La grande Olimpiade

I Sotterranei Autore: Tonino Samueli      Pubblicato il: 16/08/2014


Italia 1961

Regia: Romolo Marcellini

Durata: 142 minuti

Povera Roma mia de travertino,
t’hanno tutta vestita de cartone,
pe’ fatte rimira’ da ‘n’imbianchino


Al di là, eseguita da Betty Curtis e Luciano Tajoli vince l’XIesima edizione del Festival di Sanremo. Nascono le Frecce Tricolori mentre Jurij Gagarin è l’uomo del cosmo. “La baia dei porci” ed il suicidio di Hemingway. Il primo concerto dei Beatles, e la nascita del muro: di Berlino! La dolce vita, e L’avventura, e Cannes. La Juventus vince lo scudetto, la Coppa dei Campioni è del leggendario Real Madrid, e l’Urss di Lev Jašin trionfa alla prima edizione degli Europei.

E’ il 1960. E Roma sta attraversano un momento di raro splendore, sia culturale che commerciale. Sono gli anni della Hollywood sul Tevere, sono gli anni del boom! E’ il 1960. E a Roma si respira una grande aria. Uscita oramai dalla ricostruzione post-bellica, la città eterna si tinge dei fasti dell’antico impero. Il risveglio del leone, Roma si fa bella e imponente agli occhi del mondo. I marmi di travertino, il Colosseo, i suoi monumenti barocchi sono solo una delle tante cornici che regalano una delle più affascinati edizioni dei Giochi Olimpici.
E’ il 25 agosto del 1960: a Roma si inaugurano i Giochi della XVIIesima Olimpiade. Un evento, come lo è del resto la manifestazione dei cinque cerchi. Erano anni che Roma non viveva in prima persona uno sforzo ed una esibizione di tale portata: erano gli anni del fascismo, quelli delle grandi adunate, erano gli ultimi anni di una grande Roma, di una Roma capace di dare al mondo un immagine di sé… di immensità, di straordinaria ed infinita bellezza. Roma, per il 25 agosto del 1960 si è rifatta bella, si è rimessa a nuovo.

Roma, sempre per il 25 agosto del 1960, ed almeno per una manciata di secondi, è tornata ad essere la città più bella del mondo. Una manciata di secondi, ovvero molto di più. Una manciata di secondi, ovvero qualche metro… degli oltre trecentomila usati da Romolo Marcellini – e dalla sua folta squadra – per realizzare La grande Olimpiade, il film commissionato dal Comitato Olimpico Internazionale all’Istituto Luce. Un film, un documentario, una lunghissima panoramica sull’edizione dei giochi, sulle competizioni principali, sui suoi vincitori. Un film che oscilla tra il documentario e il cine-giornale assolutamente non pretenzioso, realizzato con onestà, con l’umiltà di chi si trova a realizzare uno spettacolo su di uno spettacolo. Perché le Olimpiadi sono uno spettacolo, alla Basilica di Massenzio, a piazza di Siena, su via dell’Oceano Pacifico, alle terme di Caracalla, allo Stadio Olimpico, al lago di Albano, al Pratone del Vivaro, allo Stadio dei Marmi, sono location naturali, sono la scenografia di un grandissimo spettacolo. E gli attori sono loro, decine di atleti provenienti da tutto il mondo, precisamente 5.393, tra cui: Giancarlo Peris, ovvero l’ultimo tedoforo, Nino Benvenuti & Cassius Clay, Donald Bragg che vinse il salto con l’asta, Andras Bodnar, Ivan Bogdanovic, Wilma Rudolph detta la gazzella nera, Livio Berruti vincitore dei 200 metri piani a tempo di record. Ed una delle più belle immagini dello sport e del cinema stesso: l’etiope Abebe Bikila che vince la maratona correndo scalzo e di notte, immagini stupende di una Roma che fu, e che sapeva regalare emozioni poetiche.

Una Roma attraversata da un elicottero, una veduta dove la città si distende lenta e immortale. Colori di cinquant’anni fa, e che vengono ricordati e celebrati dai nostri governanti. Come il buon Giulio Andreotti, allora presidente del comitato organizzatore. Una Roma attraversata da un elicottero, è un incipit. O forse un omaggio, come nella Dolce Vita. Una differenza cromatica, una differenza religiosa. Se sport è religione, fede, costanza, il sudore di Bikila scalzo è il ritratto eccezionale dell’uomo, della lotta per la vita, della fame che lo accompagna in una Roma notturna e splendente.

Vince Roma su Losanna, nella gara di assegnazione della città ospitante i giochi. Una Roma rinascente, un germoglio. E un fiore lo è il film di Marcellini, dimenticato e rispolverato solo per via dell’anniversario dei giochi. I politicanti ci regalano almeno l’emozione di scoprire quello che Roma fu, e che lentamente hanno distrutto. Un film che venne candidato nel 1962 agli Oscar, e che vinse un premio – invece – al Festival del Cinema di Mosca. Un film che si accoppia con Olympia: Fest der Völker & Olympia Fest der Schönheit, o semplicemente Olympia, sull’edizione di Berlino del 1936 stupendamente realizzato da Leni Riefenstahl. Un capolavoro – certamente – quest’ultimo, che nella magnificenza della follia nazista è un film-manifesto di livello ineguagliabile. Follia non consona all’artigiano Marcellini, che decide di non osare come la regista tedesca, che rimane su una linea più consona alle sue capacità ma che comunque riesce a intessere una serie di invettive degne di nota. Del resto, nella squadra di fotografia erano presenti anche nomi come Luigi Kuveiller ed Enrico Menczer.

La grande Olimpiade precede poi Vision of Eight (Ciò che l’occhio non vede, Monaco 1972), 16 Days Of Glory (16 giorni di gloria, Los Angeles 1986), Tôkyô orimpikku (Le olimpiadi di Tokyo, Kon Ichikawa), Seoul ’88: 16 Days of Glory (Bud Greenspan) e Barcelona ’92: 16 Days of Glory (ancora Bud Greenspan). La grande Olimpiade di Marcellini è un film sulla vita e sul sudore. Un vortice, un vento caldo che ti gira intorno, che ti accompagna. Anni di preparazione, di allenamenti, per pochi secondi da giocarsi. Una vita, un destino può cambiare… anche per pochi centimetri. Pochi secondi e pochi centimetri fatali. Decisivi, lacrime di gioia, lacrime di disperazione. Di amarezza. Sono i Giochi Olimpici. Lo sport, la vita. La squadra italiana di ciclismo a Roma vinse 5 medaglie su 6. Erano Livio Trapé, Antonio Bailetti, Ottavio Cogliati, Giacomo Fornoni, Sante Gaiardoni, Sergio Bianchetto, Giuseppe Beghetto, Marino Vigna, Luigi Arienti, Franco Testa, Mario Vallotto. Gente semplice, modesta, capace di soffrire. Capace di amare. Capace ancora di piangere. Anche per una medaglia persa, come Trapé.

Una bicicletta, i pedali, era la vita. Era l’amore. Quello che ora non è più.