Patriot

Videodrome Autore: Attilio Palmieri      Pubblicato il: 01/08/2017

La brillante e multiforme spy story di Steve Conrad


Da ormai quattro anni Amazon si è lanciata nel mondo delle produzioni originali e sulla scia di Netflix ha messo a punto anche un sistema di distribuzione all-in-one che consegna agli spettatori blocchi di episodi che hanno come unità minima di riferimento la stagione. Questo discorso è valido soprattutto per le produzioni originali sviluppate negli Amazon Studios, a differenza delle serie di cui l’azienda di Bezos è solamente distributore (come nel caso di American Gods e Preacher in Italia) e pertanto deve attenersi alle logiche di rilascio settimanali imposte dall’emittente detentore dei diritti.

Se la prima fase della Peak TV è stata caratterizzata da una corsa all’oro dove al posto del prezioso metallo figurano le original series, spingendo numerosi canali a creare prodotti seriali propri, attualmente viviamo una stagione di grande trasformazione, in cui il numero totale delle serie prodotte non accenna a diminuire ma i player sul mercato e l’equilibrio tra gli stessi stanno cambiando. La potenza economica di alcuni soggetti e la solidità del brand di altri si stanno imponendo con sempre maggiore forza costringendo le emittenti piccole a gettare la spugna, consce che in una gara così competitiva e con avversari con disponibilità economiche cosi ingenti il risultato finale non può che essere una dolorosa sconfitta (è il caso per esempio di WGN America che dopo tre anni di importanti investimenti nelle serie originali ha deciso di interrompere ogni tipo di attività, sulla base di un mero calcolo economico).
Non c’è dubbio che tra gli attori più potenti sul mercato televisivo globale ci siano Netflix e Amazon, accomunati non a caso da un’identità di base statunitense e da una diffusione globale che si fonda sull’utilizzo del web e non della televisione tradizionale. Se l’espansione di Netflix è stata rapidissima, Amazon ha fatto le cose con più calma, forte di un business enorme di cui gli audiovisivi costituiscono una piccola parte. È possibile però individuare nella fine del 2016 un momento di svolta per Amazon Prime Video, in cui all’espansione globale del servizio di streaming è seguito un incremento consistente degli investimenti che prevede nei prossimi cinque anni una significativa impennata quantitativa e qualitativa. Sono in programma infatti, tra le altre, serie realizzate da Matthew Weiner, Nicolas Winding Refn, David O. Russell e dai coniugi Palladino.

È comunque già possibile saggiare questo cambio di marcia, a partire soprattutto da due serie del 2017: I Love Dick (adattamento del romanzo di Chris Kraus realizzato da Sarah Gubbins e Jill Soloway, che con Transparent è stata artefice delle prime fortune critiche di Amazon) e Patriot.
Come quasi tutte le serie prodotte negli Amazon Studios, anche Patriot è passata attraverso la pilot season alla fine del 2015 ma la prima stagione ha visto la luce solo all’inizio del 2017. Il creatore di questa strana, originale e sfuggente serie televisiva è Steve Conrad, sceneggiatore cinematografico e televisivo che fino a questo momento si era distinto soprattutto per lo script di The Secret Life of Walter Mitty e che solo con questa serie riesce finalmente a liberare tutta la sua creatività, sia come scrittore sia come regista.
Descrivere la struttura narrativa di Patriot è tutt’altro che semplice, oltre che in molti casi poco importante dato che l’incedere del racconto e la sequenza di vicende che capitano ai personaggi (in primis al protagonista) vivono di una forte imprevedibilità che non ha senso violare in questa sede. Va detto però che la trama è non solo decisamente complicata, sospesa tra l’America e l’Europa e su differenti livelli temporali, ma anche che Conrad fa di tutto per rendere le maglie del racconto sempre più intrecciate, con l’obiettivo di intrappolare nel proprio labirinto narrativo il protagonista prima ancora che lo spettatore.
Al centro della storia c’è John Tavner (Michael Dorman), agente speciale della CIA che viene inviato dal suo capo, nonché padre (Terry O’Quinn), in missione sotto copertura per sventare un possibile pericolo nucleare iraniano. La missione di spionaggio macro-politico si fonde con una fitta rete di ostacoli giornalieri quando John si trova, per completare il suo incarico, a dover fingere di essere ingegnere in una ditta di tubature di Milwaukee altamente specializzata, in cui non capisce nulla e si sente come in un paese straniero.

