Girls

Videodrome Autore: Eugenia Fattori      Pubblicato il: 15/05/2017

La rivoluzione dell'estetica dei corpi nella serie HBO di Lena Dunham.


Il canto del cigno di Girls è arrivato quasi esattamente sei anni dopo la sua prima messa in onda, e segna senz’altro la fine di un’epoca così come il primo episodio ne aveva segnato l’inizio.
Lo show targato HBO rappresenta infatti l’esordio televisivo di un’autrice, Lena Dunham, che con questa e probabilmente le sue future creazioni lascerà un segno inconfondibile sul decennio, ma ne rappresenta anche l’opera prima in senso seriale. Non è un caso che le due cose coincidano, generando una felice combinazione di circostanze: lo sguardo vergine, anagraficamente e spiritualmente giovane della Dunham, unito ad un certo senso di spericolatezza e ingenuità sono le doti migliori di Girls, quelle che hanno permesso alla serie di diventare nel panorama comedy un atto rivoluzionario che ha aperto la strada ai vari Transparent e Atlanta, ma anche a prodotti come Crazy Ex Girlfriend, Inside Amy Schumer e tanti altri. Con l’audacia irresponsabile di cui spesso è capace solo un autore agli esordi, Lena Dunham ha fatto da apripista all’approdo del panorama cinematografico indie sul piccolo schermo, ma anche ad una generazione di autrici/attrici comiche, in alcuni casi anche più vecchie di lei, che grazie al successo di Girls si sono viste spalancare le porte dei palinsesti e della fama, riuscendo a proporre ai network persino show autobiografici, autoriali, intrisi di critica sociale e humor irriverente.

Ciò che maggiormente unisce la Dunham ad altre autrici donne come la Schumer, Rachel Bloom, Mindy Kaling (ma anche Jill Solloway, che però resta dietro le quinte) non è tanto nell’approccio narrativo o stilistico, o nei temi trattati, o ancora nel mero punto di vista femminile (anzi, la moltiplicazione delle voci femminili nella serialità sembra rafforzare ogni giorno la tesi che probabilmente un “punto di vista femminile” genericamente inteso non esiste neppure); piuttosto è nella volontà di rileggere il tema del corpo, affrontato dalle autrici in modo diverso ma sempre con un ruolo centrale, evidente anche allo spettatore casuale perché evidenziato sia in termini estetici che narrativi. Si può dire senz’altro che qualcosa sta (lentamente) cambiando nell’estetica femminile televisiva contemporanea, e ciò sta accadendo soprattutto grazie alla sempre più consistente presenza sullo schermo di corpi che rappresentano una sfida alle norme comuni della rappresentazione della donna; corpi differenti tra loro, per colore, fisionomia o taglia, che anche solo riuscendo ad arrivare in televisione riescono a rappresentare una sfida agli stereotipi, un’apertura rafforzata da una vena creativa e narrativa che ne motiva la presenza e li celebra attraverso l’assalto intellettuale, usando l’humor e l’acutezza delle autrici per cercare di demolire le idee consolidate rispetto a come una donna dovrebbe apparire, comportarsi, parlare.

