Fukada sabota la perfezione dell'immagine digitale per restituire il primato alla parola e al suono. Tra il fuoricampo politico e la quotidianità rurale, il regista nipponico riscopre la lezione di Rohmer, ritornando poeticamente ai suoi primi film, e celebra l'imperfezione umana e il dialogo come unici strumenti di resistenza all'angoscia della modernità.