I diari di Angela - Noi due cineasti

di Yervant Gianikian, Angela Ricci Lucchi

Viaggio attraverso i ricordi materiali ed immateriali di Angela Ricci Lucchi che assume le sembianze di un vero e proprio bilancio artistico ed esistenziale della coppia di artisti.

I diari di Angela - Noi due cineasti recensione

Nel titolo c’è tutto il senso di questo lavoro. I diari di Angela, il resoconto di una vita, quella di Angela Ricci Lucchi scomparsa pochi mesi fa. Al plurale, ad indicare non solo il numero consistente di quaderni messi insieme negli anni, ma anche la pluralità di esperienze incluse al suo interno e di tecniche utilizzate per raccoglierle. In bilico tra la parola scritta, il disegno e l’acquerello. Fatti pubblici e privati, cronache di viaggio, idee e appunti sparsi. Omaggio alla memoria ma anche primo passo di una fase nuova, inevitabilmente diversa eppure altrettanto importante. Anzi, decisiva: continuare i progetti lasciati in sospeso e pianificarne di nuovi. Raccogliere l’eredità, farsi testimoni e portatori di un’idea di cinema, lavoro, mondo intrisa di umanità e responsabilità che segue tre linee guida: vedere, sentire, comprendere. Senza comprensione niente ha senso. I viaggi e gli incontri, la ricerca ed il montaggio. Tutto per la propria arte: risignificare i passaggi storici e traumatici del Novecento attraverso un lavoro attivo sul suo archivio audiovisivo.

Il passato, certo. Ma anche il presente. Si veda il frammento in Bosnia: davanti alle domande di chi ha perso tutto servono necessariamente delle risposte. Per offrire un orizzonte di senso più ampio, per sottrarre le immagini e le esperienze al flusso indistinto e caotico dell’esistenza e della televisione, che tende sempre a sostituire una guerra con un’altra. Eppure ne I diari di Angela il lavoro è tenuto ai margini, quasi sempre fuori campo, ad eccezione di un paio di momenti in Russia e a casa, davanti alla moviola. Alla ricerca di immagini di cui innamorarsi. In questo caso ci viene offerto il controcampo quotidiano del lavoro. Ciò che vi si cela dietro ma che allo stesso tempo sostiene, alimenta, testimonia un certo modo di stare al mondo e di intendere il proprio cinema. La vita di tutti i giorni, dunque. Ma anche e soprattutto i viaggi in giro per l’Europa e l’Oriente, la Bosnia, la Turchia, l’Iran, la Russia, l’Armenia, a caccia di tracce, testimonianze, fotogrammi. Per ogni luogo almeno una persona rimasta impressa nella memoria: l’archivista russa ed il suo gatto, sorprendentemente affettuoso con Angela, lo straripante Walter Chiari del viaggio armeno, la guida bosniaca, i gendarmi turchi che gli salvarono la vita nel 1978. E poi il taglialegna e soprattutto Laura, figure imprescindibili della casa sulla collina.

Più privato che pubblico si diceva. Ma senza ricatti emotivi. Il concetto di diario nel suo senso più puro. Frasi semplici, brevi, descrittive a scolpire il presente (già passato), fissare i pensieri ed i ricordi. Schizzi leggeri come acquarelli di cui Yervant Gianikian si serve per commentare le immagini, accompagnarle in questo viaggio attraverso i ricordi materiali ed immateriali che assume le sembianze di un vero e proprio bilancio artistico ed esistenziale. Senza lezioni di sorta. In punta di piedi, umilmente, dolcemente. Come quelle immagini che emergono dall’archivio privato: l’albero di mela cotogna sorto in mezzo alle macerie e ai palazzi sventrati di Sarajevo, gli acquarelli che raccontano l’ustione di Yervant che lo condusse ad un passo dalla morte, la preparazione del vino, l’orto con i suoi frutti, le pizze di pellicola nascoste attentamente per il passaggio della frontiera, i fotogrammi del soldato durante la Prima Guerra Mondiale. E poi quel bacio di Angela rivolto alla telecamera, sulla spiaggia. Più bella di qualsiasi dichiarazione d'amore. 

Noi due cineasti. Dall’uno al due. Dal diario, racconto in prima persona, al lavoro della coppia. Campo (Angela e la sua macchina fotografica) e controcampo (la macchina da presa che la filma). Pensando a domani.

 

Autore: Giulio Casadei
Pubblicato il 02/09/2018

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