Sono tanti i meriti di una serie così sfaccettata, multiforme, dall’identità plurima, soprattutto perché affrontabile dal punto di vista critico sotto diverse prospettive a seconda delle questioni che più interessano lo spettatore.
Uno dei meriti principali della creatura di Conrad sta nel registro utilizzato e in come l’autore si rapporta al genere di riferimento. Dal punto di vista narrativo infatti Patriot potrebbe essere definito come una spy story a carattere politico, ma a partire da questo canovaccio l’autore decostruisce completamente le regole del genere, non solo per quanto riguarda la struttura narrativa ma anche per quanto concerne la costruzione dei personaggi e i focus principali del racconto.
A partire dallo scheletro spionistico, la serie si allaccia a diverse questioni trattate con frequenza dal cinema indipendente americano, senza per questo perdere in originalità e brillantezza. La tensione e le situazioni da caccia all’uomo sono la cornice perfetta da cui far partire processi di ibridazione che mettono al centro una parabola esistenziale struggente, in cui il cuore della riflessione è dato dall’infelicità del protagonista e dal suo rapporto con gli altri membri della famiglia, in particolare il padre e il fratello. Sono il lavoro e i legami familiari a tenere in piedi un triangolo che dalla figura patriarcale si sviluppa verso i due figli, i quali non potrebbero essere più diversi, tanto quanto gli attori che li interpretano: se John è il vincente di bell’aspetto, dalle grandi capacità ma dal lacerante tumulto interiore, Edward (Michael Chernus) è fratello sfortunato, il tipico nerd da commedia americana che però sotto un’apparenza stereotipata nasconde forza d’animo e qualità morali che gli altri due più appariscenti uomini della famiglia possono solo invidiare. Precisamente in questi continui mascheramenti risiede la principale qualità di Patriot, che lungo il corso della propria narrazione rivela gemme nascoste, camuffate in modo ingannevole esattamente come il protagonista, che sotto l’abito di cliché senza particolare mordente rivela una natura unica ed estremamente complessa.

Il discorso che la serie fa sulla famiglia americana è solo uno dei tanti che l’articolata narrazione di Conrad sviluppa nel corso dei suoi dieci episodi. A partire dalle famiglia Tavner come cellula generativa emergono come per gemmazione riflessioni tematicamente collegate, come nel caso della famiglia di iraniani trapiantati in Inghilterra, anch’essa costituita da un padre autoritario e due figli che, ciascuno a proprio modo, vivono questa condizione in modo succube e remissivo.
Con il passare degli episodi risulta sempre più chiaro che la grandezza di Patriot risiede nella vivace creatività narrativa, che si declina nella capacità di andare dal macro al micro con grande brillantezza passando dallo spionaggio politico fino a una lunga serie di bozzetti originali, ciascuno dotato di un preciso e inconfondibile punto di vista. Ogni carattere infatti nasconde una personalità atipica e fortemente caratterizzata, andando a formare una carrellata di personaggi (e di eterogenee visioni del mondo) che va dal rigoroso e malinconico Leslie, alla disciplinata e imbattibile giocatrice di morra cinese Agathe, dalla burattinaia Numi a Dennis, maschio beta ossessionato dal proprio corpo.

Il tutto però si regge sull’“uomo triste e in completo”, John Tavner, protagonista messo in abisso dai continui mascheramenti, dalle finzioni e dalle violenze che si inanellano come elementi di matrioska e che gli sottraggono gradualmente ogni parvenza di umanità.
L’intera parabola di John è legata alla propria impossibilità di autodeterminarsi, facendo di lui un’evoluzione contemporanea del kafkiano Joseph K., perennemente vittima di un fato che lo vede ineluttabilmente costretto a percorrere sentieri controvoglia, vuoi perché obbligato dalla soggezione che prova verso la figura paterna, vuoi per la presenza di Beni superiori che rubano la scena ai suoi desideri. A questa paralisi del libero arbitrio John reagisce in un modo meraviglioso – e questa è forse l’intuizione più originale di Conrad – ovvero mettendo in piedi una seconda vita da folk singer in cui l’espressione artistica non solo è la messa in musica della sua malinconia ma costituisce anche una forma di confessione, dato che i testi delle canzoni che canta raccontano in modo poetico cose che è costretto a fare e di cui si vergogna, figurando come una sorta di dolorosa espiazione.
Unico e parziale schermo verso un mondo violento e insensibile è la profonda amicizia con Rob, nata dalla condivisione delle passioni, un rapporto che oltre a essere scritto con consapevolezza e intelligenza (la foto di copertina del loro album che cita Sound of Silence di Simon and Garfunkel è solo una delle tante, ironiche e delicate strizzate d’occhio inserite dall’autore nello show), diventa protagonista nel quinto episodio di uno dei momenti più struggenti della serie.

A metà 2017 Patriot si iscrive senza dubbio tra le migliori serie dell’anno, pur risultando, a differenza di altre più celebrate (The Handmaid’s Tale, ad esempio), leggermente più ostica da interpretare, non certo perché meno piacevole (anzi!) ma perché pregna di una complessità di toni, di registri e di punti vista davvero rara, capace di bilanciare dramma, umorismo nero, citazionismo, amore per il grottesco e satira sociale all’interno di un cocktail di generi ottimamente assortito.