Love - Seconda stagione

Videodrome Autore: Eugenia Fattori - Attilio Palmieri      Pubblicato il: 20/03/2017

La rom-com di Judd Apatow, Paul Rust e Lesley Arfin continua a parlarci d'amore (e solo d'amore), tra scrittura autobiografica e realismo.


L’elenco di film e serie TV il cui titolo ha all’interno la parola amore è lunghissimo, e non sono poche le commedie che ruotano attorno a forme paradossali, particolari o esagerate di questo sentimento. La serie di Judd Apatow, Paul Rust e Lesley Arfin si distingue da tutte puntando sulla profondità del discorso: c’è solo Love nel titolo e solo di amore la serie si occupa, naturalmente in senso esteso, ponendosi dunque l’obiettivo di ispezionarne senza fretta e con precisione le diverse facce.
Al centro c’è la storia d’amore tra Mickey e Gus, creativi losangelini trentenni – lui è un insegnante sul set della serie tv Witchita con ambizioni da sceneggiatore, lei una producer radiofonica – che si incontrano, si conoscono, si innamorano e fanno i conti con la difficoltà del conciliare una relazione con le proprie vite e le rispettive idiosincrasie.

Già dal titolo, quindi, la serie esplicita l’ambizione all’universalità e una semplicità quasi neorealista come proprie caratteristiche fondanti, che corrispondono anche ai maggiori punti di forza della serie. L’aderenza al reale non è soltanto una peculiarità narrativa che porta a uno sviluppo lento e cronachistico degli eventi (ancora più evidente in questa seconda stagione), ma anche un approccio fondamentale nella definizione dei caratteri.
Non a caso, Love è frutto – oltre che della lungimiranza di Apatow – della vita e dell’arte di una vera coppia, Arfin e Rust, che fin dal debutto della serie ha esplicitato come lo script sia ispirato in gran parte alle proprie vicende personali. Da questo oversharing nasce il punto di vista “interno” della serie, che già nella prima stagione ha seguito la nascita di una love story in maniera anticonvenzionale, e che in questa seconda continua a concentrarsi sugli avvenimenti e a seguire un ritmo di sviluppo naturale che non si allontana praticamente mai dalla visione personale e in medias res dei suoi protagonisti. Entrambi sono quasi sempre in scena, che sia come soggetti attivi o spettatori; un espediente necessario per mantenere l’acutezza di una narrazione bipartisan e mai sbilanciata su uno dei due, ma soprattutto per far sì che loro stessi si svelino attraverso le proprie azioni in modo da mostrare l’intersecarsi delle vite di due persone che da semi sconosciuti diventano coppia, influenzandosi l’un l’altro anche nelle decisioni personali.

Anche in questa seconda stagione, Rust, Arfin e Apatow si prendono il tempo necessario per fare un discorso complesso e per questo carico di contraddizioni sulla coppia al centro del racconto e per estensione sui thirtysomething di oggi in generale (ma non solo, dato che molte delle questioni affrontate possiedono un respiro universale che facilita l’identificazione). Del resto la necessità della continuità narrativa non può prescindere dall’esplorazione delle varie backstories, che ampliano la dimensione corale del racconto.
Il lavoro, in particolare, è un contesto irrinunciabile per una serie in cui le dinamiche sociali (l’incertezza economica, la disgregazione della famiglia tradizionale, il ridisegnarsi dei ruoli femminili e maschili ma anche le dipendenze e la violenza) servono a dare non soltanto un contesto, ma anche una ragione d’essere all’incontrarsi. Gus e Mickey sono profondamente diversi e la loro unione è possibile solo in una contemporaneità in cui non esiste più la certezza di un’affermazione personale convenzionale, un’assenza che ridefinisce gli equilibri di coppia così come il peso della professione e della ricchezza, ma anche quello della bellezza e dell’aderenza ai canoni sociali nella ricerca di un partner.
Con la sua attenzione al mondo del lavoro e della famiglia (ma anche grazie all’inserimento nel racconto della relazione tra due dei migliori amici di Gus e Mickey), Love è capace di indurre i mondi dei due protagonisti a fondersi mentre al tempo stesso ne accelera la collisione, portando alla luce il pesante bagaglio di problematiche che la serie, spietatamente, butta sulle loro spalle.
I percorsi di autoaffermazione dei protagonisti in questa stagione sono non soltanto trattati con più incisività ma rappresentano anche un innesco: il divorzio, le droghe e l’alcool, la difficoltà di staccarsi definitivamente dalla propria identità di adolescente e abbracciare con consapevolezza quella di adulto, il fare i conti con la perdita delle certezze e la crisi identitaria di un’intera generazione sono abilmente raccontati attraverso il filtro dei protagonisti e della cerchia che li circonda, intrecciati in modo da dare vita a un canto e controcanto che invece di disperdere l’attenzione sulle narrazioni secondarie le rende strumento di approfondimento e confronto.