Non è azzardato attribuire a Girls un’importanza fondamentale in questo cambiamento, anzi lo si può considerare come la sua massima espressione in senso televisivo; allontanandosi dalle ossessioni tipiche del post-femminismo, come l’ownership del corpo e il self-esteem espresso attraverso la cura della propria persona, la Dunham è stata capace di mettere tutto in discussione solo con la pura presenza di una fisicità completamente irregolare e non ingabbiabile in nessun concetto – il corpo di Hannah/Lena non è healthy, non è plus-size, non è sano e non è neppure malato, è semplicemente ciò che è – utilizzandolo come un’aggressione estetica e politica.
Se siete spettatori attenti, avrete notato che durante il pilot di Girls avvengono alcuni cambiamenti nell’aspetto del personaggio di Hannah: il taglio di capelli, il peso e il suo abbigliamento variarono perché Judd Apatow la riteneva “troppo carina”, ma non rispetto agli standard delle altre serie tv (rispetto a show come Sex and The City eravamo già a livelli di realismo impensabile) ma per essere una fedele rappresentazione fisica di ciò che la serie voleva raccontare.
L’aspetto di Hannah doveva essere in grado di colpire lo spettatore, di metterlo a disagio, di sfidare la sua percezione della realtà e le sue aspettative: un corpo usato come proiettile, mostrato fino all’esagerazione, mai contenuto.
Nel corso della serie vediamo spesso Hannah nuda, sofferente, bruciata dal sole, sudata, vestita con abiti che non la valorizzano, in un mostrarsi privo di pudore e cura che non è mai casuale, ma votato a mettere in scena tutto ciò che al corpo femminile sullo schermo è stato sempre negato; la sporcizia, la trasandatezza, il non prendersi cura del proprio corpo sono tabù insuperabili nella rappresentazione della donna che Lena Dunham invece espone continuamente, sbattendoci in faccia un’estetica dei corpi che vira spesso allo scomposto e all’inconsueto rispetto ai parametri televisivi classici.
Un normale corpo femminile ritratto per ciò che è non dovrebbe rappresentare uno shock per lo spettatore, ma il fatto che in effetti lo faccia è il reale argomento di discussione: la reiterazione ossessiva della nudità di Hannah nella serie ha precisamente questa funzione di “disturbo” visivo, di continuo parallelo tra la realtà e la sua rappresentazione in un’estetica dominata dallo sguardo maschile. Un disturbo che spinge le spettatrici a confrontarsi con le proprie insicurezze e con gli ideali sociali cui inconsciamente si tende a cercare di conformarsi, andando oltre il concetto un po’ ipocrita della body positivity.
Ma la volontà della Dunham è chiaramente volta anche a mostrarci un corpo, il proprio corpo, con un realismo scevro di sensi di colpa e giustificazioni. Il corpo di Hannah è inusuale, esce dai canoni ma non c’è nessun sottotesto in esso, nessuna volontà di critica o di analisi extra-testuale: priva di sensi di colpa rispetto al proprio aspetto, Hannah non si sente in colpa per essere ciò che è, non argomenta il proprio essere irriducibile in qualunque schema estetico – contemporaneamente lontana dai canoni di salute e bellezza imposti dalla contemporaneità ma anche da quelli dell’eccesso della sofferenza e del disturbo alimentare – e manifesta una sicurezza di sé che emerge soprattutto dal confronto con le controparti maschili.

A suo agio con il sesso e la propria nudità (per quanto possibile per una ventenne) la protagonista di Girls è spesso affiancata a partner che rientrano molto più di lei nei canoni estetici usuali (in particolare si pensi all’episodio One Man’s Trash della seconda stagione), in un consapevole ribaltamento della dinamica hollywoodiana e quotidiana, volta a provocare nel pubblico un tipo di reazione molto simile a quella dell’insistita riproposizione del suo corpo nudo o seminudo.
Anche le coprotagoniste di Girls ricevono un trattamento estetico molto simile ad Hannah – vestite con abiti che sembrano pescati direttamente dalla lavatrice, scoperte ed esposte da un setting che in modo tutt’altro che casuale è sempre quello di una New York torrida ed estiva – e lo stesso vale per gli uomini: la stessa scelta della fisionomia inconsueta di Adam Driver o il non mostrare mai nuda Alison Williams, l’attrice più convenzionalmente attraente, mostra il desiderio di esplorare con indulgenza, sfuggendo a ogni stereotipo, ogni forma e ogni manifestazione della fisicità, senza mai sfociare nel grottesco o nell’autocompiacimento ma coprendo ogni spettro della normalità dei corpi.
La capacità di Girls di sottolineare la realtà corporea, proprio in un contesto narrativo in cui il rapporto con la fisicità non è un topic centrale, è un concetto rivoluzionario per l’estetica televisiva, che si ribella da una parte all’identificazione della donna e del personaggio che interpreta con una tipologia fisica predeterminata (l’amica sovrappeso e simpatica, la ragazza della porta accanto, la femme fatale, la secchiona) e dall’altra al desiderio di categorizzazione della fisicità stessa all’interno di concetti limitativi come sano e non sano.
Facendo eco a ciò che scriveva la femminista inglese Laurie Penny su New Statesman nel 2013 (a proposito di body image e dell’utilizzo di questo tipo di messaggio da parte delle multinazionali della bellezza), si potrebbe dire che l’estetica inaugurata e portata avanti da Girls, a dispetto di tutte le critiche rivolte alla sua autrice, non punta ad ampliare il nostro concetto di esteticamente bello o esteticamente accettabile; semmai, sostiene fieramente il diritto di ogni donna a non voler essere “carina”, perfetta, composta, curata, per tutta la vita o solo in alcuni momenti, e la necessità che questo tipo di libertà estetica abbia uno spazio per raccontarsi all’interno della televisione.