Pelle

VISIONI Autore: Arianna Pagliara      Pubblicato il: 12/05/2017

Sconvolgente, magnetico e viscerale, l'esordio di Eduardo Casanova è una’apologia della diversità urlata a gran voce.


Spagna, 2017

Regia: Eduardo Casanova

Cast: Ana Polvorosa, Macarena Gómez, Jon Kortajarena, Carolina Bang, Candela Peña, Carmen Machi, Secun de la Rosa, Eloi Costa, Joaquín Climent

Itziar Castro, Ana María Ayala, Antonio Durán 'Morris'

Durata: 77 minuti

Esordio folgorante e inclassificabile, morbosamente provocatorio e disperatamente vitale, Pieles è una creatura mostruosa e meravigliosa che intreccia con spudorata ironia erotismo, horror, dramma e grottesco, esibendo una ricerca estetica sorprendente e peculiarissima, tutta tesa tra kitsch e glamour. Il giovanissimo regista Eduardo Casanova, con alle spalle alcune pubblicità e diversi cortometraggi già all’insegna degli eccessi e dell’ossessione per il colore, firma un’opera tutta intrisa di un pathos disperato e viscerale, che colpisce lo spettatore allo stomaco – perché disturba fin quasi al disgusto – per conquistarlo poi, definitivamente, con la potenza lacerante dei sentimenti che straziano i personaggi e con la pregnanza e l’attualità del discorso messo in atto. Perché Pieles - impudente e trasgressivo, sconvolgente e magnetico - è anzitutto un’apologia della diversità urlata a gran voce, un’esibizione calcolata e reiterata di tutto quello che la contemporaneità vorrebbe nascondere e censurare: malformazioni, mutilazioni, ustioni, ma anche, semplicemente, la sessualità autentica e imperfetta che appartiene al mondo reale, distante anni luce da quella plastificata, asciutta e patinata del nostro asettico, omologante immaginario massmediatico. E l’orrore, quello vero, non appartiene certo a questi corpi deformi che – come e anzi più degli altri – soffrono e lottano, ma piuttosto alla presunta normalità che vede sulle carni dei diversi quel marchio indelebile che ne autorizza la condanna spietata: nel migliore dei casi la derisione, nel peggiore la prevaricazione, l’abuso e la violenza.

Sono questi gli orizzonti – soffocanti, stringenti - entro cui si muovono loro malgrado i personaggi di Casanova: Laura, che è nata senza occhi; Samantha, che ha l’apparato digerente al contrario (e questa è forse la più sconvolgente tra tutte le perverse fantasie del regista); Ana, che ha il viso sfigurato e ama Guille, che è completamente ustionato e infine Vanesa che è affetta da acondroplasia. Ma per essere stigmatizzati come diversi basta anche molto meno, ad esempio l’obesità (“maxima culpa” dei nostri tempi) o l’autolesionismo imposto a un corpo che non viene percepito come proprio. Oltre ai mali che affliggono questa carne pulsante e tremula - perché il primo riferimento è senz’altro Almodóvar – ci sono poi quelli morali: primo fra tutti la pedofilia, un tema che forse mai prima d’ora si era visto al cinema in un contesto così dissacrante e farsesco, contesto che tuttavia non inficia affatto l’estrema gravità con cui l’argomento è trattato.
Del resto, la grandezza di Pieles sta proprio nel suo nutrirsi di paradossi: quando l’assurdo diventa credibile, il grottesco muta inevitabilmente in tragedia. E le scenografie curate con maniacale precisione, dove sono ammessi rigorosamente solo il rosa confetto e il lilla pervinca, come già avveniva nei precedenti cortometraggi non hanno la funzione di stemperare o ammortizzare il dolore; generano invece un’atmosfera straniante ai limiti del surreale innescando un marcato effetto di decontestualizzazione, e ribadiscono che per scovare quanto c’è di più spaventoso e raccapricciante spesso basta grattare sotto la levigata, brillante superficie.

Deliberatamente impietoso con lo spettatore ed estremamente empatico e solidale con i suoi personaggi, Casanova eredita – come accennato sopra - la passionalità sgargiante e tormentata di Almodóvar, ma anche la giocosa raffinatezza stilistica di Wes Anderson e a tratti perfino l’ambiguità perturbante di Todd Solondz e la cupezza angosciosa e seducente di David Lynch; a fare da collante tra suggestioni apparentemente così differenti, un certo gusto per l’horror artigianale e quasi caricaturale (vedi anche il cortometraggio Amor de madre). Ma è soprattutto la predilezione per l’eccesso e per l’eversione totalizzante a portare il regista in un territorio altro, dove la sfida alle convenzioni è, in ultimo, la messa in scena dell’irrappresentabile. Perché nelle immagini di Casanova non è solo la società contemporanea a fare i conti con il proprio rimosso, ma è il cinema stesso a infrangere prepotentemente le sue categorizzazioni (che cos’è la pornografia?) mettendo lo spettatore, una volta per tutte, di fronte ai limiti del proprio sguardo e – in senso lato – del proprio pensiero.