Country for old man

di Stefano Cravero, Pietro Jona

Migranti al contrario: i pensionanti americani della classe media alla ricerca di una senilità sostenibile in una cittadina dell’Ecuador

Country for Old Man Documentario Lab 80

Cambiare Paese per godersi la pensione dove tutto costa meno è un fenomeno sempre più diffuso, ma le ragioni sono soltanto economiche?
Se lo chiedono Stefano Cravero e Pietro Jona portandosi la mdp a Cotacachi, in Ecuador, che da anni sta accogliendo un numero sempre crescente di americani. Qui i “gringos”, come vengono chiamati dalla popolazione locale, trovano prezzi convenienti, nuove dimore grandi ed economiche, la tv via cavo per ricordarsi della madrepatria, e, per non correre il rischio di mischiarsi con gli ecuadoriani, concedersi solo a nuove amicizie a stelle e strisce, oltre ad affrontare qualche problema con la sicurezza, insomma, a nuove e vecchie abitudini.


Se le premesse sono quelle di comunicare l’idea di un Eden tardivo, una meta da cartolina in cui ripartire senza avere l’ossessione del portafoglio, da intendersi nel mito della frontiera in cui ricominciare a respirare - complice anche la natura verdeggiante che circonda il complesso urbano - ecco che la prima parte di Country for old man presenta tutte le luci del caso. I protagonisti, tutte coppie felici ad eccezione di uno scapolo, ex produttore di Hollywood, sono entusiasti non solo per aver fatto la scelta giusta, ma anche e soprattutto per essere guidati e supportati in ogni fase del loro trasferimento, transitando per una burocrazia user friendly, e tra personaggi del posto che arrotondano i loro stipendi facilitandogli la vita tra medici, visti e spostamenti.


Dopo la prima mezz’ora, i due cineasti rivelano la capacità di rispondere alla domanda iniziale con altri interrogativi che stimolano riflessioni particolari e generali. Sulla carta, è seducente lasciare il caos dispendioso degli Stati Uniti per la serenità a misura d’uomo di Cotacachi: ma poi, qui, che si fa? Cravero e Jona non intervengono e non giudicano, osservano silenziosi pur irrompendo nell’intimità dei personaggi, e alla fine riescono a parlare, oltre che di molti aspetti della senilità (dalla simbiosi che resiste agli anni ai problemi di salute, qui tutelati senza la necessità di indebitarsi) soprattutto degli americani e dell’America nell'era di Trump.

C’è chi, in Ecuador, passa le giornate esattamente come avrebbe fatto prima di partire, ovvero sul divano a guardare il football con coca e popcorn, altri invece girano il Paese ammettendo di non essersi riconosciuti nelle politiche del loro ex-presidente. “Ma come”, osserva qualcuno, “molti dei nostri ex compatrioti si sentiva minacciata dall’immigrazione ispanica e adesso vengono tutti qui a passare la vecchiaia?”. E poi, ancora, il senso attribuito al concetto di casa e a quello di arma. Tutti gli intervistati sembrano non ripartire dalle possibilità offerte dalla nazione ospitante in cui integrarsi, ma dal comfort esagerato delle mura domestiche in cui rintanarsi, protette da alte mura di cinta per difendersi, non si sa bene da cosa, dato che in Ecuador le armi sono vietate e al massimo si registra qualche sporadico furto. In effetti, per tutta la durata del documentario, il controcampo della delinquenza a Cotacachi è solo evocato e mai indagato davvero. Alla fine, ciò che resta è la proverbiale ossessione per la sicurezza e la proprietà privata senza pericoli particolarmente fondati. C’è chi rivendica orgogliosamente il fatto di non possedere un’arma riconoscendo i pregi di una cultura differente.


Nel dipingere questo inconsueto microcosmo di espatriati, Country for Old Man potrebbe sintetizzare le contraddizioni e le suggestioni che mette in scena in una sequenza, posta più o meno a metà dell’opera, dove vediamo i “gringos” che banchettano allegramente in un uggioso pomeriggio bevendo cocktail e birra, godendosi il barbecue e giocando a pignatta mentre il gruppo di musicanti locali, che un attimo prima li aveva allietati suonando canzoni popolari, se ne sta in disparte sul muretto della proprietà, lontani dalla festa, in silenzio, panino in una mano e strumento nell’altra, domandandosi, forse, cosa avranno tanto da ridere i nuovi invasori.

Autore: Paolo Di Marcelli
Pubblicato il 03/10/2018
Italia, 2017
Durata: 79 minuti

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