Gus – una fusione tra il classico eroe apatowiano e la scrittura autobiografica di Rust, che è anche interprete – è un personaggio per certi versi ingenuo, in apparenza un loser ma nei fatti sorprendentemente scaltro, che già dalla prima stagione si presenta con una visione del mondo estremamente definita che influenza profondamente il suo rapporto di coppia.
Dal confronto con Mickey e il suo percorso di crescita sia personale che relazionale, il protagonista emerge in questa seconda stagione come un uomo capace di grandi atti d’amore ma anche poco incline alla considerazione dell’altro; archetipo dell’uomo sentimentalmente generoso e almeno in apparenza dal cuore nobile, Gus si nutre di reciprocità ma finisce per perdere totalmente il controllo nel momento in cui sente di essere l’unico a fare qualcosa per il rapporto, percependo l’altra persona come disinteressata, priva di attenzione e gratitudine.
Mickey, a sua volta (incarnata alla perfezione da una Gillian Jacobs in stato di grazia), vede nel rapporto con Gus una fonte di instabilità costante per la propria autoaffermazione, ma si tratta soltanto di uno schermo difensivo dietro cui si cela il terrore del fallimento.
La paura di fallire, o meglio la convinzione di non poter sfuggire al disastro, ben rappresentata dalla relazione con il padre e con l’ex fidanzato, è lo spettro che si aggira sul futuro di Mickey, un fantasma che non solo le impedisce di fare affidamento totale su sé stessa e sulle proprie decisioni, ma la dirige inesorabilmente verso l’autodistruzione. Il dialogo con la coinquilina Bertie nell’ultimo episodio è da questo punto di vista emblematico: entrambe esplicitano la propria deleteria attrazione verso l’infelicità e la negatività come abitudini e rassicuranti sicurezze («Sometimes when I’m in pain, I’m like, Hello, old friend»), a fronte dell’incertezza inesplorata della felicità.
Come tanti uomini molto innamorati, Gus è eccezionale quando può avere il controllo della situazione ma non tarda ad andare in crisi quando le condizioni cambiano: dalla prima parte della stagione – in cui gli autori avvicinano i personaggi sotto il segno dell’innamoramento, che conosce il suo momento apicale nel quinto episodio – alla seconda si assiste al progressivo sgretolamento delle sue certezze, cui consegue una profonda divergenza nella coppia, spinta in direzioni opposte da insicurezze e paure da parte di entrambi.
Le rivelazioni sul passato di Mickey assumono quindi un’importanza fondamentale sia per comprendere le sue ragioni e i suoi sbagli, sia per mostrarne gli effetti sulla relazione: la droga, l’infanzia problematica (contrapposta all’idillio familiare di Gus), l’assuefazione a uomini che la idealizzano e si pongono in modo violento verso di lei, scatenano in Gus aspettative e desideri di protezione benintenzionati che però, lungi dall’aiutare il rapporto, non fanno che mettere pressione su Mickey, che già fatica ad ammettere con sé stessa le proprie ambizioni e i desideri privati.
Sempre più sulla difensiva e spinto fuori dalla propria comfort zone, Gus si scopre disarmato e arriva a comportarsi come l’opposto dell’uomo di cui Mickey si è innamorata, iniziando a giudicarla di continuo e trattandola dall’alto in basso. La lontananza e l’apparente calo d’interesse di Mickey nei confronti della relazione si aggiungono al quadro, togliendo a Gus la forza e la lucidità per capire cosa sta succedendo nella testa della ragazza.
Ma è proprio nel punto più basso della loro parabola stagionale che i personaggi finalmente scelgono di evolvere e imparare: Gus capisce che la sola strada per riconquistare Mickey è quella dell’autocritica, della messa in discussione del proprio giudizio iniziando a darle lo spazio che necessita, accettando di conoscerla davvero per percorrere una strada comune fatta di gioie e compromessi; Mickey invece, impossibilitata a cambiare sé stessa ma capace di comprendere i propri errori, attraverso lo sguardo benevolo e innamorato di Gus decide di imparare ad amarsi non solo a livello individuale, provando a percorrere la strada di una felicità che può valere il rischio e a cui va giocoforza sacrificato qualcosa.

