Giravolte

I Sotterranei Autore: Tonino Samueli      Pubblicato il: 13/08/2014


Italia 2001

Regia: Carola Spadoni

Cast: Victor Cavallo, Manuela Machniz, Chiara Schoras

Durata: 85 minuti

Sei un povero stronzo mi disse un supplì pieno di vecchie
scuregge e tendeva un filo sino alla tensione estrema
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Una baracca sotto un ponte a Testaccio. Il mercato di Porta Portese. Un bar nei pressi dei Mercati Generali. Luoghi differenti e distanti. Ma così vicini. Luoghi assenti, ma presenti nella costruzione irrazionale di una città. Della città. Una città eterna nei tempi, una città poco incline ai cambiamenti. Una grande capitale carente di rinnovamento, di ampliamenti strutturati e funzionali, di innovazioni paesaggistiche. Roma è sempre la stessa da oltre duemila anni. Roma ovvero la città immobile per definizione. E immobili, e sempre uguali sono i suoi abitanti, romani e non. Le sue anime morte che la occupano, che la trapassano.

Una baracca sotto un ponte a Testaccio. Il mercato di Porta Portese. Un bar nei pressi dei Mercati Generali. Tre luoghi differenti e distanti. Tre luoghi, tre vortici, un vortice unico, più grande, eterno. Un eterno girare, camminare.
Giravolte.
E Victor Cavallo, in queste giravolte, è il nostro Caronte, che ci accompagna, ci trascina, da un luogo ad un altro. Da un ponte ad una piazza. Siamo noi a seguirlo, a meravigliarci di quanto sia lui stesso un monumento di Roma, e della sua romanità. Di come sia una maschera di bontà, e di indifferenza propria alla lupa, e ai suoi figli, che siano essi Remo, Romolo o Spartaco o Cesare. Il fiero romano e romanista ci guida in una Roma che definire neopasoliniana è pressoché errato. Perché ad un certo punto dei termini – forse – vanno accantonati, e si dovrebbe iniziare a pensare, a guardare a Roma in quanto tale… Sicché Victor ci conduce fra quei relitti della società che ancora vivono sotto un ponte, o in una baracca. Ci spinge, fino a perderci, nelle sudate masse erranti di un mercato, fino a lasciarci in un bar, nella notte romana, silente ma operosa.

Una baracca sotto un ponte a Testaccio. Il mercato di Porta Portese. Un bar nei pressi dei Mercati Generali. Lasciandoci alle spalle la lunga Togliatti. La fermata del tram di Piazza Vittorio. Piramide, e la prospettiva Nevskij della Garbatella. E’ un triangolo definito con al centro la Garbata Ostella. Ma questa volta ne siamo lontani, e allo stesso tempo così vicini. Le poesie di Victor, i suoi spettacoli, i suoi film, sono delle continue giravolte, dei perdersi, dei camminare. Sotto il sole del gazometro Victor suda, respira. Sotto il ponte salva il solito suicida. Perché a Roma si è tutti sulla stessa barca. Lo si intuisce nel sudore di Victor. Lo si intuisce nella sua solidarietà. Nelle lacrime, per quella Roma che non c’è più, nelle lacrime per Falcão, e per Il Capitano. Lo si intuisce dai volantini che lo Stalker romano distribuisce al mercato di Porta Portese: Victor Sindaco di Roma. Una candidatura così folle quanto poetica. Il suo programma: “dissolvere il tempo con una risata, l’utopia è all’orizzonte, recuperare l’energia degli sguardi laterali, di ciò che non sappiamo e non vediamo“. Victor sogna, tiene comizi al bar, balla e sorride sempre, ma si percepisce l’amarezza, la crudeltà della vita stessa. E ci si commuove, a vedere il compianto Grifi per i banchi del mercato a cercare vecchi film in super8.

Una baracca sotto un ponte a Testaccio. Il mercato di Porta Portese. Un bar nei pressi dei Mercati Generali. Roma è pressoché deserta di notte. Pare morta, da duemila anni. E quei pochi vagabondi, cavalieri della notte, si ritrovano in un bar, uno dei pochi aperti tutta la notte. Un semplice bar, dove trovi la solita mignotta, gli scaricatori del mercato, un vigile. Un bar surreale, fatto di un caffè, di una birra, di un tresette. Un bar ospitale agli incontri della notte, fatto di romani, fatto di gente che passa la vita a maledire la città che gli ha dato la vita, fatto di gente che della vita ne porta il peso. Una notte e un bar, dove per radio ascolti Remo Remotti, altro cantore della plebe. Una notte e un bar dove l’inshallah professato per le strade diventa realtà. Dove i corpi si distendono, ridono, ballano. Questi corpi che alimentano, riempiono le strade di Roma. Questi corpi che trasudano miseria ad ogni battito di ciglia. Questi corpi che sfuggono alla logica degli sguardi laterali, questi corpi con o senza cogito.

Una baracca sotto un ponte a Testaccio. Il mercato di Porta Portese. Un bar nei pressi dei Mercati Generali. Rolling On The Tiber è il lento, incessante, incespicante, andare della vita. E’ il respiro di un uomo chiamato Cavallo. E’ il respiro di un poeta.
Giravolte: “un film d’avventura metropolitana in cinemascope. Poesia, conflitto, amicizia, solitudine a Roma”.
E’ l’esordio nel lungometraggio per la giovane regista-artista romana Carola Spadoni, già autrice di cortometraggi e di video musicali, e di un mediometraggio pressoché invisibile quale Al confine tra il Missouri e la Garbatella (1997), con Victor Cavallo in qualità di protagonista.Girato nel 2001, il film – prodotto da Gianluca Arcopinto - è stato presentato in concorso al Festival Cinema Giovani di Torino. Un film sicuramente anomalo, o indipendente. Un film non lineare, ma circolare, vorticoso. Un film forse irrisolto, ma certamente poetico grazie allo stesso Cavallo, e a i personaggi che gli ruotano intorno, che lo circondano. Personaggi reali ed inventati allo stesso tempo. Un film a budget ridotto, un classico di Arcopinto, scopritore di giovani talenti.

E’ curioso pensare come nello stesso anno, e nello stesso festival, abbiano esordito anche altre due registe, ovvero Monica Stambrini (con l’orrendo Benzina) e Maria Martinelli (con il pruriginoso Amorestremo). Per gli addetti ai lavori era nato un “Nuovo Cinema Femminile Italiano”, in realtà nulla di tutto questo. Per quanto Carola Spadoni sia la più talentuosa del gruppetto, le sue opere rimangono al confine, per volontà stessa dell’autrice. Giravolte – spiace constatarlo – è un film sommerso, un film sconosciuto, la cui circuitazione è avvenuta solamente grazie a festival e affini. Un film del quale se ne sono perse le tracce, come del precedente del resto.

Opere invisibili, opere invedibili. E non resta che chiederci se questa loro peculiarità non li renda sempre più preziosi.
O no.
Chissà!