Tardes de soledad
Serra crea una nuova mitologia ma la traspone in un atto mortifero, utilizzando l’opacità dell’immagine digitale per materializzare la trasfigurazione della realtà e ridurre il racconto a uno spazio segnico svuotato di significato, semplice residuo visivo in grado di illustrare contemporaneamente la potenza e l'impotenza del mezzo.
La tauromachia è una pratica consolidata a livello storico nel mondo mediterraneo ormai da millenni. Fin dall’antica Grecia, infatti, nelle arene i tori erano lasciati combattere, o tra loro o contro gli uomini. Gli spagnoli hanno inglobato questa tradizione a partire dall’800, disciplina di estrazione aristocratica, in quanto erano i nobili dell’epoca a praticarla per una questione di prestigio e di onore. Quest’atto è così radicato da aver assunto dei caratteri sacri, tali da essere approcciati come una qualsiasi mitologia, mettendo in analogia due componenti fondamentali dell’identità umana quali le storie e la morte. In Tardes de soledad, però, Albert Serra trasfigura questo mito riprendendolo quale stadio mortifero e finale, e impiegando la digitalizzazione dell’immagine quale significante in grado di svuotare il significato ancestrale del racconto.
Se già in Pacifiction la nitidezza eccessiva delle riprese di Artur Tort trasformavano Tahiti in un non-luogo, un ambiente estetizzato fino all’astrazione e dai caratteri perlopiù simulacrali, nel suo ultimo film il regista spagnolo estremizza l’estetica digitale per mostrare l’esaurimento del reale e la ritualizzazione del visibile – in questo caso la morte del toro, con la conseguente violenza mostrata dall’occhio della camera nelle riprese che vedono impegnato Andrés Roca Rey nel suo “duello”. Una crisi dell’evento per cui quest’ultimo diviene troppo bello per essere vero, raggiungendo una saturazione pittorica tale da trasformare la violenza in un evento estetico, dove il sangue e l’uso dei colori primari - il bianco dei costumi del protagonista, che riportano alla mente gli abiti delle vestizioni ecclesiastiche, l’ocra della sabbia – consentono la dissociazione del tempo dell’immagine dal tempo dell’azione, creando dunque una vera e propria trasfigurazione della realtà.
Nel digitale di Tardes de soledad non c’è spazio per una riproduzione della realtà, quanto piuttosto per una sua opacità, in cui le immagini risultano esposte nel loro “fallimento” mimetico, immerse in una realtà che non più veramente decifrabile e che dunque risulta inaccessibile allo spettatore – come nel caso delle scene in auto, dove i volti dei parlanti vengono inghiottiti dal nero o sono talvolta sovraesposti, così da risultare astratti dal contesto che li vede immessi. Il documentario su Andrés Roca Rey si fa dunque paradossale, nel momento in cui mostra la morte come evento non rappresentabile in modo univoco se non tramite un eccesso d’informazione visiva, il quale non genera maggiore comprensione o empatia bensì distacco, mistero, inquietudine.

Il racconto, dunque, attraverso il suo elemento visivo, si riduce a entità segnica priva di significato, un’entità paradossalmente troppo piena per significare qualcosa, se non all’interno di una sua ritualizzazione dettagliata. Proprio attraverso l’uso dell’iper-realismo, Serra trasforma il reale in icona congelata, alla stregua di un ritratto, immersa nel suo schema fisso vestizione-sacrificio-ritorno che svuota la tauromachia della sua spettacolarità e piuttosto la riveste di una funzionalità liturgica. Anche per questo motivo, rispetto al precedente film del 2022, Serra cambia drasticamente la rappresentazione della violenza, portandola in campo e sfruttando l’ausilio della camera digitale per registrare la brutalità, dissolvendola però in una forma a tratti contemplativa nei confronti degli atti compiuti dal torero protagonista. La corrida, dunque, non è più solamente uno spettacolo popolare, quanto piuttosto assume i caratteri di una cerimonia solenne, con la macchina da presa a fungere da officiante del rito. L’immagine, in Tardes de soledad, diventa icona sacrificale, un altare su cui il reale si immobilizza e diventa mito visivo. La ripetizione, potenziata dalla malleabilità del digitale, sdrammatizza la corrida, trasformandola in un gesto puramente formale.
La camera di Serra non si distacca mai dalla brutalità del gesto, indugiando proprio sulla violenza per trasfigurarla in immagine estatica, come in un quadro di Goya – la cui densità viene presa a modello dallo stesso Serra, che cerca di replicarla su schermo – e in modo tale da annullare completamente la spettacolarità del gesto. Ciò lascia lo stesso Andrés Roca Rey alle prese con la sua solitudine interiore, spostando l’attenzione dal gesto eroico al vuoto che lo segue, e facendo emergere tutta l’angoscia che pervade uno pseudo-eroe nazionale intento a giustificare il proprio ruolo e la propria esistenza solamente attraverso un automatismo privo di scopo, completamente inutile se non nella sua accezione egocentrica.