Stante questa complessa rete di istanze, intrecciate e spesso contrapposte, e un lavoro sui caratteri così capillare, c’è da sottolineare la difficoltà di Love nel far dialogare un progetto così intimo, autoriale e addirittura autobiografico con il sistema dei generi in cui la serie volontariamente si inserisce; si tratta però di una difficoltà che chiaramente vale la pena affrontare, perché è proprio muovendosi tra i vincoli e le convenzioni del genere che lo show riesce a dipanare una narrazione che non conosce momenti interlocutori. Partendo dal topos del primo incontro fino all’incerto esito finale (il cosiddetto will they or won’t they?), la prima stagione ha saputo utilizzare i classici espedienti della romantic comedy in modo inedito e originale, creando un plot lineare frutto di un attento bilanciamento tra il racconto realistico e le necessità narrative, tra l’evoluzione di Mickey e Gus e la consapevolezza dell’impossibilità per chiunque di un vero cambiamento, ma anche tra la creazione di personaggi in grado di suscitare nello spettatore l’empatia necessaria e il desiderio di poggiare su due protagonisti che siano (anche) due stereotipi, puntando così a stravolgere le aspettative e rielaborare i canoni della rom-com in favore di qualcosa di ben più innovativo.
Nella sua seconda stagione, forte di personaggi già abbondantemente costruiti, Love porta avanti un interessante doppio discorso: da un lato rimane costantemente sulle orme dei personaggi, dall’altro li utilizza per ragionare sulla rom-com contemporanea.
La première è da questo punto di vista emblematica: i due protagonisti si lasciano e si riprendono in maniera repentina, senza il coraggio di acciuffarsi davvero ma nemmeno la voglia di separarsi definitivamente, dando vita a una commedia degli equivoci in cui gli alibi nascondono desideri impronunciabili e persino le calamità esterne (la polizia che vieta a tutti di uscire di casa) sembrano dirci che Gus e Mickey non devono separarsi. Tra i tanti tropi della commedia romantica che Love utilizza c’è anche la ricollocazione dei personaggi in contesti non quotidiani, come accade in modo esemplare nel quarto episodio, tutto incentrato sull’assunzione dei funghetti allucinogeni. Qui lo stato d’alterazione è il viatico per arrivare alla verità, per avere il coraggio di guardarsi negli occhi e dirsi cose come «You pushed me a little closer to the ledge», e «And you... you pull me back from it».
Le convenzioni del genere sono infine strumento per far emergere la problematicità sotto la patina della brillantezza, in particolare nel season finale in cui il regista Joe Swanberg crea un inseguimento slapstick tra Mickey e il suo ex Dustin, che sotto il superficiale divertimento della messa in scena nasconde un senso di pericolo tangibile e una rappresentazione della violenza e dello stalking tutt’altro che lontane dalla realtà, assolutamente evidenti e angoscianti anche per lo spettatore.

Concludendo, Love ci appare come una serie che insegna a sopravvivere una volta abbassate le difese, e soprattutto rompe l’idealistica dicotomia tra sogno e realtà per urlarci che l’amore risiede proprio nella spinta a superare i propri orizzonti, anche se questo vuol dire farsi male, litigare o addirittura soffrire, come ricorda a noi e ai protagonisti la forza metaforica del tappeto sporco del vino rovesciato da Dustin. Se il cinema contemporaneo con La La Land ha ragionato sulla coppia mostrando l’infrangersi dei sogni e dei desideri romantici contro il muro della realtà e contro l’incapacità dei protagonisti di trovare soluzioni realmente costruttive, la serialità televisiva con Love si prende la responsabilità di rifiutare la resa, di ragionare sugli errori in quanto parte integrante sia dell’essere umano sia della coppia, ricordandoci che ciò che ci rende migliori non è smettere di commetterli ma imparare da essi.