Roma 2015 / The End of the Tour

Tra road movie e memoir, il film che porta sullo schermo la figura di David Foster Wallace possiede tutti i pregi e i limiti di un'opera interessata più a svelare l'uomo che il senso del suo lavoro

David Foster Wallace amava il cinema. Anzi, possiamo dire che amasse la fruizione di qualsiasi testo audiovisivo. Consumatore bulimico di televisione, al mondo cinematografico aveva dedicato la sua opera più famosa ed ambiziosa, Infinite Jest, un mattone di più di mille pagine, di cui un decimo composto solo di note al testo, nel quale Wallace immaginava la creazione della droga finale, concretizzata in un film pirata talmente bello da tenere letteralmente ipnotizzato lo spettatore fino alla sua morte per consunzione: una fantasia letale, che univa l’ossessione americana per l’intrattenimento al concetto del piacere sul quale oramai si fonda la nostra società, e che veniva sviluppata entro una complicata struttura di sottotrame e molteplici registri linguistici. Nel 1996 l’uscita del libro trasportò lo scrittore, già autore promettente, nell’olimpo della letteratura americana, e tra la massa di persone che improvvisamente volevano saperne tutto spuntò il giovane David Lipsky, neo giornalista di Rolling Stone, pronto a realizzare l’intervista del momento. Nel Marzo dello stesso anno Lipsky accompagnò David Foster Wallace in macchina verso l’ultima lettura del tour promozionale, all’università dove insegnava, mangiò in sua compagnia. L’atmosfera fra i due lentamente si scaldò, e una gran quantità di registrazioni vennero effettuate. Lo scrittore parlò del suo libro, del suo passato, della depressione da cui era affetto, né mancarono le riflessioni sulla letteratura, sulla televisione e sui temi del piacere e della dipendenza che Wallace vedeva come basi dell’odierna cultura americana.

L’articolo non venne mai pubblicato. Nel 2008 lo scrittore si impiccò nella sua casa lasciando postumo il suo ultimo romanzo incompiuto, Il Re Pallido, e, già acclamato come uno dei massimi esponenti della letteratura americana contemporanea, si avviò a diventare una vera e propria icona culturale. Geniale, intelligente, eclettico, dotato di un umorismo brillante e di una competenza enciclopedica in moltissime materie, David Foster Wallace rappresenta oggi l’autore fondamentale per capire le dinamiche mentali che muovono la società occidentale: in quanto mito consolidato, nonché genio suicida, la sua figura sfugge alla ricostruzione storica perché ammantata da estrema eccezionalità. Troppo intelligente, perspicace, divertente, rigoroso per essere riassunto in un solo profilo biografico; così dopo la sua morte Lipsky non trovò altro modo che trascrivere semplicemente nel memoir Come diventare se stessi tutte le registrazioni realizzate in quei giorni. Nessun montaggio, nessun taglio, e pertanto, nessuna manipolazione narrativa, similarmente ai reportages di Wallace, in cui dettagliate descrizioni di ogni singolo episodio venivano poi completate dalle acute osservazioni dello scrittore.

The End of the Tour, adattamento cinematografico del libro di Lipsky, deve però forzatamente operare una scelta e condensare in un’ora e mezza gli episodi salienti del viaggio. Così, il film di James Ponsoldt costringe David Foster Wallace entro un forma specifica, tramite un procedimento che esso, conscio che ogni autore prende ciò che vuole dalla realtà, temeva fortemente. Ciò nonostante, il ritratto offerto da Jason Segel presenta elementi e temi caratteristici della persona e dell’opera dello scrittore: l’ossessiva paranoia di essere un impostore e apparire “falso” unita al naturale bisogno di apparire e piacere, compensate entrambe da enormi dosi di sincerità ed autocritica; la dipendenza da sostanze e soprattutto dalla tv, e il bisogno di stare lontano da un mondo che spinge sempre sul tasto del desiderio. Segel porta sullo schermo un uomo fragile e acuto, ansioso e sensibile, e se proprio dobbiamo trovare una pecca alla sua interpretazione anticaricaturale è la mancanza dell’enorme carica umoristica di Wallace presente nei suoi libri e qui solo in parte espressa. D’altra parte, la sceneggiatura si riferisce in gran parte alle conversazione reali fra lo scrittore e Lipsky: e non può quindi che ricreare, pur con alcune invenzioni narrative, l’atmosfera e i personaggi originali, benché il giornalista, interpretato da Jesse Einsberg, acquisti nella storia la funzione di fare da alter ego di Wallace, poiché desidera, invidia, brama il successo che l’intervistato teme, e allo stesso tempo vuole carpirne ogni possibile dettaglio intimo.

Il problema sotterraneo di The End of the Tour è di essere un bel film che soddisfa però quella fame di personaggi famosi che tanto atterriva Wallace, non perché essere considerato un genio e una celebrità lo disgustasse, ma perché conosceva il rischio di essere consumato dalla vanità. Una questione, questa, forse più culturale che strettamente cinematografica, e tuttavia legata a una visione dell’arte come una questione di soggetti più che oggetti. Ciò che il cinema riesce per il momento a fare, sembra dire l’opera di Ponsoldt, è raccontare l’uomo per soddisfare il bisogno del pubblico di elaborare l’esperienza dell’opera d’arte tramite la sensazione di poter “conoscere” intimamente la persona che la produce (scrive Lipsky, i libri sono un sostituto dell’interazione sociale: gli autori sono persone che a un certo livello ci piacerebbe frequentare), piuttosto che confrontarsi direttamente con un testo che ha affrontato di petto la religione occidentale dell’intrattenimento e del godimento. Che un film tocchi solo lateralmente una discussione così stratificata sul senso stesso del cinema, preferendo offrire un commovente ritratto di un grande scrittore come una persona bella e speciale che il pubblico possa scrutare da vicino, è una scelta legittima e a suo modo anche vincente; ma pensando alle cose meravigliose che David Foster Wallace riuscì a realizzare nel suo lavoro, non si può che percepire un frustrante senso di limitazione.

Autore: Veronica Vituzzi
Pubblicato il 22/10/2015

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