliamo di prendere parte. Le celebrità non sono persone: sono allucinazioni di massa”. Un concetto dal sapore orwelliano per un mondo in cui ci si ammala consapevolmente, acquistando il male o iniettandoselo in modo compulsivo e furtivo (Syd), preda di una tossicodipendenza il cui oggetto del desiderio è tanto presente quanto aleatorio.

Il rapporto Syd/Hannah si sviluppa su basi onirico/allucinatorie: magnifica la sequanza del sogno, in cui vediamo il giovane di spalle camminare lentamente verso la stanza di Hannah, circondato da fiori, in un’atmosfera cupa e funerea che lo conduce al letto della donna. Il protagonista si avvicina alla “divinità” Geist parallelamente al decorso della malattia che li accomuna, quel morbo letale che è stato progettato e costruito tramite la ReadyFace, un macchinario con cui i virus vengono modificati e, soprattutto, “fotografati”, dando loro un volto antropomorfo dalle fattezze distorte. La faccia di una malattia che può sfuggire al controllo umano e prendere vita propria.

L’idea per Antiviral nasce nel 2004: Brandon Cronenberg aveva appena iniziato la scuola di cinema e, durante una forte febbre, i sogni tipici di quella condizione fisica lo portarono ad interrogarsi sulla natura di ciò che circolava nel suo corpo, sul concetto di trasmissione virale e, in primis, “sull’intimità della malattia”, che è il tema chiave del film. Brandon aveva al suo attivo due cortometraggi, Broken Tulips (2008) e The Camera and Christopher Merk (2010), che hanno indubbiamente influenzato questa pellicola d’esordio. Qui la regia è abilissima, morbosa e allucinata come il tema che maneggia con estrema destrezza, e la sceneggiatura, scritta dallo stesso Cronenberg, offre un tessuto assolutamente adeguato per un’opera che in alcuni punti raggiunge l’astratto senza mai sembrare slegata o sconclusionata. Fotografia algida ed eccelsa, curata da Karim Hussain (noto anche come regista, Subconscious Cruelty su tutti), in cui predomina il bianco: un candore quasi assoluto, di tanto in tanto macchiato dal sangue infetto, un surgical white teso a rendere ancora più freddo e irreale questo universo diegetico che gioca sui contrasti. Bianco come la pelle di Caleb Landry Jones e Sarah Gadon, perfetti nei propri ruoli: Jones in primis, penetra nel narrato come il male che si porta dentro, in un contagio reciproco che affascina inesorabilmente lo spettatore. Azzeccato il cameo di Malcom McDowell nei panni del Dr. Abendroth, medico di Hannah nonché anch’egli portatore (mal)sano dell’ossessione verso la donna/icona. Lo score, firmato da E.C. Woodley, accompagna egregiamente ogni sequenza diventando parte integrante del film, organismo/musica che si unisce simbioticamente con le immagini.

Un’opera prima a dir poco notevole Antiviral, atipica e terribilmente affascinante, frutto di un talento non comune: che sia ereditario o no poco importa, il tempo e i film successivi insegneranno agli scettici a scindere Brandon Cronenberg da un padre tanto immenso quanto potenzialmente (e apparentemente) ingombrante.

Autore: Chiara Pani
Pubblicato il 10/02/2015

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